In tutto il mondo si stanno cercando di rimpatriare i depositi aurei assistendo ad un vero e proprio braccio di ferro tra i paesi depositanti ed i paesi che lo possiedono e che ovviamente non vogliono privarsene. La paura che il dollaro stia definitivamente crollando è palese nonostante l’Ue sia bloccata da pressioni politico-diplomatiche.
La notizia è già da un po’ che circola nell’aria ma in questi giorni si sta assistendo ad una vera e propria corsa al rimpatrio dell’oro. L’Olanda pare abbia già fatto rientrare da New York circa 130 tonnellate di oro per un valore complessivo di 5 miliardi di euro. La Bundesbank ha annunciato un piano di recupero progressivo delle proprie riserve auree (circa 674 tonnellate) entro il 2020, per un valore di circa 27 miliardi di dollari conservati per lo più tra New York e Parigi. Anche se, almeno per il momento pressioni politico-diplomatiche hanno congelato Berlino e convinto i tedeschi a non ritirare l’oro presente a New York. Lo scorso 30 novembre gli svizzeri hanno votato diversi referendum tra i quali era presente quello di obbligare la Banca centrale a convertire un quinto del proprio assett in riserve auree e rimpatriare l’oro depositato in Canada e Regno Unito. La Francia, qualora alle prossime elezioni dovesse vincere il Front National, promette di seguire lo stesso esempio.
Appare evidente come i grandi paesi che possiedono oro, come Usa e Canada sono estremamente contrari a questo tipo di operazioni e non intendono dunque accettare le richieste dei paesi depositanti seppur si tratti di un bene che loro appartiene. La Russia, tenendo conto di tutto ciò, sta progressivamente trasformando le proprie riserve dal petrodollaro al petrooro arrivando a superare le 1000 tonnellate.
Anche la Cina, in vista del suo progressivo strapotere economico e della crescente forza della propria moneta ha visto aumentare le proprie riserve fino a raggiungere le 8-10 mila tonnellate, anche se in questo caso non esistono riscontri certi. A quanto pare tutte queste manovre servono a spiegare la paura che presto il sistema finanziario incentrato sul dollaro possa entrare in una crisi irreversibile e dunque crollare.
E se allo stesso tempo vediamo come il prezzo del petrolio e del gas naturale stia crollando ci rendiamo conto di come sia in atto una vera e propria guerra di nervi. L’ipotesi più accreditata è che gli usa stiano facendo di tutto per mettere in crisi paesi come la Russia e l’Iran che però, nonostante le durissime sanzioni economiche e il calo del prezzo dell’energia, stanno resistendo alla grande sventando alla grande il tentativo degli Usa. Il problema è che questa strategia di manipolazione del prezzo dell’energia pare che sia sfuggita di mano all’amministrazione Obama e che la discesa del costo del barile sta mettendo in seria difficoltà gli investimenti statunitensi, che era proprio l’arma principale usata dalla Casa Bianca contro i produttori stranieri.
