Hugo Chávez è la spiegazione del perché, in America Latina, la parola socialismo ha ancora un significato, mentre in Europa
lo ha perduto. Il significato sta nel fatto che là hanno applicato
alcuni principi fondamentali: Chávez è stato un protagonista del
socialismo, che in Europa
è stato totalmente dimenticato. Questa spiegazione sta innanzitutto nei
numeri. Nei circa vent’anni del suo governo, Hugo Chávez ha cambiato la
faccia del Venezuela in modo radicale. E’ stato il suo potere,
la sua guida, che ha portato il Venezuela al primo posto nella
riduzione della povertà in quei paesi. Ha portato al dimezzamento della
mortalità infantile. Ha portato una rivoluzione educativa che ha
trasformato alle radici la cultura di quel popolo, perché adesso l’85%
della popolazione sa leggere e scrivere – più di ogni altro paese
latinoamericano. Un paese che ha meno disoccupazione di tutti gli altri
paesi dell’America Latina, e con un’assistenza sanitaria senza confronti
in tutto il continente, con l’aiuto di Cuba.
Hugo Chávez era dunque un socialista perché amava il suo popolo. E per
questo, come sappiamo, è divenuto lo spauracchio odiato da tutto il mainstream occidentale, dai poteri dell’Occidente e dalla stampa dell’Occidente, al solito: la danza la guidava il Dipartimento di Stato USA, con dietro la Cnn e tutti i grandi media
e le grandi catene americane, e in coda – come sempre – tutte le
televisioni e i giornali italiani, in testa ovviamente “Repubblica”, il
“Corriere della Sera”, la “Stampa”, che non hanno fatto altro che
scrivere contro di lui, contro quello che stava facendo. Lo chiamarono
“dittatore socialista”: doppio insulto, per quelle bocche. Lo chiamavano
“dittatore socialista” sebbene – guardacaso, che stranezza – Hugo
Chávez abbia vinto tutte le elezioni alle quali ha partecipato, e abbia
vinto con grande margine, e non abbia abolito nessuna legge democratica.
E sebbene un popolo intero, nel 2002, lo avesse riportato al potere dopo un colpo di Stato applaudito e benedetto dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America.
Certo, fu un dirigente d’acciaio. E non fece complimenti agli avversari.
Ma a quelli che lo criticano vorrei dire: chi potrebbe trasformare un
paese senza esserne un dirigente d’acciaio? Chi potrebbe tenere in piedi
una situazione così complicata senza andare diritto per la sua strada,
magari anche qualche volta violando qualche norma? Ma perché, noi non
violiamo le norme? Nel nostro paese siamo tutti così puliti, così
democratici e così rispettosi delle norme? Noi, che abbiamo violato la
Costituzione repubblicana a più riprese; che abbiamo depredato il popolo
nella sua sovranità: noi abbiamo il diritto di criticare Hugo Chávez?
Certo, fu un dirigente d’acciaio. Si ispirò a Bolívar, che nell’agosto
del 1805 – noi siamo legati a questa storia – a Montesacro, qui a Roma,
giurò di liberare l’America Latina dal dominio dei potenti. Ma pochi
sanno – quasi nessuno lo ha scritto – che il modello di Chávez, più ancora che Bolívar, fu Salvador Allende.
Una volta, in uno dei suoi discorsi, Chávez disse che si sentiva – come
Allende – pacifista e democratico. E dopo aver studiato i metodi con cui
venne costruito il golpe contro il potere democratico cileno, in cui Allende fu assassinato, Chávez aggiunse: «A
differenza di Allende, noi siamo armati». Lo si può criticare, per
questo? Ma allora lo si fa da un punto di vista molto ingenuo – se non
in malafede. Perché agì di conseguenza, riprendendo nelle mani dello
Stato il controllo dei profitti petroliferi, che a sua volta gli
consentì di riprendere la ricchezza del paese nelle sue mani e di
iniziare la distribuzione di quella ricchezza nelle mani del popolo.
Ovvio che avesse dei nemici. Molti nemici: in patria, e soprattutto
fuori. Mi domando come sia possibile immaginare una cosa diversa. Ma
finché visse, fu invincibile. Con le sue maratone televisive che milioni
di persone ascoltavano, perché immagino le sentissero sincere. Qualcuna
l’ho sentita anch’io, e ho visto la capacità straordinaria di
spiegazione, la volontà di essere capito. Ovvio che, adesso, si
intensificheranno le manovre per cancellare il suo lascito politico –
dall’interno e, soprattutto, dall’esterno.
La transizione che Hugo Chávez ha cominciato è soltanto all’inizio, di
fatto, sebbene il suo Venezuela abbia cambiato non solo se stesso, ma
anche – in gran parte – ciò che è avvenuto in questi ultimi anni in
America Latina: un contributo che è stato decisivo. Assisteremo
probabilmente a una linea di logoramento progressivo, la vecchia tattica
che servirà per far cadere il regime – se ci riusciranno. La capacità
di corruzione e di violenza dell’impero occidentale è immensa;
resistervi non sarà niente affatto facile. Mettere le mani sulle riserve
petrolifere del Venezuela, che pare siano le più grandi del mondo, è
forse l’obiettivo più importante: cioè, trasformare il Venezuela in una
Arabia Saudita dei Caraibi. E’ un’operazione che potrebbe rivelarsi
cruciale, ai primi posti degli interessi americani – anche per salvare i
conti della Federal Reserve, perché l’Arabia Saudita ha continuato a
comprare i certificati di credito del Tesoro degli Stati Uniti con i
propri prodotti petroliferi: è stato un do ut des che Chávez non ha mai
più consentito, da quando ha preso in mano il potere petrolifero. Certo Chávez non
li ha mai comprati, i certificati di credito del Tesoro americani: e
questo è il sogno, in questo momento, dello stesso presidente Obama.
Ma non sarà possibile, se si vorrà continuare la linea impostata da Hugo
Chávez, perché quella linea era basata proprio sulla ripresa in mano
delle redini petrolifere: è con queste che Chávez ha cambiato l’America
Latina, per esempio investendo 36 miliardi di dollari, soltanto negli
ultimi anni, nell’aiuto dei paesi fratelli: per esempio scambiando
petrolio con l’Uruguay in cambio di carne, e prestando denaro a tassi
d’interesse assolutamente infimi rispetto a quelli offerti dal Fondo
Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Quindi siamo in un
momento di svolta, senza dubbio. Il Venezuela, anche senza Chávez, avrà
amici in tutta l’America Latina. E l’esercito potrebbe essere capace di
resistere alle lusinghe e alle minacce che vengono dal Nord.
Aspettiamoci però una serie di operazioni di destabilizzazione. E
impariamo da lui, da loro. Perché anche nei nostri confronti già
esistono, e verranno intensificate, proprio queste manovre di
destabilizzazione. E quando dico da noi, intendo: noi Italia, dopo
questo voto. Stiamo in guardia, dunque. E buona fortuna a tutti.
Fonte: Libre