Un articolo di René-Louis Berclaz, svizzero francofono dalle idee chiare. Penso che valga la pena pubblicarlo in Accademia. L’originale è in francese, nel sitoLa Sentinelle du Continent.
Vilfredo Pareto aveva già capito tutto
René-Louis Berclaz
La citazione
che segue, quasi centenaria, proviene da La
Transformation de la Démocratie (1920, p.60) di Vilfredo Pareto
(1848-1923). Sembra un commento di attualità scottante.
La plutocrazia
ha escogitato innumerevoli espedienti, come un debito pubblico che i plutocrati
sanno non essere mai estinguibile, tasse sul capitale, imposte che esauriscono
i redditi di coloro che non speculano affatto, leggi sul consumo rivelatesi
regolarmente inutili, et similia. Lo
scopo principale di ciascuna di esse è di ingannare le masse.
Prima di
intraprendere la carriera accademica, Pareto, ingegnere di formazione, aveva lavorato
nelle ferrovie italiane, dove ebbe a constatare che i mercati pubblici erano il
bersaglio di una corruzione endemica.
Autore di
numerosi trattati di economia politica, nel 1906 formulò il principio secondo
il quale la distribuzione dei redditi da lavoro nelle società industriali viene
stabilito da un rapporto costante di uno a cinque. Il che vuol dire che il
prodotto del lavoro del 20% della popolazione basta ai bisogni della
collettività. Constatò inoltre che il plusvalore de l’80% degli introiti va ad
aumentare la ricchezza del 20% dei più fortunati. Una tale osservazione
richiede il funzionamento di un sistema complesso di vasi comunicanti, nel
quale l’aumento di reddito di un individuo non può avvenire se non a spese
altrui.
Ci si avvide
ben presto quanto ben fondato fosse il principio di Pareto durante la Prima
Guerra Mondiale; i combattenti delle armate belligeranti, formate da coscritti,
sommavano a diversi milioni, ragione per cui gli esperti stimavano che il
conflitto non potesse durare che poche settimane, dopodiché i combattimenti sarebbero
cessati per mancanza di manodopera e di risorse finanziarie necessarie per la
produzione di armi e munizioni. Infatti operai, impiegati e contadini dovevano
lasciare il lavoro per la mobilitazione generale, mentre lo sforzo bellico
aveva bisogno al contrario di un aumento di manodopera per rispondere al
crescente fabbisogno produttivo. Codesta penuria di manodopera ebbe l’effetto
di mandare le donne in fabbrica e di istituire la tassa sul reddito per
finanziare lo sforzo bellico.
I combattenti in
trincea si chiedevano perchè, prima della guerra, bisognava lavorare tanto per
guadagnare così poco, mentre sotto le armi uno veniva alloggiato, nutrito ed
equipaggiato per anni senza far niente di produttivo. A codeste spese di
sussistenza si aggiungeva il costo delle operazioni militari, che consumavano
una quantità incredibile di rifornimenti, armi e munizioni, venduti a peso
d’oro dai mercanti di armi e altri speculatori di guerra. Ed ecco che lo Stato
trovava risorse illimitate per finanziare tali spese.
Poco prima dell’inizio
delle ostilità Hiram Maxim, inventore della mitragliatrice omonima, venne
chiamato per una dimostrazione davanti al re di Danimarca. Geniale inventore ma
mediocre commerciante, ebbe la cattiva idea di rivelare che il prezzo delle
munizioni per la sua mitragliatrice, a quel ritmo di tiro, sarebbe stato di 2600
marchi al minuto. Il monarca declinò l’offerta sospirando : « Due ore
di fuoco manderebbero il mio regno in bancarotta ! » Lo scrupoloso
monarca ignorava senza dubbio l’esistenza di benefattori dell’umanità più che
disposti ad anticipargli i capitali necessari per l’acquisto di armi e
munizioni in quantità illimitate, sempre che il prestito si basasse sul sudore
dei buoni e leali sudditi del re.
Ignorava quel
sovrano, per di più, che secondo il principio di Pareto, sottraendo dalle
piramide delle età gli inattivi naturali (vecchi e bambini), cioè il 25-30% di
una popolazione, più la parte fissa del 20% già vista, così da fornire una base
economica per sopperire ai bisogni vitali,
resta un margine confortevole di circa 50% di attivi potenziali:
lavoratori, disoccupati, migranti, soldati, pronti ad essere impiegati,
spiazzati o eliminati secondo gli interessi degli speculatori. I progressi
realizzati nell’organizzazione del lavoro dopo l’epoca di Pareto, grazie
all’informatica, hanno aumentato piuttosto che diminuito il margine di attivi
potenziali. In tempo di guerra costoro vengono ripartiti secondo i bisogni
della produzione, o utilizzati come carne da cannone. Grazie all’indebitamento
massiccio dei belligeranti, fu possibile sostenere un gigantesco sforzo di
guerra durante i 49 mesi del primo conflitto mondiale, senza arrivare alla
bancarotta generale prevista dagli esperti.
La guerra è
proprio la messe degli usurai internazionali, giacché essa genera debiti
colossali garantiti dallo Stato. In tempo di pace, invece, lo Stato è tenuto, per
controllare il suo bilancio, a limitare le spese in funzione degli introiti.
Gli speculatori hanno aggirato la difficoltà creando un indebitamento fuori
bilancio, il quale genera a sua volta colossali ammortizzazioni da accollare ai
contribuenti.
Come il capello
nella minestra, il principio di Pareto interpella circa la cruciale questione
economica della distribuzione dei redditi. Per nascondere un neo così grosso, gli
speculatori causano conflitti armati e guerre economiche. In condizioni
difficili e instabili non è più possibile distribuire i redditi su basi eque,
giacché i parametri economici cambiano costantemente al ritmo di guerre e crisi
finanziarie. È il ladro che appicca il fuoco alla casa per cancellare le tracce
e distruggere gli indizi. E per ben obliterare le tracce, le buone democrazie
mettono su e finanziano formazioni politiche rivendicanti la lotta di classe o
la giustizia sociale per combattere le ineguaglianze e le carestie provocate
dalle manovre degli speculatori, ma che mai permettono di attaccare il male
alla radice…
E per meglio
legittimare il regno del Vitello d’Oro, si fanno gargarismi con paroloni come Democrazia,
Diritti Umani e Pace Universale per fare ingoiare la pillola.
Vilfredo
Pareto, professore di economia politica all’Università di Lausanne dal 1893 al
1909, era partitario di un liberalismo che non era quello del lupo nell’ovile.
Pareto salutò nell’avvento del fascismo in Italia un’era nuova fondata su un
liberalismo disciplinato, cosciente delle sue responsabilità sociali e mirante
a una equa distribuzione dei redditi. A volte l’allievo sorpassa il maestro, come
avvenne per il fondatore del fascismo. Nel 1937, l’Università di Lausanne
conferì a Benito Mussolini il Dottorato Honoris Causa in scienze sociali e politiche.
Ecco il testo dell’allocuzione.
L’Università di Lausanne al suo ex-alunno Benito Mussolini
La Vostra carica di Capo del Governo di una delle più
grandi potenze dell’ora presente vi impone schiaccianti responsabilità ;
malgrado ciò Voi avete voluto conservare verso la nostra Scuola, dopo l’epoca
in cui l’avete frequentata, sentimenti di sincera amicizia e fedele simpatia
delle quali sentiamo tutto l’onore e il premio.
Di codesti sentimenti Voi avete dato, in varie occasioni,
testimonianze alle quali noi siamo stati estremamente sensibili.
L’Università di Lausanne, come è noto, è profondamente consona
alle istituzioni liberali e democraticamente repubblicane che reggono la nostra
patria; ma, nella misura delle sue risorse scientifiche, essa si sforza di
studiare e comprendere i movimenti di idee e di fatti che accadono fuori dalla
Svizzera.
Per codesto scopo essa ha istituito, tra l’altro, una
Scuola di Science Sociali e Politiche della quale il Vostro eminente
compatriota Vilfredo Pareto è stato uno dei promotori più convinti e alla quale
ha conferito una fama mondiale. Codesta Scuola, della quale Voi avete seguito i
corsi ai primi tempi della sua organizzazione, ha dedicato una grande
attenzione all’opera di rinnovo sociale grazie alla quale Voi avete, nel
sopprimere la lotta di interessi di partito, restituito al popolo italiano il
senso vitale della sua coesione spirituale, economica e sociale.
Un’operato a tale scala non è oggettivamente caratterizzabile
ed apprezzabile in poche linee ; è certo però che esso rappresenta uno
degli sforzi più caratteristici per sormontare la crisi morale ed economica
delle quali ogni nazione soffre oggidí ; esso lascerà una traccia profonda
nella storia.
Come creatore e
realizzatore di una concezione sociologica originale, Voi avete dato lustro
all’Università di Lausanne; ecco perchè essa ci tiene a rendere omaggio allo
splendore con il quale l’avete investita. Per cui essa ha l’onore di conferire,
su proposta della sua Scuola di science Sociali e Politiche, la sua più alta
distinzione: il DOTTORATO HONORIS CAUSA ; ed è il Vostro maestro, M.
Pascal Boninsegni, illustre direttore di codesta scuola e il solo dei vostri
antichi pofessori ancora in funzione, che vi impone l’onorificenza.
L’Università di
Lausanne non ha mai invalidato il dottorato Honoris Causa di Benito Mussolini,
di cui oggi egli è sempre titolare, postumo, a pieno diritto. Nel 1937
l’esperienza italiana faceva i suoi collaudi da una quindicina d’anni, attirando
imitatori in tutto il mondo. Dal 1933 la Germania, a sua volta, seguiva la via
di una economia senza profittatori di guerra e speculatori. I risultati
spettacolari ottenuti dal Terzo Reich in brevissimo tempo per una equa ripartizione
dei redditi sorpassarono tutte le aspettative.
La combriccola
di usurai internazionali vedeva, costernata, sciogliersi come neve al sole la
sua clientela di democrazie plutocratiche, ad opera di stati nazionali a
vocazione sociale liberi dal cancro di un debito pubblico soffocante.
Da allora,
tutti i pretesti vennero escogitati per precipitare l’Europa in una nuova
guerra fratricida, così da distruggere un’esperienza sociale troppo esemplare.
Oggi più che mai si impiegano svergognatamente gli stessi pretesti fallaci, conditi
di crudeli favole, per porre un cordone di sicurezza ai dettagli degli
squilibri sociali che colpiscono le società cosiddette democratiche, e per esorcizzare
quegli spiriti liberi e coraggiosi che seppero vincerli con un successo giammai
uguagliato.
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