venerdì 19 agosto 2016

Vilfredo Pareto aveva capito tutto

Un articolo di René-Louis Berclaz, svizzero francofono dalle idee chiare. Penso che valga la pena pubblicarlo in Accademia. L’originale è in francese, nel sitoLa Sentinelle du Continent.

Vilfredo Pareto aveva già capito tutto
René-Louis Berclaz

La citazione che segue, quasi centenaria, proviene da La Transformation de la Démocratie (1920, p.60) di Vilfredo Pareto (1848-1923). Sembra un commento di attualità scottante.
La plutocrazia ha escogitato innumerevoli espedienti, come un debito pubblico che i plutocrati sanno non essere mai estinguibile, tasse sul capitale, imposte che esauriscono i redditi di coloro che non speculano affatto, leggi sul consumo rivelatesi regolarmente inutili, et similia. Lo scopo principale di ciascuna di esse è di ingannare le masse.
Prima di intraprendere la carriera accademica, Pareto, ingegnere di formazione, aveva lavorato nelle ferrovie italiane, dove ebbe a constatare che i mercati pubblici erano il bersaglio di una corruzione endemica.
Autore di numerosi trattati di economia politica, nel 1906 formulò il principio secondo il quale la distribuzione dei redditi da lavoro nelle società industriali viene stabilito da un rapporto costante di uno a cinque. Il che vuol dire che il prodotto del lavoro del 20% della popolazione basta ai bisogni della collettività. Constatò inoltre che il plusvalore de l’80% degli introiti va ad aumentare la ricchezza del 20% dei più fortunati. Una tale osservazione richiede il funzionamento di un sistema complesso di vasi comunicanti, nel quale l’aumento di reddito di un individuo non può avvenire se non a spese altrui.
Ci si avvide ben presto quanto ben fondato fosse il principio di Pareto durante la Prima Guerra Mondiale; i combattenti delle armate belligeranti, formate da coscritti, sommavano a diversi milioni, ragione per cui gli esperti stimavano che il conflitto non potesse durare che poche settimane, dopodiché i combattimenti sarebbero cessati per mancanza di manodopera e di risorse finanziarie necessarie per la produzione di armi e munizioni. Infatti operai, impiegati e contadini dovevano lasciare il lavoro per la mobilitazione generale, mentre lo sforzo bellico aveva bisogno al contrario di un aumento di manodopera per rispondere al crescente fabbisogno produttivo. Codesta penuria di manodopera ebbe l’effetto di mandare le donne in fabbrica e di istituire la tassa sul reddito per finanziare lo sforzo bellico.
I combattenti in trincea si chiedevano perchè, prima della guerra, bisognava lavorare tanto per guadagnare così poco, mentre sotto le armi uno veniva alloggiato, nutrito ed equipaggiato per anni senza far niente di produttivo. A codeste spese di sussistenza si aggiungeva il costo delle operazioni militari, che consumavano una quantità incredibile di rifornimenti, armi e munizioni, venduti a peso d’oro dai mercanti di armi e altri speculatori di guerra. Ed ecco che lo Stato trovava risorse illimitate per finanziare tali spese.
Poco prima dell’inizio delle ostilità Hiram Maxim, inventore della mitragliatrice omonima, venne chiamato per una dimostrazione davanti al re di Danimarca. Geniale inventore ma mediocre commerciante, ebbe la cattiva idea di rivelare che il prezzo delle munizioni per la sua mitragliatrice, a quel ritmo di tiro, sarebbe stato di 2600 marchi al minuto. Il monarca declinò l’offerta sospirando : « Due ore di fuoco manderebbero il mio regno in bancarotta ! » Lo scrupoloso monarca ignorava senza dubbio l’esistenza di benefattori dell’umanità più che disposti ad anticipargli i capitali necessari per l’acquisto di armi e munizioni in quantità illimitate, sempre che il prestito si basasse sul sudore dei buoni e leali sudditi del re.
Ignorava quel sovrano, per di più, che secondo il principio di Pareto, sottraendo dalle piramide delle età gli inattivi naturali (vecchi e bambini), cioè il 25-30% di una popolazione, più la parte fissa del 20% già vista, così da fornire una base economica per sopperire ai bisogni vitali,  resta un margine confortevole di circa 50% di attivi potenziali: lavoratori, disoccupati, migranti, soldati, pronti ad essere impiegati, spiazzati o eliminati secondo gli interessi degli speculatori. I progressi realizzati nell’organizzazione del lavoro dopo l’epoca di Pareto, grazie all’informatica, hanno aumentato piuttosto che diminuito il margine di attivi potenziali. In tempo di guerra costoro vengono ripartiti secondo i bisogni della produzione, o utilizzati come carne da cannone. Grazie all’indebitamento massiccio dei belligeranti, fu possibile sostenere un gigantesco sforzo di guerra durante i 49 mesi del primo conflitto mondiale, senza arrivare alla bancarotta generale prevista dagli esperti.
La guerra è proprio la messe degli usurai internazionali, giacché essa genera debiti colossali garantiti dallo Stato. In tempo di pace, invece, lo Stato è tenuto, per controllare il suo bilancio, a limitare le spese in funzione degli introiti. Gli speculatori hanno aggirato la difficoltà creando un indebitamento fuori bilancio, il quale genera a sua volta colossali ammortizzazioni da accollare ai contribuenti.
Come il capello nella minestra, il principio di Pareto interpella circa la cruciale questione economica della distribuzione dei redditi. Per nascondere un neo così grosso, gli speculatori causano conflitti armati e guerre economiche. In condizioni difficili e instabili non è più possibile distribuire i redditi su basi eque, giacché i parametri economici cambiano costantemente al ritmo di guerre e crisi finanziarie. È il ladro che appicca il fuoco alla casa per cancellare le tracce e distruggere gli indizi. E per ben obliterare le tracce, le buone democrazie mettono su e finanziano formazioni politiche rivendicanti la lotta di classe o la giustizia sociale per combattere le ineguaglianze e le carestie provocate dalle manovre degli speculatori, ma che mai permettono di attaccare il male alla radice
E per meglio legittimare il regno del Vitello d’Oro, si fanno gargarismi con paroloni come Democrazia, Diritti Umani e Pace Universale per fare ingoiare la pillola.
Vilfredo Pareto, professore di economia politica all’Università di Lausanne dal 1893 al 1909, era partitario di un liberalismo che non era quello del lupo nell’ovile. Pareto salutò nell’avvento del fascismo in Italia un’era nuova fondata su un liberalismo disciplinato, cosciente delle sue responsabilità sociali e mirante a una equa distribuzione dei redditi. A volte l’allievo sorpassa il maestro, come avvenne per il fondatore del fascismo. Nel 1937, l’Università di Lausanne conferì a Benito Mussolini il Dottorato Honoris Causa in scienze sociali e politiche. Ecco il testo dell’allocuzione.
L’Università di Lausanne al suo ex-alunno Benito Mussolini
La Vostra carica di Capo del Governo di una delle più grandi potenze dell’ora presente vi impone schiaccianti responsabilità ; malgrado ciò Voi avete voluto conservare verso la nostra Scuola, dopo l’epoca in cui l’avete frequentata, sentimenti di sincera amicizia e fedele simpatia delle quali sentiamo tutto l’onore e il premio.
Di codesti sentimenti Voi avete dato, in varie occasioni, testimonianze alle quali noi siamo stati estremamente sensibili.
L’Università di Lausanne, come è noto, è profondamente consona alle istituzioni liberali e democraticamente repubblicane che reggono la nostra patria; ma, nella misura delle sue risorse scientifiche, essa si sforza di studiare e comprendere i movimenti di idee e di fatti che accadono fuori dalla Svizzera.
Per codesto scopo essa ha istituito, tra l’altro, una Scuola di Science Sociali e Politiche della quale il Vostro eminente compatriota Vilfredo Pareto è stato uno dei promotori più convinti e alla quale ha conferito una fama mondiale. Codesta Scuola, della quale Voi avete seguito i corsi ai primi tempi della sua organizzazione, ha dedicato una grande attenzione all’opera di rinnovo sociale grazie alla quale Voi avete, nel sopprimere la lotta di interessi di partito, restituito al popolo italiano il senso vitale della sua coesione spirituale, economica e sociale.
Un’operato a tale scala non è oggettivamente caratterizzabile ed apprezzabile in poche linee ; è certo però che esso rappresenta uno degli sforzi più caratteristici per sormontare la crisi morale ed economica delle quali ogni nazione soffre oggidí ; esso lascerà una traccia profonda nella storia.
Come creatore e realizzatore di una concezione sociologica originale, Voi avete dato lustro all’Università di Lausanne; ecco perchè essa ci tiene a rendere omaggio allo splendore con il quale l’avete investita. Per cui essa ha l’onore di conferire, su proposta della sua Scuola di science Sociali e Politiche, la sua più alta distinzione: il DOTTORATO HONORIS CAUSA ; ed è il Vostro maestro, M. Pascal Boninsegni, illustre direttore di codesta scuola e il solo dei vostri antichi pofessori ancora in funzione, che vi impone l’onorificenza.
L’Università di Lausanne non ha mai invalidato il dottorato Honoris Causa di Benito Mussolini, di cui oggi egli è sempre titolare, postumo, a pieno diritto. Nel 1937 l’esperienza italiana faceva i suoi collaudi da una quindicina d’anni, attirando imitatori in tutto il mondo. Dal 1933 la Germania, a sua volta, seguiva la via di una economia senza profittatori di guerra e speculatori. I risultati spettacolari ottenuti dal Terzo Reich in brevissimo tempo per una equa ripartizione dei redditi sorpassarono tutte le aspettative.
La combriccola di usurai internazionali vedeva, costernata, sciogliersi come neve al sole la sua clientela di democrazie plutocratiche, ad opera di stati nazionali a vocazione sociale liberi dal cancro di un debito pubblico soffocante.
Da allora, tutti i pretesti vennero escogitati per precipitare l’Europa in una nuova guerra fratricida, così da distruggere un’esperienza sociale troppo esemplare. Oggi più che mai si impiegano svergognatamente gli stessi pretesti fallaci, conditi di crudeli favole, per porre un cordone di sicurezza ai dettagli degli squilibri sociali che colpiscono le società cosiddette democratiche, e per esorcizzare quegli spiriti liberi e coraggiosi che seppero vincerli con un successo giammai uguagliato.
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