RELAZIONE
di
NAZZARENO
MOLLICONE
“SINDACATO NAZIONALE E SOVRANITA’ NAZIONALE”
Il
nostro sindacato si è sempre ispirato, fin dalla sua fondazione avvenuta – come
oggi ricordato – sessantacinque anni fa, al “Sindacalismo Nazionale”. In quel
periodo, anni del dopoguerra che era poi anche un dopo-sconfitta, il
riferimento alla “Nazione” non era ben visto, sostituito dalla più
“democratica” parola “Paese”, traduzione (ed anche questo era sintomatico)
della parola inglese “country”. Ma ciò era una traduzione subdolamente
imperfetta perché mentre in italiano “paese” indica un villaggio rurale, in
inglese nell’accezione riferita al territorio natale significa “Patria”. In
realtà allora, Patria e Nazione erano parole messe all’indice perché si
riteneva fossero riferite al periodo fascista, e quindi si ripiegava facilmente
su quella parola.
Invece,
chi fondò la Cisnal volle inserire proprio quella parola “nazionale”,
aggiungendola ad un’altra “sindacato” che allora nell’opinione maggioritaria
era divenuta sinonimo di marxismo. Quindi, si vollero sfidare due tabù
dell’epoca: quello della “Nazione” negata e quella della presunta egemonia
“sociale” da parte del marxismo e del partito comunista.
Indubbiamente,
gli uomini che fondarono la Cisnal ai valori rappresentati da quelle parole ci
credevano, anche perché li avevano vissuti direttamente. Tra i primi dirigenti
vi erano: Gianni Roberti, che era
stato valoroso combattente in Africa nei reparti dei “Giovani Fascisti” e poi
prigioniero “non cooperatore” negli Usa, ma era anche funzionario dell’Istituto
Nazionale per le Assicurazioni contro gli Infortuni sul Lavoro e professore di
diritto del lavoro; Giuseppe Landi,
già presidente delle confederazioni fasciste dei lavoratori dell’industria e
del credito; Diano Brocchi,
collaboratore autorevole della rivista nazionalpopolare fascista “L’Universale”
di Berto Ricci; Verledo Guidi, che
era stato dirigente della Federazione fascista dei lavoratori dell’industria
guidata da Tullio Cianetti; Ugo
Clavenzani, sindacalista “rivoluzionario”, già componente della Camera
delle Corporazioni, e tanti altri ancora.
Ma
oggi, a distanza di tanti lustri da quell’evento, ha ancora un senso definirsi
“nazionale” e, soprattutto, hanno oggi le Nazioni un ruolo nel mondo “globalizzato”
in cui viviamo?
Noi
pensiamo di rispondere si ad entrambe le domande.
Vi
è un mondo globalizzato, in effetti, che tende ad annullare non solo le
specificità ma anche le indipendenze nazionali, quelle che con un termine oggi
molto diffuso si definisce “sovranità nazionale”.
Gli
attacchi a questa “sovranità” sono apportati in modo concentrico da molti
organismi, ben finalizzati e determinati.
Tra
tutta l’innumerevole serie di organismi internazionali creati a sostegno della
globalizzazione, ce ne sono tre che incidono direttamente e pesantemente sulla
sovranità degli Stati. Quello forse più incisivo, anche se poco conosciuto e
poco citato, è l’Organizzazione Mondiale del Commercio la quale propugna la
massima libertà di commercio dei prodotti, senza alcuna considerazione e
valutazione per la qualità, la tutela dell’ambiente, la tutela del lavoro. Ed è
sintomatico, per dimostrare l’assoluta prevalenza della concezione
mercantilista sulla società contemporanea, che mentre si fa una grande
propaganda e si impone un pensiero “politicamente corretto” sui cosiddetti
“diritti umani” offesi, dall’omosessualità al razzismo, nessuno prende mai in
considerazione i “diritti umani” dei lavoratori sfruttati (compresi i minori!) in
tanti Paesi del mondo, a cominciare dalla Cina per finire ad alcune miniere
africane o sudamericane: posti dove, nel XXI^ secolo, esiste una specie di
“schiavismo” di fatto. Eppure, l’OMC non se ne cura, e le sue delibere
(peraltro adottate in modo molto riservato e da misteriose commissioni) annullano
le poche flebili voci critiche dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.
Un
altro organismo molto incisivo è il Fondo Monetario Internazionale, che concede
prestiti agli Stati in crisi in cambio dell’annullamento delle politiche
sociali e delle “privatizzazioni” di imprese pubbliche in modo che esse vengano
acquisite dalle multinazionali: ne abbiamo avuto un esempio recente nella
Grecia.
Infine,
abbiamo l’organismo multinazionale che ci tocca e preoccupa più direttamente,
ossia l’Unione Europea con la sua “Commissione” e la “Banca Centrale” le quali
agiscono come una specie di “soviet” adottando, tramite le sue migliaia di
oscuri ma attivissimi funzionari, “direttive” (già la parola è molto espressiva
della realtà!) che intervengono su tutti gli aspetti della vita sociale,
dall’alimentazione al lavoro, dalla sessualità alla religione. Non è a tutti
ben noto che ormai la maggior parte della legislazione nazionale si limita a
recepire le norme europee, sia mediante la cosiddetta “legge comunitaria” che ratifica
in un sol colpo, senza discussioni analitiche e senza poter esprimere eventuali
voti disgiunti (una direttiva potrebbe andar bene, un’altra no) decine di
“direttive” indicate in un “allegato”; sia mediante altre norme “suggerite”
dall’Europa come il recentissimo “iob act” di riforma della legislazione sul
lavoro, l’allungamento dell’età pensionabile effettuata con la legge “Fornero”,
e soprattutto il vincolo di bilancio fatto mettere addirittura nella
Costituzione!
Non
parliamo poi della Banca Centrale Europea, che è proprietà di banche private -
compresa la nostra Banca d’Italia che tale ormai è diventata dopo la sua
“privatizzazione” - la quale ha per di più al suo interno i rappresentanti di
Stati (la Gran Bretagna) che non aderiscono all’Euro, che magari le fanno
concorrenza sui mercati valutari ma che possono decidere sull’emissione di
moneta, sui tassi d’interesse, sui prestiti concessi alle banche. Sta di fatto
che attualmente il controllo sulla moneta e sulla sua circolazione, ed anche
sulla gestione del debito pubblico, che sono stati sempre compiti primari di
uno Stato ed indice di sovranità, è stata sottratto ed attribuito a questo
organismo privato sedente a Francoforte sul Meno, contro il quale peraltro nel
mese di marzo vi sono stati violentissime proteste di piazza.
Tutti
questi organismi agiscono ciascuno per suo conto ma tutti insieme concorrono a determinare
un comune risultato finale, con le seguenti finalità:
-
liberalizzare il commercio e le
produzioni mondiali: quindi, gli Stati non possono opporre
alcun vincolo ed alcun limite all’ingresso di merci prodotte all’estero,
all’alienazione d’industrie o servizi anche strategici, all’attività
finanziaria e commerciale delle multinazionali che producono utili in un Paese
ma lo esportano in un altro più favorevole ai fini fiscali, al trasferimento
fisico di un’industria in un altro Paese soprattutto per lucrare sui minori
costi diretti ed indiretti (previdenza, tutela della salute e sicurezza,
assicurazioni sociali) del lavoro;
-
eliminare progressivamente le tutele
sociali: sia in occasione di qualsiasi crisi finanziaria, sia
come direttive generali, gli organismi di cui sopra ma in particolare quelli
europei stanno lentamente ma progressivamente riducendo le molteplici tutele
sociali a favore dei lavoratori esistenti nei singoli Stati. E la questione in Europa
è particolarmente rilevante perché la storia del secolo scorso del nostro
continente ha dimostrato la sua specificità rispetto alle altre aree
politico-geografiche nel porre la massima attenzione ai diritti sociali, quali
la disoccupazione, la retribuzione, l’assistenza per le malattie, la tutela
della maternità e dell’infanzia, la previdenza pensionistica, la salute e
sicurezza sui luoghi di lavoro, il lavoro dei minori, l’orario di lavoro, e via
dicendo. Tutte queste forme di tutela sono state adottate da Stati con diversi
regimi e culture politiche: socialista, cristiana, nazionalista, fascista. Lo scopo di questo smantellamento è quello di eliminare
differenze di trattamento tra lavoratori, al fine di mantenere basso il costo
del lavoro e, per converso, altissimo l’utile del finanziere, più di quello
dell’imprenditore;
-
facilitare l’immigrazione clandestina:
tramite essa, soprattutto quella proveniente dall’Africa e dall’Asia, si mira a
raggiungere due scopi. Il primo, è creare un “esercito di lavoro” di riserva (o
di sostituzione…) a basso prezzo composto di persone al limite della
sopravvivenza che per di più non conoscono per la loro cultura cosa vogliano
dire tutela sociale e giusta retribuzione e quindi non se ne interessano; il
secondo, è quello di contribuire ulteriormente ad abbassare il livello di
consapevolezza e di solidarietà nazionale con milioni di persone che nulla
sanno della storia e della cultura italiana, che non ne condividono la
religione prevalente ed addirittura l’alimentazione, che non hanno alcuna
cognizione di cosa voglia dire “Stato”, diritto, bene pubblico. La
snazionalizzazione avviene anche con l’immissione più o meno forzosa di queste
masse di persone;
-
condizionare mentalmente la
popolazione e le nuove generazioni: ormai tutti gli
strumenti di persuasione, dai mass-media alle relazioni sociali,
dall’istruzione agli svaghi, sono orientati nell’indurre la popolazione, ed in
modo particolare i giovani, a pensare che non possano esistere altri modelli di
società, di sviluppo e di vita diversi da quelli indicati dal
liberal-capitalismo che consistono nella concorrenza e nella competizione anche
tra colleghi di lavoro o di studio, nella libertà assoluta del commercio e
della finanza, nell’assenza di vincoli da parte dello Stato, nella
subordinazione alle direttive degli organismi internazionali (a questo
proposito ricordiamo il ritornello che ci perseguita da qualche anno ripetuto
dai politici e giornalisti conformisti: “ce
lo chiede l’Europa…”). In altri termini, si sta realizzando quello che
prevedevano filosofi e sociologi quali Herbert
Marcuse con il suo libro “L’uomo ad
una dimensione” e Julius Evola,
con i suoi articoli e libri sui pericoli del mondo moderno scritti fin dagli anni trenta
del secolo scorso.
Ma
qual’è poi il bilancio di tutta questa globalizzazione? Per la nostra Italia,
esso è soltanto ed assolutamente negativo. L’Italia, che era una delle prime
dieci potenze industriali del mondo, con imprese all’avanguardia in tanti
settori, sta divenendo un “deserto industriale”: le industrie strategiche
spezzettate, alienate, chiuse; le medie industrie trasferite all’estero
lasciando disoccupati e vuoti produttivi; con l’abolizione di controlli alle
importazioni, l’eliminazione dei dazi protettivi, la mancata tutela dei
brevetti e delle specificità è derivato l’afflusso incontrollato di prodotti
malfatti, a volte sanitariamente pericolosi, abusivamente copiati da quelli
originali nazionali.
Oltre
ai danni insiti nel meccanismo stesso della globalizzazione, bisogna aggiungere
quelli della crisi finanziaria provocata dalle manovre speculative e
truffaldine delle banche d’affari, in prevalenza nordamericane: secondo una
recentissima analisi della “Banca d’Italia” essa è stata equivalente ad una
guerra persa, con la conseguenza che oggi, rispetto a sette anni fa, la
produzione nazionale nel suo complesso è diminuita di un decimo; che
l’industria ha subito una contrazione del 17% e le costruzioni del 30%; che
sono stati eliminati un milione di posti di lavoro; che le famiglie hanno l’8% da
spendere in meno.
Una
guerra che noi dell’UGL avevamo previsto e denunciato nel nostro secondo
congresso del 2006 nella mozione congressuale intitolata “Lavoro, partecipazione, economia sociale” in cui era scritto, tra
l’altro, che “i lati preoccupanti della
globalizzazione sono l’insicurezza socioeconomica generalizzata, la precarizzazione del lavoro, l’instabilità
dell’economia, l’aumento delle disuguaglianze
sociali, la perdita di sovranità degli Stati Nazionali”: affermazione,
quest’ultima, che all’epoca eravamo i soli a pronunciare mentre pressoché tutti
– politici, economisti, sindacalisti, giornalisti – guardavano alle “magnifiche
sorti, e progressive” dell’Unione Europea e del liberal-capitalismo. Anzi, non
dovremmo neanche più usare questo termine perché Luciano Gallino (un sociologo italiano molto importante, professore
all’Università di Torino) ha definito più correttamente “finanzcapitalismo” in un suo libro del 2011.
A
questo proposito sottolineiamo l’aspetto perverso delle cosiddette “agenzie di
rating”: enti privati, spesso posseduti da banche d’affari, che emettono
giudizi sulle econome degli Stati. Ebbene, nel documento congressuale dell’UGL
del 2006 si leggeva: “non si può
accettare passivamente che il giudizio dei mercati finanziari – che operano
senza regole – determini le politiche economiche degli Stati e condizioni i
livelli di vita e di lavoro delle Nazioni.” Parole profetiche, se si pensa
quello che è avvenuto in Italia nel 2011 con le sue conseguenze, economiche e
sociali e soprattutto politiche con l’instaurazione di governi non eletti dal
popolo.
Siamo
in guerra, quindi: e la forte affermazione della “Banca d’Italia” succitata è
del tutto esatta, perché oggi nel mondo non si combattono più guerre mondiali
come le abbiamo conosciute nel secolo scorso (anche se continuano ad essere
alimentate quelle locali e regionali, magari allo scopo di vendere e
sperimentare armi) ma soprattutto guerre
economiche. Guerre per il petrolio, guerre per l’acquisizione di giacimenti
di minerali pregiati (pensiamo alle cosiddette “terre rare” ed al “litio” per
gli strumenti elettronici), guerre per la conquista di spazi commerciali o
l’eliminazione di un concorrente, guerre per l’imposizione della moneta di
riferimento, guerre per l’acqua, guerre per la pesca, e via dicendo.
Dinanzi
a questa situazione, dominata dalla globalizzazione e da una incessante serie
di guerre economiche - effettuate dalle grandi multinazionali a volte
spalleggiate da qualche Stato- cosa dovrebbe
fare un sindacato che ha come obiettivo primario la tutela del lavoro,
certamente: ma il lavoro si tutela se c’è, se ci sono attività produttive
stabili, se esse hanno possibilità di sviluppo. Ma vi è un altro principio da
tener presente: mentre il capitale, tanto più con i sistemi elettronici
moderni, può liberamente spostarsi da un capo all’altro del globo, il
lavoratore non può farlo. Non può farlo per ragioni fisiche, per ragioni
familiari, per ragioni di lingua, di cultura, di alimentazione, di religione.
Quindi, il lavoro si deve creare e deve permanere sul posto dove si vive, o
comunque all’interno di quel territorio omogeneo per lingua e cultura che si
chiama “Nazione”.
Ecco
allora il compito, immane, che oggi il Sindacato deve compiere: per assolvere
alla sua missione di tutela del lavoro, deve necessariamente tutelare la
Nazione e la sua Sovranità. Questa cosa era stata intuita ed applicata dai
nostri progenitori, da Filippo Corridoni
scomparso in combattimento “per la Nazione” un secolo fa e da tutti coloro che
hanno seguito il suo esempio ed il suo insegnamento.
Un
compito che può svolgere solo il Sindacato, anche perché – come ha scritto il
succitato Luciano Gallino in un
altro suo libro, “Il colpo di stato di
banche” del 2013 - “i partiti
socialisti europei ed i postcomunisti italiani del Pd hanno fatto proprie le
idee di fondo del neoliberalismo e le hanno messe in pratica appena sono giunti al governo, in specie sotto forma
di liberalizzazione incontrollata
della finanza…la cosiddetta terza via inaugurata dal Labour britannico di Tony
Blair era un orientamento decisamente
positivo nei confronti delle multinazionali e della finanza, ed una riformulazione degli interessi collettivi (ad
esempio, quelli sindacali e sociali) in
termini individualistici”.
Il
Sindacato, quindi: ma in particolare il “nostro” Sindacato, l’Ugl erede della
gloriosa Cisnal ed ancor prima dell’insegnamento corridoniano manifestatosi
plasticamente a Dalmine provincia di Bergamo, in questo stesso mese di marzo di
novantasei anni fa, alla fabbrica “Franchi & Gregorini”, quando gli operai
in sciopero per il salario issarono il tricolore nazionale anziché
l’internazionalista bandiera rossa.
Restaurare
la Sovranità Nazionale per difendere il Lavoro significa però avere un impegno
notevole su tutti i campi: la difesa ad oltranza delle imprese esistenti, impedendo
“delocalizzazioni” all’estero; la difesa della proprietà azionaria contro le
liberalizzazioni che significano svendite all’estero e smantellamento (ed a
questo fine è indispensabile la partecipazione dei lavoratori); l’imposizione
di dazi protettivi e controlli all’importazione dei prodotti simili a quelli
nazionali, combattendo le falsificazioni; la revisione dei trattati
internazionali con l’Unione Europea e con l’Organizzazione Mondiale del
Commercio al fine di tutelare le nostre specificità produttive; la difesa della
legislazione sociale costituita nel corso del secolo scorso; ed anche porre il
problema del possibile ripristino della moneta nazionale.
Ma,
soprattutto, serve un’opera costante ed assidua di educazione del popolo e
delle nuove generazioni affinché riscoprano i valori della Nazione e del
Lavoro, ritrovino lo spirito solidaristico e comunitario anziché la concorrenza
tra poveri che porta all’eliminazione dei più sfavoriti, ed abbiano una visione
ambiziosa della Nazione Italiana che possa avere, come ha avuto fino a pochi
decenni fa, un ruolo fondamentale in Europa e nel Mediterraneo, basato
sull’inventiva, l’alta tecnologia, la qualità, la cultura anziché ridursi ad un
territorio ricco di bellezze naturali ed artistiche i cui abitanti avrebbero
solo ruoli ausiliari di ristoratori, camerieri, albergatori, sarti di moda e guide
per i visitatori stranieri!
E’
quindi con questo rinnovato, stimolante, ambizioso ed arduo impegno che
celebriamo la nostra storia pluridecennale.