lunedì 13 aprile 2015

“SINDACATO NAZIONALE E SOVRANITA’ NAZIONALE”

RELAZIONE di

NAZZARENO MOLLICONE


“SINDACATO NAZIONALE E SOVRANITA’ NAZIONALE”


Il nostro sindacato si è sempre ispirato, fin dalla sua fondazione avvenuta – come oggi ricordato – sessantacinque anni fa, al “Sindacalismo Nazionale”. In quel periodo, anni del dopoguerra che era poi anche un dopo-sconfitta, il riferimento alla “Nazione” non era ben visto, sostituito dalla più “democratica” parola “Paese”, traduzione (ed anche questo era sintomatico) della parola inglese “country”. Ma ciò era una traduzione subdolamente imperfetta perché mentre in italiano “paese” indica un villaggio rurale, in inglese nell’accezione riferita al territorio natale significa “Patria”. In realtà allora, Patria e Nazione erano parole messe all’indice perché si riteneva fossero riferite al periodo fascista, e quindi si ripiegava facilmente su quella parola.
Invece, chi fondò la Cisnal volle inserire proprio quella parola “nazionale”, aggiungendola ad un’altra “sindacato” che allora nell’opinione maggioritaria era divenuta sinonimo di marxismo. Quindi, si vollero sfidare due tabù dell’epoca: quello della “Nazione” negata e quella della presunta egemonia “sociale” da parte del marxismo e del partito comunista.
Indubbiamente, gli uomini che fondarono la Cisnal ai valori rappresentati da quelle parole ci credevano, anche perché li avevano vissuti direttamente. Tra i primi dirigenti vi erano: Gianni Roberti, che era stato valoroso combattente in Africa nei reparti dei “Giovani Fascisti” e poi prigioniero “non cooperatore” negli Usa, ma era anche funzionario dell’Istituto Nazionale per le Assicurazioni contro gli Infortuni sul Lavoro e professore di diritto del lavoro; Giuseppe Landi, già presidente delle confederazioni fasciste dei lavoratori dell’industria e del credito; Diano Brocchi, collaboratore autorevole della rivista nazionalpopolare fascista “L’Universale” di Berto Ricci; Verledo Guidi, che era stato dirigente della Federazione fascista dei lavoratori dell’industria guidata da Tullio Cianetti; Ugo Clavenzani, sindacalista “rivoluzionario”, già componente della Camera delle Corporazioni,  e tanti altri ancora.
Ma oggi, a distanza di tanti lustri da quell’evento, ha ancora un senso definirsi “nazionale” e, soprattutto, hanno oggi le Nazioni un ruolo nel mondo “globalizzato” in cui viviamo?
Noi pensiamo di rispondere si ad entrambe le domande.
Vi è un mondo globalizzato, in effetti, che tende ad annullare non solo le specificità ma anche le indipendenze nazionali, quelle che con un termine oggi molto diffuso si definisce “sovranità nazionale”.
Gli attacchi a questa “sovranità” sono apportati in modo concentrico da molti organismi, ben finalizzati e determinati.
Tra tutta l’innumerevole serie di organismi internazionali creati a sostegno della globalizzazione, ce ne sono tre che incidono direttamente e pesantemente sulla sovranità degli Stati. Quello forse più incisivo, anche se poco conosciuto e poco citato, è l’Organizzazione Mondiale del Commercio la quale propugna la massima libertà di commercio dei prodotti, senza alcuna considerazione e valutazione per la qualità, la tutela dell’ambiente, la tutela del lavoro. Ed è sintomatico, per dimostrare l’assoluta prevalenza della concezione mercantilista sulla società contemporanea, che mentre si fa una grande propaganda e si impone un pensiero “politicamente corretto” sui cosiddetti “diritti umani” offesi, dall’omosessualità al razzismo, nessuno prende mai in considerazione i “diritti umani” dei lavoratori sfruttati (compresi i minori!) in tanti Paesi del mondo, a cominciare dalla Cina per finire ad alcune miniere africane o sudamericane: posti dove, nel XXI^ secolo, esiste una specie di “schiavismo” di fatto. Eppure, l’OMC non se ne cura, e le sue delibere (peraltro adottate in modo molto riservato e da misteriose commissioni) annullano le poche flebili voci critiche dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.
Un altro organismo molto incisivo è il Fondo Monetario Internazionale, che concede prestiti agli Stati in crisi in cambio dell’annullamento delle politiche sociali e delle “privatizzazioni” di imprese pubbliche in modo che esse vengano acquisite dalle multinazionali: ne abbiamo avuto un esempio recente nella Grecia.
Infine, abbiamo l’organismo multinazionale che ci tocca e preoccupa più direttamente, ossia l’Unione Europea con la sua “Commissione” e la “Banca Centrale” le quali agiscono come una specie di “soviet” adottando, tramite le sue migliaia di oscuri ma attivissimi funzionari, “direttive” (già la parola è molto espressiva della realtà!) che intervengono su tutti gli aspetti della vita sociale, dall’alimentazione al lavoro, dalla sessualità alla religione. Non è a tutti ben noto che ormai la maggior parte della legislazione nazionale si limita a recepire le norme europee, sia mediante la cosiddetta “legge comunitaria” che ratifica in un sol colpo, senza discussioni analitiche e senza poter esprimere eventuali voti disgiunti (una direttiva potrebbe andar bene, un’altra no) decine di “direttive” indicate in un “allegato”; sia mediante altre norme “suggerite” dall’Europa come il recentissimo “iob act” di riforma della legislazione sul lavoro, l’allungamento dell’età pensionabile effettuata con la legge “Fornero”, e soprattutto il vincolo di bilancio fatto mettere addirittura nella Costituzione!
Non parliamo poi della Banca Centrale Europea, che è proprietà di banche private - compresa la nostra Banca d’Italia che tale ormai è diventata dopo la sua “privatizzazione” - la quale ha per di più al suo interno i rappresentanti di Stati (la Gran Bretagna) che non aderiscono all’Euro, che magari le fanno concorrenza sui mercati valutari ma che possono decidere sull’emissione di moneta, sui tassi d’interesse, sui prestiti concessi alle banche. Sta di fatto che attualmente il controllo sulla moneta e sulla sua circolazione, ed anche sulla gestione del debito pubblico, che sono stati sempre compiti primari di uno Stato ed indice di sovranità, è stata sottratto ed attribuito a questo organismo privato sedente a Francoforte sul Meno, contro il quale peraltro nel mese di marzo vi sono stati violentissime proteste di piazza.
Tutti questi organismi agiscono ciascuno per suo conto ma tutti insieme concorrono a determinare un comune risultato finale, con le seguenti finalità:

-         liberalizzare il commercio e le produzioni mondiali: quindi, gli Stati non possono opporre alcun vincolo ed alcun limite all’ingresso di merci prodotte all’estero, all’alienazione d’industrie o servizi anche strategici, all’attività finanziaria e commerciale delle multinazionali che producono utili in un Paese ma lo esportano in un altro più favorevole ai fini fiscali, al trasferimento fisico di un’industria in un altro Paese soprattutto per lucrare sui minori costi diretti ed indiretti (previdenza, tutela della salute e sicurezza, assicurazioni sociali) del lavoro;

-         eliminare progressivamente le tutele sociali: sia in occasione di qualsiasi crisi finanziaria, sia come direttive generali, gli organismi di cui sopra ma in particolare quelli europei stanno lentamente ma progressivamente riducendo le molteplici tutele sociali a favore dei lavoratori esistenti nei singoli Stati. E la questione in Europa è particolarmente rilevante perché la storia del secolo scorso del nostro continente ha dimostrato la sua specificità rispetto alle altre aree politico-geografiche nel porre la massima attenzione ai diritti sociali, quali la disoccupazione, la retribuzione, l’assistenza per le malattie, la tutela della maternità e dell’infanzia, la previdenza pensionistica, la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, il lavoro dei minori, l’orario di lavoro, e via dicendo. Tutte queste forme di tutela sono state adottate da Stati con diversi regimi e culture politiche: socialista, cristiana, nazionalista, fascista.  Lo scopo di questo smantellamento è quello di eliminare differenze di trattamento tra lavoratori, al fine di mantenere basso il costo del lavoro e, per converso, altissimo l’utile del finanziere, più di quello dell’imprenditore;

-         facilitare l’immigrazione clandestina: tramite essa, soprattutto quella proveniente dall’Africa e dall’Asia, si mira a raggiungere due scopi. Il primo, è creare un “esercito di lavoro” di riserva (o di sostituzione…) a basso prezzo composto di persone al limite della sopravvivenza che per di più non conoscono per la loro cultura cosa vogliano dire tutela sociale e giusta retribuzione e quindi non se ne interessano; il secondo, è quello di contribuire ulteriormente ad abbassare il livello di consapevolezza e di solidarietà nazionale con milioni di persone che nulla sanno della storia e della cultura italiana, che non ne condividono la religione prevalente ed addirittura l’alimentazione, che non hanno alcuna cognizione di cosa voglia dire “Stato”, diritto, bene pubblico. La snazionalizzazione avviene anche con l’immissione più o meno forzosa di queste masse di persone;

-         condizionare mentalmente la popolazione e le nuove generazioni: ormai tutti gli strumenti di persuasione, dai mass-media alle relazioni sociali, dall’istruzione agli svaghi, sono orientati nell’indurre la popolazione, ed in modo particolare i giovani, a pensare che non possano esistere altri modelli di società, di sviluppo e di vita diversi da quelli indicati dal liberal-capitalismo che consistono nella concorrenza e nella competizione anche tra colleghi di lavoro o di studio, nella libertà assoluta del commercio e della finanza, nell’assenza di vincoli da parte dello Stato, nella subordinazione alle direttive degli organismi internazionali (a questo proposito ricordiamo il ritornello che ci perseguita da qualche anno ripetuto dai politici e giornalisti conformisti: “ce lo chiede l’Europa…”). In altri termini, si sta realizzando quello che prevedevano filosofi e sociologi quali Herbert Marcuse con il suo libro “L’uomo ad una dimensione” e Julius Evola, con i suoi articoli e libri sui pericoli del  mondo moderno scritti fin dagli anni trenta del secolo scorso.

Ma qual’è poi il bilancio di tutta questa globalizzazione? Per la nostra Italia, esso è soltanto ed assolutamente negativo. L’Italia, che era una delle prime dieci potenze industriali del mondo, con imprese all’avanguardia in tanti settori, sta divenendo un “deserto industriale”: le industrie strategiche spezzettate, alienate, chiuse; le medie industrie trasferite all’estero lasciando disoccupati e vuoti produttivi; con l’abolizione di controlli alle importazioni, l’eliminazione dei dazi protettivi, la mancata tutela dei brevetti e delle specificità è derivato l’afflusso incontrollato di prodotti malfatti, a volte sanitariamente pericolosi, abusivamente copiati da quelli originali nazionali.
Oltre ai danni insiti nel meccanismo stesso della globalizzazione, bisogna aggiungere quelli della crisi finanziaria provocata dalle manovre speculative e truffaldine delle banche d’affari, in prevalenza nordamericane: secondo una recentissima analisi della “Banca d’Italia” essa è stata equivalente ad una guerra persa, con la conseguenza che oggi, rispetto a sette anni fa, la produzione nazionale nel suo complesso è diminuita di un decimo; che l’industria ha subito una contrazione del 17% e le costruzioni del 30%; che sono stati eliminati un milione di posti di lavoro; che le famiglie hanno l’8% da spendere in meno.
Una guerra che noi dell’UGL avevamo previsto e denunciato nel nostro secondo congresso del 2006 nella mozione congressuale intitolata “Lavoro, partecipazione, economia sociale” in cui era scritto, tra l’altro, che “i lati preoccupanti della globalizzazione sono l’insicurezza socioeconomica generalizzata, la precarizzazione del lavoro, l’instabilità dell’economia, l’aumento delle disuguaglianze sociali, la perdita di sovranità degli Stati Nazionali”: affermazione, quest’ultima, che all’epoca eravamo i soli a pronunciare mentre pressoché tutti – politici, economisti, sindacalisti, giornalisti – guardavano alle “magnifiche sorti, e progressive” dell’Unione Europea e del liberal-capitalismo. Anzi, non dovremmo neanche più usare questo termine perché Luciano Gallino (un sociologo italiano molto importante, professore all’Università di Torino) ha definito più correttamente “finanzcapitalismo” in un suo libro del 2011.
A questo proposito sottolineiamo l’aspetto perverso delle cosiddette “agenzie di rating”: enti privati, spesso posseduti da banche d’affari, che emettono giudizi sulle econome degli Stati. Ebbene, nel documento congressuale dell’UGL del 2006 si leggeva: “non si può accettare passivamente che il giudizio dei mercati finanziari – che operano senza regole – determini le politiche economiche degli Stati e condizioni i livelli di vita e di lavoro delle Nazioni.” Parole profetiche, se si pensa quello che è avvenuto in Italia nel 2011 con le sue conseguenze, economiche e sociali e soprattutto politiche con l’instaurazione di governi non eletti dal popolo.
Siamo in guerra, quindi: e la forte affermazione della “Banca d’Italia” succitata è del tutto esatta, perché oggi nel mondo non si combattono più guerre mondiali come le abbiamo conosciute nel secolo scorso (anche se continuano ad essere alimentate quelle locali e regionali, magari allo scopo di vendere e sperimentare armi) ma soprattutto guerre economiche. Guerre per il petrolio, guerre per l’acquisizione di giacimenti di minerali pregiati (pensiamo alle cosiddette “terre rare” ed al “litio” per gli strumenti elettronici), guerre per la conquista di spazi commerciali o l’eliminazione di un concorrente, guerre per l’imposizione della moneta di riferimento, guerre per l’acqua, guerre per la pesca, e via dicendo.
Dinanzi a questa situazione, dominata dalla globalizzazione e da una incessante serie di guerre economiche - effettuate dalle grandi multinazionali a volte spalleggiate da qualche Stato-  cosa dovrebbe fare un sindacato che ha come obiettivo primario la tutela del lavoro, certamente: ma il lavoro si tutela se c’è, se ci sono attività produttive stabili, se esse hanno possibilità di sviluppo. Ma vi è un altro principio da tener presente: mentre il capitale, tanto più con i sistemi elettronici moderni, può liberamente spostarsi da un capo all’altro del globo, il lavoratore non può farlo. Non può farlo per ragioni fisiche, per ragioni familiari, per ragioni di lingua, di cultura, di alimentazione, di religione. Quindi, il lavoro si deve creare e deve permanere sul posto dove si vive, o comunque all’interno di quel territorio omogeneo per lingua e cultura che si chiama “Nazione”.
Ecco allora il compito, immane, che oggi il Sindacato deve compiere: per assolvere alla sua missione di tutela del lavoro, deve necessariamente tutelare la Nazione e la sua Sovranità. Questa cosa era stata intuita ed applicata dai nostri progenitori, da Filippo Corridoni scomparso in combattimento “per la Nazione” un secolo fa e da tutti coloro che hanno seguito il suo esempio ed il suo insegnamento.
Un compito che può svolgere solo il Sindacato, anche perché – come ha scritto il succitato Luciano Gallino in un altro suo libro, “Il colpo di stato di banche” del 2013 - “i partiti socialisti europei ed i postcomunisti italiani del Pd hanno fatto proprie le idee di fondo del neoliberalismo e le hanno messe in pratica appena sono giunti al governo, in specie sotto forma di liberalizzazione incontrollata della finanza…la cosiddetta terza via inaugurata dal Labour britannico di Tony Blair era un orientamento decisamente positivo nei confronti delle multinazionali e della finanza, ed una riformulazione degli interessi collettivi (ad esempio, quelli sindacali e sociali) in termini individualistici”.
Il Sindacato, quindi: ma in particolare il “nostro” Sindacato, l’Ugl erede della gloriosa Cisnal ed ancor prima dell’insegnamento corridoniano manifestatosi plasticamente a Dalmine provincia di Bergamo, in questo stesso mese di marzo di novantasei anni fa, alla fabbrica “Franchi & Gregorini”, quando gli operai in sciopero per il salario issarono il tricolore nazionale anziché l’internazionalista bandiera rossa.
Restaurare la Sovranità Nazionale per difendere il Lavoro significa però avere un impegno notevole su tutti i campi: la difesa ad oltranza delle imprese esistenti, impedendo “delocalizzazioni” all’estero; la difesa della proprietà azionaria contro le liberalizzazioni che significano svendite all’estero e smantellamento (ed a questo fine è indispensabile la partecipazione dei lavoratori); l’imposizione di dazi protettivi e controlli all’importazione dei prodotti simili a quelli nazionali, combattendo le falsificazioni; la revisione dei trattati internazionali con l’Unione Europea e con l’Organizzazione Mondiale del Commercio al fine di tutelare le nostre specificità produttive; la difesa della legislazione sociale costituita nel corso del secolo scorso; ed anche porre il problema del possibile ripristino della moneta nazionale.
Ma, soprattutto, serve un’opera costante ed assidua di educazione del popolo e delle nuove generazioni affinché riscoprano i valori della Nazione e del Lavoro, ritrovino lo spirito solidaristico e comunitario anziché la concorrenza tra poveri che porta all’eliminazione dei più sfavoriti, ed abbiano una visione ambiziosa della Nazione Italiana che possa avere, come ha avuto fino a pochi decenni fa, un ruolo fondamentale in Europa e nel Mediterraneo, basato sull’inventiva, l’alta tecnologia, la qualità, la cultura anziché ridursi ad un territorio ricco di bellezze naturali ed artistiche i cui abitanti avrebbero solo ruoli ausiliari di ristoratori, camerieri, albergatori, sarti di moda e guide per i visitatori stranieri!

E’ quindi con questo rinnovato, stimolante, ambizioso ed arduo impegno che celebriamo la nostra storia pluridecennale.