NINO GALLONI
- Nell'ultima edizione del suo libro "Chi ha tradito l'economia italiana?", c’è una promessa rivolta ai lettori: un nuovo aggiornamento del testo in seguito alle recenti elezioni tedesche del 22 settembre. Lo ritiene davvero necessario visto l'esito?
Le elezioni tedesche mi hanno oggettivamente deluso,
mi aspettavo una migliore performance delle formazioni anti-euro. Ma a forza di
contratti di solidarietà e small jobs gli elettori convergono sul voto
moderato. La Germania
sta sperimentando bassi salari, piena occupazione ed aggressività
internazionale, un mix che già in passato ha prodotto esiti disastrosi.
Nonostante questo, i Tedeschi hanno votato in massa la Merkel ,
che ha comunque commesso un errore nel far fallire il suo alleato di
governo – i liberali del Fdp – ed ora dovrà decidere se andare con i Verdi, e
puntare su una decrescita deleteria per la Germania e per gli altri Paesi dell'Europa, o con
i Socialisti, che si sono dimostrati troppo deboli sul lavoro ed hanno meritato
la sconfitta.
- Visto anche il trionfo della Merkel e la sua nota
reticenza nell'applicare quelle misure per rilanciare l'economia del
continente, l'uscita dalla moneta unica è oggi la migliore opzione per l'Italia
e gli altri Paesi dell'Europa meridionale?
L'uscita dall'euro non è un obiettivo, semmai una
necessità. Il punto di riferimento deve essere il ripristino della sovranità
monetaria o meglio la possibilità di riprendere l'equilibrio tra emissione di
moneta e di titoli a basso costo per finanziare gli investimenti pubblici. Che
si faccia a livello europeo e l'euro divenga finalmente una moneta è uno
scenario possibile. Se poi questo non dovesse accadere, allora certamente, ma
solo per questa ragione, bisogna tornare alle monete nazionali.
- Ritiene possibile una moneta per l'Europa del
Nord ed una per quella del Sud?
Gli economisti che hanno proposto l'euro a due velocità non
tengono conto che l'attuale modello tedesco, vale a dire bassi salari, piena
occupazione ed aggressività internazionale, si è allontanato da quello renano,
sano, e richiederebbe una svalutazione dell'euro proprio per la Germania : i bassi salari
non aiutano un Paese industrializzato, che non deve puntare agli avanzi come
quelli in via di sviluppo, dato che nel momento in cui ha finito di abbinare
alti salari, tecnologia ed esportazioni, per mantenere il livello di
quest'ultime deve abbassare i salari con effetti negativi sulla domanda interna
più che proporzionali agli aumenti delle esportazioni stesse. Il
risultato: una rincorsa al ribasso dei salari ed un circolo vizioso dal lato
della domanda interna.
- Quanto tempo potrà durare questa situazione
insostenibile creatasi tra i Paesi dell'euro-zona?
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Veniamo all'Italia. Lei nei suoi
scritti indica due avvenimenti come emblema del declino italiano: il rapimento
Moro per la fine della sovranità politica e la separazione della Banca Centrale
dal Tesoro per quella monetaria. Possiamo aggiungere anche il novembre del 2011
e l'ascesa di Mario Monti al potere come fine della sovranità tout court?
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Gli anni tra il 1978 ed il 1983 sono stati
effettivamente decisivi per la storia del nostro Paese ed il
cancellare la voce sugli investimenti pubblici, che è l'unico modo di sviluppo,
è stato drammatico per la sua deindustrializzazione. Venendo all'attualità,
Monti è colui che consapevolmente o inconsapevolmente ha cercato di accelerare
il raggiungimento del baratro. Sono convinto che ci sono forze della politica
di questo Paese che ritengono che arrivare al baratro sia salutare per cambiare
la politica salariale e del mondo del lavoro. Esperimenti similari, del resto,
sono stati fatti a Cipro ed in Grecia con risultati inquietanti. Ma qui
arriviamo al nodo del problema: i potentati bancari e multinazionali,
prima del 2007, ed ora finanziari possono-debbono essere contrastati dalla
ripresa di sovranità dei popoli e da classi dirigenti degne di questo
nome? Oppure dobbiamo semplicemente subire? Non c'è una terza alternativa. Io
mi sono sempre schierato per il ripristino di quella legalità nazionale ed
internazionale calpestata dai principi del liberismo.
- A 5 anni dal collasso di Lehman Brothers "ha
vinto Wall Street". Lo hanno scritto recentemente Krugman e Stiglitz.
Perché i governi occidentali non hanno utilizzato il consenso popolare creatosi
nel 2008 per riformare il sistema finanziario?
Mentre prima l'economia, la finanza e la moneta erano
circondati da un alone di ignoranza, oggi grazie al lavoro di tanti economisti,
esperti e studiosi – mi ci metto anche io – questi concetti sono divenuti più
comprensibili. Ma paradossalmente è divenuto più difficile capire come mettere
in pratica quello che si è sintetizzato dalla teoria. Due sono i passaggi
fondamentali da compiere, come sottolineano anche Krugman e Stiglitz. Primo. La
reintroduzione del Glass-Steagall Act – la separazione tra le banche
di credito e società finanziarie. Ma la posizione di Draghi è diversa ed è per
metterle in subalternità alla finanza, attaccando senza motivi il nesso tra
debiti sovrani e banche. Queste ultime guadagnano solo se prestano, ma se ci
sono troppi vincoli, trope Basilee, troppe Eba, il sistema si impalla. Ed una
prospettiva di un governo europeo delle banche, come è alle esame in questi
mesi, peggiorerà la loro situazione.
Secondo. Il recupero della sovranità monetaria degli
Stati, essenziale per poi parlare di reddito di cittadinanza,
ripristino dei servizi pubblici e lo sviluppo dei Paesi in generale. Ma dove le
analisi dei premi Nobel sono carenti è nel dare praticità alle loro
teorie.
- La crisi attuale ha le sue radici nel trionfo
delle idee monetariste a partire dalla fine degli anni '70 che ha prodotto un
modello socio-economico oggi insostenibile e fallimentare. La soluzione è
ritornare alle politiche Keynesiane? Vede altre strade? E come passare dalla
teoria alla pratica se anche i partiti socialisti europei hanno accettato le
regole del gioco neo-liberiste?
Per parafrasare il noto aforisma di Einstein, la classe
dirigente che ha prodotto il problema non può candidarsi ad essere la
soluzione. Dovremo abbandonare tutte quelle illusioni liberiste,
mercantiliste e monetariste che ci hanno portato alla crisi attuale.
In generale, credo che potremo prendere l'analisi
keynesiana a riferimento ma con due accortezze: la prima è di
distinguere fra la teoria dell'emissione da parte dello Stato di moneta, teoria
che resta valida ma bisogna considerare meglio quella privata e bancaria. La
critica che faccio al Mmt ed Epic, ad esempio, è che fanno un discorso giusto
sulla moneta statale ma trascurano che il grosso della moneta di un sistema è
credito fra privati e credito bancario. Ci sono state degenerazioni
ingiustificabili ed oggi la moneta statale è paralizzata - un danno enorme che
va riparato - ma quella bancaria ha tutt'altra funzione ed è il 96% del totale.
Il secondo punto è che dobbiamo aggiornare Keynes allo
sviluppo tecnologico ed alla segmentazione del mondo del lavoro.
I governi si devono muovere verso un pareggio di bilancio di
parte corrente, esclusi gli interessi, e creare invece disavanzi per finanziare
gli investimenti pubblici di cui una parte sono i titoli a basso tasso d'interesse.
Quindi, una Banca centrale o pubblica deve acquistare – con
moneta aggiuntiva – quella evenutale parte di offerta obbligazionaria che
rimanga invenduta. Si otterrebbe così un modulo sano e virtuoso per l'economia.