di Joe Fallisi
Forse la storia, col suo peso di piombo che ci grava sulle spalle, dovrebbe insegnarci che la pretesa di incarnare una "volontà generale" obbligatoria è in primis la peggiore (e più delirante) radice dispotica. In altre parole cosa dimostra, nelle vicende della nostra sottospecie, la tendenza condivisa verso qualche forma di paradiso in terra, che, di volta in volta, non aspetterebbe altro se non specifici "catalizzatori"? NIENTE. O meglio, si affacciano, eccome, di quando in quando, proposte, tentativi, anche grandiosi, meravigliosi, che mirano a una nuova giustizia e armonia (tra gli uomini e persino, qualche rarissima volta, con la natura e gli animali), ma sono sempre di gruppi minoritari, di minoranze di individui agenti, che nei casi migliori cercano di sperimentare in prima persona e innanzi tutto per sé i loro sogni e desideri, la loro necessità di palingenesi. E OGNI VOLTA che cominciano a pretendere di imporre quest'ultima alle masse, diventano tiranni grotteschi, dando presto l'esempio contrario rispetto a quel che predicano infervorati. Quanto al "proletariato", non c'è uno straccio di ragione vera (innanzi tutto etica, o meglio di giustizia, di equità) per cui tale genere moderno di lavoratore-automa, di poveraccio alla catena debba stendere su tutta la società il proprio eventuale modello e dominio, la propria "dittatura". Quel che ne viene fuori, quando i suoi preti riescono ad arraffare il potere, è una tetraggine senza luce, mortale, asfissiante. La società e l'umanità "nova" si dimostrano un incubo.