venerdì 3 maggio 2019

DAL POSITIVISMO AL PESSIMISMO: LA SCUOLA DI FRANCOFORTE

Qualcuno l’ha voluta chiamare scuola, forse in omaggio alla nutrita schiera di
pensatori che a partire dagli anni Trenta e Quaranta del Novecento furono
accomunati da una copiosa produzione intellettuale che, sebbene effettuata
nelle più svariate branche del sapere, dalla filosofia, alla psicanalisi,
all’economia, alla sociologia, etc., sono state tutte accomunate dall’idea
dell’elaborazione di una “teoria critica”, in grado cioè di effettuare un’analisi
complessiva della società muovendo per l’appunto da diverse prospettive
culturali. Una forma di sapere in grado cioè di esercitare un’azione critica sui
propri fondamenti, in grado quindi di effettuare un continuo
autorinnovamento, proseguendo in questo sul solco di un’iniziale intuizione
marxista. Un progetto ambizioso dunque, la cui premessa stava nell’idea di
una società potenzialmente emancipata, arrivata cioè al superamento della
fase liberale del pensiero socio economico, all’interno della quale erano
venuti a sorgere nuovi rapporti di forza tra struttura e sovrastruttura, sempre
più repressivi ed alienanti che per l’appunto la nuova teoria avrebbe avuto il
compito di superare avvalendosi di molteplici branche del sapere, tra cui in
primis la psicanalisi, scienza in grado di analizzare e descrivere il
sedimentarsi di certi processi culturali a livello inconscio. La nuova teoria si
contrapporrà alla scienza positivista, determinando così una grave frattura
all’interno della grande “koinè” culturale progressista. Il lavoro della scuola di
Francoforte non rimarrà senza influenze sugli eventi del secondo Novecento,
Sessantotto in primis. E. Fromm per la psicanalisi, T.W. Adorno per la
musicologia, Pollock per l’economia, Horkheimer e Marcuse per la
speculazione filosofica, assieme a moltri altri, ognuno di costoro sarà
protagonista di un’avventura intellettuale i cui risultati andranno ben oltre le
iniziali confutazioni. Di tutti questi autori due in particolare ci interessano ai
fini del nostro studio: Max Horkheimer e Herbert Marcuse, i cui percorsi
stanno lì a simboleggiare le tematiche di un’epoca intera.

HORKHEIMER IL PESSIMISTA
Dell’intera scuola di Francoforte Horkheimer sembra un po’ rappresentare il
battistrada ed il rappresentante più in vista; questo sia perché il suo lavoro si
intrecciò in un vero e proprio rapporto sodalizio intellettuale con Pollock,
Adorno e Marcuse, arrivando con gli ultimi due a pubblicare dei tedti
fondamnentali. Horkheimer parte dall’iniziale considerazione che l’unica
realtà in grado di contrapporsi al pensiero alienante della fase più tarda del
capitalismo è quella rappresentata dall’individualità borghese in grado di
confutare e denunciare mediante la teoria critica la connessione tra ideologia,
processo produttivo e strutture caratteriali inconsce. I suoi monumentali studi
sul pregiudizio antisemita, al pari di quelli sull’autoritarismo alla base dei
regimi totalitari, sono tutti protesi a ribadire questa inscindibile connessione.
Tornato negli anni ’50 a Francoforte in Germania, Horkheimer dovrà però
assistere sconsolato al processo di mercificazione che andrà via via
permeando la società occidentale, e di cui sarà protagonista proprio quella
progredita coscienza borghese su cui tanto aveva fatto affidamento,
rendendo in tal modo vane le speranze di riscatto e di ribellione dalla
proteiforme struttura del capitalismo Post Moderno.
Gli ultimi scritti di Horkheimer saranno sempre più improntati ad uno
scetticismo e ad un pessimismo che ne avvicinano le posizioni a quelle di uno
Schopenauer, irriducibile nemico di qualsiasi razionalismo “critico” di stampo
pseudo-illuminista. Verso il ’68, sempre più lontano dalle iniziali istanze
ribelliste e progressiste, autorizzerà a malincuore e non senza diffidenze la
ripubblicazione dei testi scritti negli anni ’30. La vicenda di Horkheimer e
dell’intera scuola di Francoforte sancisce con quarant’anni di anticipo la crisi
e l’insufficienza dell’intera struttura del pensiero individualista borghese e
delle sue propaggini “politicamente corrette”, oggi invece anacronisticamente
tanto in auge.

MARCUSE: LA MARCIA RIVOLUZIONARIA VERSO IL NULLA
Se Horkheimer trasforma le proprie iniziali istanze in un percorso che via via
va facendosi sempre più pessimistico sino a giungere ad una dimensione di
intimistico chiudersi ad un mondo sempre più incomprensibile, Marcuse
partecipa delle medesime iniziali istanze “critiche” cercando di trasformarle in
una prassi per l’azione rivoluzionaria. Partendo dall’iniziale considerazione
sulla fondamentale importanza dell’hegelismo e del marxismo in quanto
esempi di pensiero “negativo”, ovverosia volti a rimarcare la propria vitale
differenza rispetto alla corrente razionalità. Marx ed Hegel, ma anche la
psicanalisi, sono per Marcuse strumenti da cui partire per identificare le
cause prime dell'alienazione e dello sfruttamento, ed indicare una via alla
felicità dell’uomo. Da degno aderente alla scuola di Francoforte, Marcuse
finirà con il rivolgere la propria critica verso l’intera impostazione di pensiero
positivista, andando ad attaccare proprio quelle che, sino a quel momento
erano state le sue principali fonti d’ispirazione: il marxismo e la psicanalisi.
Nel primo critica l’isterilimento da ideologia della rivolta ad espressione
ideologica di un arido e dogmatico positivismo, mentre nella seconda critica
la funzione di supporto all’inserimento della psiche individuale all’interno dei
meccanismi della società occidentale, funzione questa assunta dal freudismo.
A quel punto Marcuse si assume l’onere di una radicale critica della società
dei consumi, che egli ritiene animata da un principio repressivo di tutte le
istanze di liberazione individuali e sociali. Tale società giustifica e camuffa i
propri reali intenti attraverso il mito del consumo, che rende l’uomo
l’inconsapevole schiavo di un infernale ed alienante meccanismo economico
e sociale. Superate le iniziali posizioni marxiste Marcuse non può più affidare
ad una classe operaia totalmente assorbita dall’imperante economicismo, il
compito di guidare una rivolta, di cui invece saranno investite tutte quelle
figure appartenenti alle nuove marginalità. Nel “lumpenproletariat” ed in
genere nelle figure che sopravvivono ai margini della società come sacche di
disagio, Marcuse identifica la nuova aristocrazia rivoluzionaria, la nuova elite
che dovrà aprire il faticoso cammino in direzione di una sempre più difficile
liberazione. Il percorso della scuola di Francoforte inizialmente partito da
posizioni di ottimistico criticismo, nel corso degli anni approda alla
conclusione che l’Occidente “non si può” cambiare, perlomeno non con le
premesse con cui aveva inizialmente animato il proprio percorso.
All’ottimistica fede in un analitico eclettismo culturale di stampo progressista
si sostituisce il progressivo senso di disagio e di impotenza di fronte
all’ineluttabile destino che sembra silenziosamente avvolgere l’Occidente
nelle sue spire...
Tratto da “Il Fascino discreto dell’Occidente “ di UMBERTO BIANCHI