giovedì 18 agosto 2016

FALSIFICARE LA MEMORIA (parte quarta)
3.2 La guerra sporca di Tito

Secondo i “compagni” nel periodo 1942-43 la politica razzista e totalitaria del fascismo tocca il suo apice con la deportazione forzata di intere popolazioni in campi di concentramento. Qui la gente viene lasciata morire di inedia. Sarebbe questa la prova finale del genocidio voluto da Mussolini contro la razza slava. Ma è davvero così? Leggiamo insieme un documento presentato dai comunisti di ritorno.
In un vertice tenuto a Fiume, il 23 maggio 1942, Roatta annuncia l'appoggio di Mussolini alla linea dura dei generali:
« Anche il Duce ha detto di ricordarsi che la miglior situazione si fa quando il nemico è morto. Occorre quindi poter disporre di numerosi ostaggi e di applicare la fucilazione tutte le volte che ciò sia necessario[...]. Il Duce concorda nel concetto di internare molta gente - anche 20-30 000 persone. »
Secondo l’interpretazione degli intellettuali di Sinistra la scelta di costituire campi di concentramento per i civili viene concepita dapprima per neutralizzare gli elementi ritenuti pericolosi per l'ordine pubblico; ma successivamente le deportazioni crescono, coinvolgendo quote sempre più vaste di popolazione soprattutto quella rurale. A partire dal luglio 1942, le divisioni italiane, con grandi operazioni di rastrellamento alla caccia delle formazioni partigiane, svuotano il territorio in cui queste sono più presenti, deportando la popolazione dei villaggi in campi di concentramento costituiti appositamente. Si tratta soprattutto di donne, bambini ed anziani, poiché gli "uomini validi" fuggono nei boschi alla vista dei reparti italiani, per evitare di essere presi come ostaggi e fucilati nelle quotidiane rappresaglie decretate dai tribunali militari di guerra. Ma dai documenti degli stessi generali italiani emerge anche la determinazione per cui le rappresaglie contro i civili devono essere un'arma di pressione contro i partigiani del Fronte di Liberazione, che tengono in scacco una grossa parte dell'esercito italiano.
Notiamo per la prima volta un’incrinatura nella tesi di fondo della Sinistra: viene temporaneamente accantonata la teoria di un progetto genocidario di natura totalitaria e razzista per ricollocare i fatti nel giusto contesto storico, che è quello della guerra. Le ragioni di questo mutamento di prospettiva sono da ricercarsi nel fatto incontestabile che il documento del generale Roatta non contiene alcuna motivazione di tipo razzista o ideologico, ma espone piuttosto le linee guida per la condotta delle operazioni di controguerriglia. E’ dimostrata la tesi che io ho sempre sostenuto. Sollevo però un’obiezione. Nella presentazione dei fatti l’immane catastrofe delle popolazioni slave viene interamente addebitata a Mussolini e al generale Roatta: siamo però sicuri che sia così? Lo abbiamo letto sui documenti oppure ci sono stati mostrati, di proposito, solo una parte dei documenti? Milovan Gilas, che fu uno stretto collaboratore di Tito, ci racconta un’altra verità. Una verità scomoda per il comunismo di ritorno di oggi, i cui entusiasti seguaci ancora trepidano di fronte al mito di quell’epopea partigiana di cui in realtà non sanno un bel niente. Di questa epopea Gilas ci lascia uno splendido affresco:
<< Eravamo esasperati dai pretesti addotti dai contadini per stare dalla parte dei cetnici: dicevano di avere paura che gli bruciassero le case e di subire altre rappresaglie. La questione fu sollevata durante una riunione con Tito e fu avanzata l’ipotesi che fosse possibile far cambiare parere ai contadini facendo loro capire che, se si alleavano con l’invasore, anche noi avremmo bruciato le loro case. Alla fine Tito disse, sia pur con una certa esitazione: << beh, possiamo bruciare una casa o un villaggio ogni tanto >>. In seguito emanò ordini a questo proposito, ordini espliciti e per ciò stesso assai più decisi >>.
La testimonianza di Gilas ribalta completamente le tesi che con tanta arroganza gli storici da salotto sinistroidi mi hanno vomitato in faccia. Solo collegando la testimonianza di Roatta con quella di Gilas si può avere finalmente un quadro preciso della situazione. La popolazione civile viveva dunque sotto il duplice terrore delle vendette dei comunisti e di quelle dei fascisti. Nessuna tregua era ammissibile, perché era contraria agli obiettivi politici di Tito come ci ha ricordato il suo vice Kardelj (paragrafo 3.1). William Deakin, che fu l’ufficiale di collegamento tra l’intelligence inglese e Tito, testimonia quale fosse la sorte delle autorità locali con quali si rapportavano quelle italiane non appena arrivavano i partigiani:
<< Durante l’azione di quella notte, le truppe partigiane catturarono il comandante dell’ored cetnico Zenica, Golub Mitrovic, e due dei suoi. Mi trovai di fronte a questo gruppo di prigionieri in una radura della foresta. Fu proposto… che li interrogassi personalmente. Rifiutai, perché gli inglesi non potevano prendere posizione in una guerra civile. La situazione era chiara: essere coinvolto nell’interrogatorio di prigionieri cetnici che stavano per essere giustiziati non rientrava nelle mie responsabilità. Mi girai e mi inoltrai tra gli alberi. Una breve raffica di fucileria concluse l’incidente. Qualche minuto dopo passammo accanto ai tre corpi >>.
Dopo aver giustiziato le autorità locali, i collaboratori di Tito organizzavano una cellula del Partito comunista che si sarebbe incaricata di fare propaganda e di mantenere la legge e l’ordine. Un eufemismo per dire che la popolazione terrorizzata doveva prestare obbedienza cieca ai capi comunisti sotto la minaccia delle più terribili rappresaglie. Guadagnato così il controllo dei centri rurali, i comunisti violavano la tregua in atto ricorrendo al terrorismo, alla guerriglia e al sabotaggio. Nella guerra sporca di Tito non si facevano prigionieri come ci ricorda Gilas che, dopo essersi vantato di aver spaccato la testa di un soldato disarmato col calcio del suo fucile, aggiunge con malcelata soddisfazione:
<< In realtà, come gran parte dei prigionieri, i tedeschi erano quasi paralizzati e non si difendevano, nè cercavano di fuggire >>.
La violazione della tregua comportava la reazione delle forze d’occupazione. Ma le bande armate si nascondevano nei boschi e le cellule politiche del Partito comunista entravano in clandestinità. Anche gli “uomini validi”, come abbiamo visto, si davano alla macchia. Coloro che restano nel villaggio non parlano, non collaborano: temono le rappresaglie dei comunisti più di quelle dei fascisti. Infatti i civili sanno che le cellule del Partito sono ancora attive e raccolgono informazioni in attesa del ritorno delle bande armate. Essi hanno già visto la sorte che tocca ai collaborazionisti. Purtroppo agli ufficiali italiani, non potendo colpire i responsabili degli attentati, non resta che fucilare gli ostaggi secondo gli ordini ricevuti dai generali. Eppure abbiamo visto che i partigiani si comportavano allo stesso modo con i prigionieri disarmati. Era la sporca guerra scatenata da Tito contro i popoli della Jugoslavia.
Documenti alla mano, furono dunque Tito e i suoi collaboratori a pianificare per ragioni ideologiche una guerra di sterminio contro le popolazioni civili: il grave torto di Mussolini e dei suoi generali fu di cadere nel tranello e di accettare di combattere secondo le regole imposte dal nemico. Si tratta di due comportamenti ugualmente criminali e di cui ciascuna parte deve portare il peso della propria responsabilità. Dubito però che il comunismo di ritorno possa arrivare ad ammettere la sua parte di colpa. E infatti ha accuratamente taciuto le testimonianze di Kardelj e di Gilas raccolte da John Keagan nel libro "La grande storia della guerra" e da Stèphane Curtois e Jean-Luis Pannè nel saggio "Il Comintern in azione", che è contenuto nella raccolta "Il libro nero del comunismo". Ma questi autori voi non li troverete citati dagli intellettuali di Sinistra, perché le tesi che essi sostengono e documentano sono contrarie agli interessi politici che si nascondono dietro il comunismo di ritorno. E’ quello che intendo quando parlo di quell’autoreferenzialità che spinge intellettuali che perseguono gli stessi scopi politici a scambiarsi patenti di autorevolezza – di cui il lettore medio non è in grado di verificare il valore – mentre gli autori che presentano tesi sgradite vengono additati come “fonti non affidabili” e proscritti (paragrafo 2).
Concludiamo ricordando che le sofferenze dei popoli slavi non cessarono con la fine della guerra. Il peggio doveva ancora arrivare e infine arrivò quando, in seguito alla sconfitta dell’Asse, non ci fu più nessun “occupante” a frapporsi tra i civili e i loro “liberatori”. Circa 100.000 persone che si erano schierate – per convinzione o per necessità o per caso – dalla parte sbagliata furono giustiziate dopo essersi arrese (paragrafo 3.1).
Sull’argomento lascio l’ultima parola non a un comunista di ritorno, ma a un comunista vero e cioè il famigerato Milovan Gilas. Persino il più duro tra i duri ha un attimo di esitazione nel commentare la terribile fine dei partigiani serbi catturati a guerra finita:
<< Le truppe di Dràza (Mihajlovic) furono annientate più o meno contemporaneamente a quelle di Slovenia. I piccoli gruppi di cetnici che ritornavano nel Montenegro dopo la sconfitta riferirono di nuovi orrori. Nessuno ne parlava volentieri, nemmeno coloro che sbandieravano il loro spirito rivoluzionario, quasi si trattasse di un incubo spaventoso >>.

Enrico Montermini, 18/08/2016