giovedì 21 maggio 2020

DA SERVAGGIO A SOVRANITÀ



Serva Italia di dolore ostello
Le misure demenziali nonché liberticide imposte al popolo italiano, e che minacciano di protrarsi per  tutto l’anno di disgrazie 2020, sono il capolinea di un lungo viaggio del quale il più degli italiani sono al buio per essere stati non educati, ma formattati, da una scuola fatta apposta per anchilosare menti, volontà e cuori. Alcuni, però, degli italiani, conservano elementi di Logos di una cultura bimillenaria, sprazzi della quale potrebbero operare cambi significativi.
Due donne coraggiose
Un’italiana così è Sara Cunial, parlamentare. In un intervento di sei minuti, costei ha fatto esplodere una vera bomba a Montecitorio, tacciando il governo di menzogna, latrocinio e omicidio. Da un altro angolo di quello che una volta fu la Cristianità si è fatta viva Dagmar Belokovitsch, parlamentare anche lei, austriaca, che ha lanciato identiche accuse al suo governo. Se le due si conoscessero prima dei loro interventi non mi è dato sapere.
Chi ha la memoria lunga è in grado di chiedersi se siano proprio i governi da biasimare per tali misure, e se buttare fuori politici e intrallazzisti di tutte le leghe cambierebbe veramente qualcosa. Mi limiterò al Bel Paese, giacché non ho elementi di giudizio per l’altro.
La leggerezza, facilità e noncuranza con cui un governo non eletto fa caso omesso della Costituzione, emette leggi draconiane e opprime anziché proteggere i suoi cittadini, prova senza ombra di dubbio che le tanto millantate istituzioni come “stato di diritto”, “democrazia”, “sovranità popolare”, et similia, non sono che flatus vocis privi di significato. Il verso di Dante che apre questo saggio la azzecca: servitù e dolore per gli italiani. Ma da quando?
Per non andare troppo a ritroso nel tempo, vivono ancora testimoni oculari della perdita di sovranità politico-militare.  Dal 1945, l’ambasciatore di Zio Sam, con il rispaldo di un buon centinaio di basi militari di occupazione, detta e i governi obbediscono.
La sovranità monetaria fu strappata all’Italia allo stesso tempo, con la Am-Lira di occupazione. Oggi ce l’ha la Banca Centrale Europea, con un Euro dotato di una contraddizione plurisecolare di riserva di valore e mezzo di scambio, che favorisce speculatori e usurai e penalizza le forze del lavoro, la spina dorsale dell’economia reale che crea ricchezza.
La sovranità economica, cioè il mondo del lavoro, è saldamente in mano alla criminalità organizzata, in ringraziamento per il servigio reso nel facilitare agli Alleati l’entrata nel paese. C’è chi si straccia le vesti per lo “scandalo”, o “sconcio”, di uno Stato che si abbassa a negoziare con la Mafia. Chi lo fa non capisec, o meglio è stato addestrato a non capire, che lo Stato non ha scelta; il più debole deve sottomettersi al più forte. Ma nessuno si chiede perchè.
 Si tratta del tabù dei tabù. Il cittadino che si trova stretto tra la ganascia della Mafia, che commina ed eseguisce la pena capitale, e quella di uno Stato che al più lo mette al fresco per un certo tempo, non ha dubbi su chi obbedire. Ecco il perchè di una generale mancanza di entusiasmo davanti a libri che espongono i fatti senza risalire alle cause. “La sovranità appartiene al popolo”, come recita l’articolo 1 della Costituzione, la fa da falso in atto pubblico.
Esiste una prova di tal servaggio? Esiste. Fu il diktat (senza quel nome, naturalmente) che i vincitori del conflitto imposero al governo De Gasperi nel 1947, a Parigi. A differenza del Trattato di Versailles del 1919, le cui clausole erano pubbliche, quelle di Parigi del 1947 rimangono segrete. Pochi italiani sanno della sua esistenza, e nessuno ne conosce i contenuti.
Marcia su Roma?
Supponiamo che milioni di italiani rispondano all’invito dei Gilet Arancioni del Generale Pappalardo di marciare su Roma per metter fine al disordine imperante. E supponiamo per di più che la loro proposta di far stampare dal Tesoro 700 miliardi di Lire Italiche da affiancare all’Euro abbia successo. Cosa avverrebbe?
Si ritornerebbe allo status quo in un tempo più o meno breve, ma si ritornerebbe. Per capirne il perchè, prestiamo attenzione alla natura di quei 700 miliardi. Essi soffrirebbero l’identico difetto di tutte le monete emesse dal tempo di Re Creso di Lidia (m.546 a.C.) ad oggi. Riserva di valore e mezzo di scambio continuerebbero a coabitarvi, permettendo a chi possiede il primo di imporre un tributo a chi ha bisogno del secondo. Quel tributo si chiama usura.
La sua esistenza ontologica è dovuta allo sbilancio tra domanda e offerta. Chi possiede riserva di valore indeperibile, può scegliere quando e come trasformarla in mezzo di scambio spendendola. Chi produce derrate deperibili, quella scelta non ce l’ha. Deve vendere, e se il compratore gli impone un tributo usurario, deve pagarlo.
La sua esistenza storica data dalla malaugurata decisione di Re Creso. Gli storiografi incastonati non vedono i suoi effetti come guerre senza fine, la lotta di classe plurisecolare tra chi guadagna senza lavorare a spese di chi lavora senza guadagnare, lo smantellamento della Cristianità, il furto dei mezzi di produzione alle famiglie, la distruzione delle monarchie, la Rivoluzione, e tant’altro. E Marx la occulta del tutto, inventandosi una lotta tra “padroni” e “lavoratori” tanto fittizia quanto scellerata. Come evitare, o meglio sconfiggere, l’usura?
Evochiamo lo spettro di Silvio Gesell (1862-1930). È dal 1906 che va ripetendo: Non emettete 700 miliardi se avete bisogno di mezzo di scambio per quella somma. Emettetene dieci, ma fateli circolare 70 volte, che è lo stesso. O anche due, che circolando 400 volte, metterebbe a disposizione degli italiani ben 800 miliardi. Non è utopia. È storia.
Nel luglio del 1932, quando Mussolini era all’apice del potere, un esperimento monetario faceva scalpore oltr’Alpe. Il municipio di Wörgl, cittadina del Tirolo austriaco di 4mila abitanti, stampava buoni-lavoro per sopperire alla scarsezza di liquido e conseguente disoccupazione dovute alla sottrazione deliberata di contante da parte delle banche. I buoni, quotati alla pari con lo scellino ufficiale, pagavano un’imposta di tesoreggiamento dell’1% mensile, registrata sul biglietto obliterando una delle dodici caselle ivi stampate. Dopo un anno si cambiava il biglietto usato con uno nuovo, fornito dal municipio, il quale accettava buoni in concetto di tasse. I buoni circolavano, come fa il sangue che parte dal cuore per ritornarvi.
Dopo 14 mesi, la Banca Centrale cassò l’esperimento. Ma i risultati, ancora oggi visionabili in Rete, parlano da soli: una misera emissione di 5300 scellini, circolando 450 volte per una somma di 2,5 milioni, fece rivivere l’economia locale, costruì un ponte sul fiume Inn (ancora in funzione), rinnovò fognature, strade, e costruì perfino un trampolino da sci.
Non mi è dato sapere se gli usurai consiglieri del Duce lo informarono dell’assunto. Ad applicarne il metodo ai 45 milioni di italiani di allora, la storia avrebbe preso un corso diverso. Quale, che il lettore faccia sbizzarire l’immaginazione.
Una Lira Italica, proposta dai Gilet Arancioni ma privata della funzione di riserva di valore, favorirebbe le forze del lavoro, sferrando un colpo durissimo, se non mortale, allo strapotere bancario. L’abbondanza di mezzo di scambio, dovuta esclusivamente alla velocità di circolazione e non alla quantità di contante, renderebbe inutile tanto il credito truffaldino mascherato come “prestito”, quanto la necessità di “aprire conti correnti”. A nessuno converrebbe trattenere più contante del necessario per spese giornaliere. Per quelle straordinarie vedi infra.  Né la speculazione né la Grande Usura sarebbero più in grado di imporre tributo a chicchessia. Chi volesse ancora vivere di interesse e manipolazioni finanziarie, potrebbe farlo con l’Euro.
 Potrebbe la Lira Italica a circolazione forzata e libera da usura restituire al paese le tre sovranità perdute? Vediamolo.
Non conosco i contenuti del diktat di Parigi, ma non è difficile indovinare che proibissero all’Italia di emettere moneta propria, e che la decisione di Aldo Moro e Giovanni Leone di emettere il pezzo di Stato da 500 lire non sia stata estranea a quel che avvenne.
Ma sorvoliamo. Il diktat non si pronunzia su circolazione forzata. Per cui la misera somma di dieci, o anche di due, miliardi non indurrebbe Zio Sam a reagire. La Lira Italica, inconvertibile e circolante solo all’interno, non intaccherebbe le prerogative dell’Euro, cosicché anche la BCE ci lascerebbe in pace. La sovranità monetaria ritornerebbe all’Italia.
La Lira Italica, sostenuta dall’autorità politica, avrebbe il salutare effetto di mettere fuori legge l’interesse, “principio” pragmatico ed iniquo che concede al denaro, sterile per natura, una fecondità artificiale, e del quale non sembrano essere al tanto neanche economisti di grido[1].
E la sovranità economica? Il mafioso che domandasse “il pizzo”, non troverebbe somme ingenti in nessun esercizio, dato che non converrebbe a nessuno “risparmiare”. E se volesse lui tesoreggiare Lire Italiche in eccesso ai suoi bisogni, vedrebbe il suo gruzzolo diminuire inesorabilmente. In 100 mesi (otto anni e quattro mesi), esso sparirebbe del tutto[2].
“Ma come risparmiare?”, si chiedono i patiti di codesta pratica. Niente paura. Si risparmia, anche più di prima, ma non nel forziere o sotto il proverbiale materasso. Si risparmia in banca, in una “nuvola” monetaria del tipo di quella informatica. La banca, costretta a prestare a interesse 0% o a tesoreggiare a interesse negativo, si premurerebbe di trovare prestatari veri, e dovrebbe fare quello che oggi dice di fare ma non fa: prestare denaro che ha invece di crearlo dal nulla con una truffa detta “credito” sul quale chiede un interesse indebito. Per il servizio, il prestatario pagherebbe un onorario convenuto.
Gli esempi che seguono, non esaurienti, danno un’idea delle potenzialità della Lira Italica.
Il nuovo ponte di Genova, appena finito, è costato 200 milioni di euro in 14 mesi di lavoro. A quanto ammonti l’usura pagata per quei 200 milioni non importa tanto. Il dato importante è che solo 500mila Lire Italiche a circolazione forzata, libere da usura, lo avrebbero costruito nello stesso tempo circolando 400 volte, meno delle 450 degli scellini di Wörgl nel 1932-33. Lo stesso vale per qualunque struttura, pubblica o privata.
La Lira Italica garantirebbe la piena occupazione. Qualunque lavoro, anche precario, verrebbe compensato in contanti e alla consegna, senza remore burocratiche o altro.
Tutte le linee ferroviarie intra-italiane potrebbero godere di alta velocità, non solo le internazionali[3]. La Circumetnea di Catania, di interesse spiccatamente turistico, potrebbe offrire trazione a vapore e uniformi d’epoca per attirare i turisti patiti di quella tecnologia.
Unire la Penisola alla Sicilia non richiederebbe un ponte, ma un più semplice tunnel sommerso come nel Kattegat, invisibile, che collegasse le due sponde non tra i punti “più vicini”, ma più convenienti, diciamo dalla tangente calabra alla stazione ferroviaria di Messina.
La Lira Italica ha tutta la potenzialità di rimboschire il territorio, deturpato da un dissennato disboscamento che lo priva da secoli della coltre verde che attira la pioggia.
La pendenza di fiumi e fiumiciattoli con abbondante volume d’acqua è in grado di generare tutta l’energia elettrica necessaria al paese senza bisogno di dighe tanto imponenti quanto inutili. Il vortice di Schauberger (1885-1958) sarebbe più che sufficiente. 
Le isole senza acqua potabile avrebbero ciascuna il suo impianto di desalinizzazione, rendendole così abitabili permanentemente.
La stessa Lira è in grado di migliorare la salute degli italiani (a prescindere dalla bufala del coronavirus) producendo concimi organici come servizio pubblico e permettendo di fermare una volta per tutte l’avvelenamento dei suoli agricoli con fertilizzanti e pesticidi che deprimono la resistenza immunitaria degli italiani.
Il limite superiore al da fare verrà determinato dalla mancanza di manodopera, non dal tradizionale “non ci sono soldi”.
Ritornerebbe la dottrina del giusto prezzo e del salario equo, cioé famigliare. Il lavoro verrebbe retribuito proporzionalmente ai bisogni e non all’abbondanza o scarsezza delle prestazioni. “Stipendi da capogiro” potrebbero percepirsi, ma non tesoreggiarsi, pena il deprezzamento per mancata spesa. In banca, quei soldi sarebbero disponibili a chiunque ne avesse bisogno, a interesse 0% naturalmente.
Le madri verrebbero  generosamente retribuite per il necessario e duro lavoro domestico; si costruirebbero strutture che l’usura non permette: strade urbane a doppio livello, con traffico sul ponte superiore e parcheggio in quello inferiore;  ritornerebbe la bellezza e la durabilità, senza obsolescenza programmata e impacchettamento costoso e innecessario; eccetera.
L’avvento inaspettato dello spauracchio camuffato da emergenza sanitaria sta spingendo il popolo italiano verso l’unità più di Risorgimento, fascismo e democrazia messi insieme. Ma una unità basata su una comune ostilità non dura. Ci vuole ben altro. Se la seconda marcia su Roma avrà successo, prometto un saggio ulteriore.

Silvano Borruso
21 maggio 2020




[1] Dante mette usurai e sodomiti nella stessa bolgia, i primi per rendere fecondo il denaro e i secondi per rendere sterile l’atto sessuale.
[2] Microsoft di Bill Gates si vanta di tesoreggiare ben 56 miliardi di dollari in contante “per far fronte ad un anno di zero vendite”. Una tassa di magazzinaggio del 12% annuale costerebbe loro 18,6 milioni giornalieri.  
[3]. I 60mila chilometri di linee cinesi, riducendo i tempi di viaggio, promuovono unità politica, non utile finanziario.