domenica 11 ottobre 2015

Tu ca sì Sicilianu, lìeggi ccà sutta.

Tu ca sì Sicilianu, lìeggi ccà sutta.
Facciamo un esempio: vi chiedo di costituire una società (fatta da me e voi) in cui solo voi mettete tutto il capitale sociale, che tra l'altro è tutto quello che possedete. Poi la società comincia a lavorare e a incassare. Ma voi, pur avendo messo a disposizione tutto il vostro patrimonio, non incassate nulla. Incasso tutto io. E non solo incasso tutto io, ma vi do solo qualche spicciolo per comprarvi appena da mangiare. Accettereste questa situazione? Io penso di no.
ECCO: questo è quello che succede alla Sicilia dal 1860. Nostalgia? No, storia. Ed è ancora storia dei giorni nostri. Perché, se non lo sapete, ogni anno lo Stato Italiano preleva dalle casse della Regione Siciliana tutto quello che la Sicilia "produce" (parliamo di più di dieci miliardi all'anno).
Tutto questo accade in barba a qualcosa che esiste da prima dell'Unità d'Italia e che è diventata legge costituzionale nel 1948: lo Statuto di Autonomia della Regione Siciliana, strumento MAI APPLICATO e che è stato trasformato in un problema dai politici siciliani (e non) per poter continuare ad esercitare il voto di scambio e il clientelismo. Con l’applicazione dello Statuto e la conseguente ricchezza del popolo siciliano, il clientelismo e il voto di scambio non si potrebbero più fare, perché un popolo ricco non ha bisogno di chiedere favori a nessuno.
E oltre al danno la beffa: perché non solo dobbiamo subire la "paternale" riguardo al fatto che non sappiamo spendere i pochi soldi che Roma ci dà, ma dobbiamo sentirci dire anche che la Sicilia è la palla al piede dell'Italia. È normale essere considerati tali se i responsabili di questa situazione sono proprio le classi politiche siciliane che si sono succedute in questi decenni e che sono sempre e comunque dipese dai partiti nazionali.
Ora è tempo di riprenderci quello che è nostro e farlo amministrare a uomini siciliani, che facciano gli interessi dei siciliani e che facciano tornare la politica ad essere quella che, per definizione, è “l’arte di governare le società”. Dobbiamo riprendere il controllo della Regione Siciliana e applicare lo Statuto di Autonomia. Con la sua applicazione, il clientelismo e il voto di scambio non si potrebbero più fare, perché un popolo ricco non ha bisogno di chiedere favori a nessuno.
Si potrebbe obiettare dando ragione a Pietrangelo Buttafuoco (“L’autonomia regionale è la fogna in cui nuota la mafia”). Ma vorrei che leggeste le parole del Prof. Massimo Costa al riguardo: “È opinione diffusa che attuare l’Autonomia è un qualcosa che, come l’indipendentismo, conviene soltanto alla mafia. Il fatto che l’Autonomia preveda l’abolizione del Prefetto, e il fatto che il Presidente della Regione dovrebbe essere il capo della polizia in Sicilia, avvalora ancora di più questa opinione. Quindi, se fosse veramente autonoma, la Sicilia sarebbe dominata dalla mafia, gli imprenditori pagherebbero il pizzo, ci sarebbe del sottosviluppo e addirittura potrebbero uccidere dei magistrati. MENO MALE CHE NON È SUCCESSO NULLA DI TUTTO QUESTO!”.
Ma come potrebbe mai diventare ricca la Sicilia? Applicando, prima di tutto, gli articoli 36 e 37 dello Statuto. Vediamo cosa dicono (con la spiegazione del Prof. Costa riportata sul suo libro “Lo Statuto Speciale della Regione Siciliana: un’autonomia tradita?” – Herbita Editrice):
ART.36 – Al fabbisogno finanziario della Regione si provvede con i redditi patrimoniali della Regione e a mezzo di tributi, deliberati dalla medesima. Sono però riservate allo Stato le imposte di produzione e le entrate dei tabacchi e del lotto. Questo articolo, come dice il Prof. Costa, è il più importante dell’intero Statuto, e infatti, come quello, non è mai stato fatto funzionare. Non c’è scritto che la Regione vive di trasferimenti dello Stato, né di entrate erariali disposte dallo Stato, né di tributi che lo Stato istituisce e poi le lascia manovrare “quasi” come fossero tributi propri come le addizionali. La Regione si alimenta innanzitutto di entrate patrimoniali, ossia tutte le entrate extra tributarie che derivano dalla gestione del proprio patrimonio. Ne consegue che tutti i benefici di natura patrimoniale, dalle royalties per l’estrazione di minerali e fonti di energia, alle concessioni per l’utilizzo del suolo pubblico, ai fitti per immobili di proprietà pubblica e dati in locazione, ai dividendi per imprese a partecipazione regionale, costituiscono una prima voce d’entrata del bilancio regionale. Ma il politico non ha molto interesse ad ampliare la base produttiva o a razionalizzare la spesa, poiché non può manovrare l’entrata ma ha solo da ripartire una spesa: fatale per chi la utilizzi per spartirla in modo clientelare. Che è ciò che non dispiace ai poteri forti perché, così facendo, fallisce l’istituto autonomistico; l’economia siciliana resta subalterna e dipendente da quella della Penisola, e la rappresentanza politica dell’Isola resta “incatenata” agli ascari che erogano i finanziamenti suddetti senza reale possibilità di alternativa o di ricambio. Chi ha voluto disapplicare o non applicare l’articolo 36 sapeva benissimo ciò che stava facendo, perché dall’applicazione di questo articolo nasce quell’autonomia economia che può far rimettere in discussione i rapporti strutturali di colonialismo che oggi bloccano lo sviluppo della Sicilia. “…a mezzo di tributi, deliberati dalla medesima”: cosa significa? Cosa sono questi tributi? Semplicemente prelievi istituiti con legge regionale come SE la Sicilia fosse un ente sovrano. In altre parole, in materia tributaria, la Sicilia è uno stato sovrano: ha la soggettualità tributaria attiva, la potestà tributaria, non derivata o concessa dallo Stato, bensì originaria. Nel proprio territorio e sulla propria popolazione, al pari di qualunque stato sovrano, può decidere se e quali tributi istituire, come accertarli, etc. Inoltre, SOLO le entrate da giochi e scommesse, i tabacchi e le imposte di produzione, sono a beneficio dello Stato. Ma fuori da queste entrate, gli altri tributi erariali, e con essi il grosso dell’attuale finanza pubblica, sono completamente illegittimi e incostituzionali: l’Irpef, l’Ire, l’Ires, l’Iva, tanto per limitarci ai maggiori tributi, ma anche il Canone RAI, sono dei veri furti ai danni dei Siciliani, in quanto non previsti dall’articolo 36.
IN SOLDONI: quali i benefici dell’applicazione dell’articolo 36? La fiscalità di vantaggio attirerebbe investimenti da ogni parte del mondo e farebbe ritornare i nostri migranti. Le tassazioni di favore per i redditi che in Sicilia ad oggi non esistono (come i redditi di capitale) attirerebbero capitali ed investimenti praticamente senza nessun costo per l’erario. La responsabilizzazione della classe politica sulle entrate si trasferirebbe prima o poi anche sulle spese che verrebbero razionalizzate La sensibilizzazione dei cittadini nei confronti del nuovo soggetto impositore (regionale) creerebbe nuove aspettative nei confronti di un’amministrazione che oggi invece si “nasconde” dietro al paravento delle politiche finanziarie nazionali.
ART. 37 – Per le imprese industriali e commerciali che , hanno la sede centrale fuori del territorio della Regione, ma che in essa hanno stabilimenti ed impianti, nell’accertamento dei redditi viene determinata la quota del reddito da attribuire agli stabilimenti ed agli impianti medesimi. L’imposta, relativa a detta quota, compete alla Regione ed è riscossa dagli organi di riscossione della medesima. Questo articolo prevede che, per i rami aziendali (anticamente definiti “stabilimenti ed impianti”), le aziende debbano calcolare la quota di reddito prodotta (come per gli analoghi rami di imprese che hanno la sede “fuori” dall’Italia) e la assoggettino del tutto alle norme del diritto tributario siciliano “sovrano”; sovrano, perché il secondo comma lascia intendere che la Regione non solo determina liberamente sull’imposizione dei redditi, ma anche sugli accertamenti e le riscossioni, e lo fa con “gli organi riscossione della medesima”. Quali i vantaggi di questo articolo? Innanzitutto i Siciliani cesserebbero di alimentare inconsapevolmente, con i loro tributi, la Penisola, come è avvenuto sinora. Chi dice che la Sicilia vive di risorse prodotte altrove, letteralmente non sa quel che dice. Attraverso la mancata applicazione dell’articolo 37, la Sicilia, da più di sessant’anni, povera com’è, si svena letteralmente per alimentare (NB: alimentare) lo Stato italiano e i suoi sprechi.
ORA CHE SAPETE COME STANNO LE COSE, VOI SICILIANI COSA VOLETE?
Volete essere trattati ancora come reietti dello Stato Italiano con la complicità dei politici siciliani che fanno parte dei partiti nazionali (M5S incluso) o volete che i vostri soldi restino a voi attraverso una classe dirigente in grado di fare la differenza in meglio per la Sicilia e i Siciliani. Se volete essere trattati ancora come reietti, non leggete oltre. Se volete che i vostri soldi restino a voi (non per un privilegio ma per una legge costituzionale) cliccate sul sito www.sicilianazione.eu e fate la vostra scelta. Perché la politica è scelta. E se avete la possibilità di scegliere non il meno peggio ma il meglio, allora la scelta, ed unica soluzione, è ‪#‎SiciliaNazione‬.
FONTE
https://www.facebook.com/notes/tony-troja/tu-ca-s%C3%AC-sicilianu-l%C3%ACeggi-cc%C3%A0-sutta/636781986462222