sabato 19 dicembre 2015

GIOVANNI GENTILE LA FILOSOFIA POLITICA

A cura di Diego Fusaro 

Nella filosofia giuridica e politica Gentile, seguendo Hegel, identifica lo Stato, il soggetto  universale, con l’incarnazione della moralità ( Stato fu sempre per lui sinonimo di Stato etico). 
Nell’opera I Fondamenti della filosofia del diritto del 1916, come nell'ultimo suo scritto Genesi e  struttura della società pubblicato postumo 1946 (in cui riprende e approfondisce i temi già trattati  nella prima opera), nonché in altri scritti minori ( alcuni dei quali sono inseriti nella sezione della  bibliografia sotto il titolo " Scritti politici") Gentile delineò il suo modello di Stato che, come la  società, la morale, il diritto e la politica, egli risolse nell'atto di pensiero: società e Stato, e quindi  diritto e politica, non sono, per Gentile, inter homines, ma in interiore homine e, per definirne la  natura introduce nel saggio la dialettica di volontà volente e volontà voluta, che è identica a quella  di pensante e pensato, data l’identità tra pensiero e volontà: il pensiero, essendo attività creatrice e  infinita, è allo stesso tempo volontà creatrice e infinita. Il diritto è il voluto, cioè non più volontà in  atto ma volontà passata, risultato dell'atto di volere, momento astratto della dialettica e come tale  fissato nella sua oggettività, di contro alla moralità, che è volontà del bene, cioè creazione del bene  nell'atto di volerlo e quindi momento concreto della dialettica. Diritto e morale, lo Stato e  l'individuo si identificano nell'atto del volere volente o del soggetto pensante in cui consiste la loro  verità. La struttura dello Stato che Gentile tracciò nei suoi saggi, rappresenta il momento della  sintesi che risolve in sé l’individualità dei suoi componenti e come tale elimina la distinzione tra  pubblico e privato, nella direzione di un totalitarismo che paradossalmente garantisce la libertà, la “vera libertà”, per tutti i cittadini. L’adesione al partito fascista sembrò a Gentile la scelta  eticamente e filosoficamente più coerente. Ma l’episodio cruciale che gli diede la possibilità di  definire la sua posizione in politica fu la prima guerra mondiale: Gentile condannò l’attendismo di  coloro che, come Croce, temevano che una guerra pur se vittoriosa sarebbe risultata un disastro per  il giovane Stato italiano, promuovendo con numerosi articoli la tesi che il conflitto rappresentasse  un esame necessario da superare, che avrebbe unito il popolo italiano e gli avrebbe permesso di  guadagnare credito internazionale. Scontento della burocrazia e della politica parlamentare (che  bollò con disprezzo col termine giolittismo) vide, nel nuovo partito prima, e nel regime dopo, lo  sviluppo e il compimento di quel moto storico-ideologico che, dopo aver animato tutto il  Risorgimento italiano, si compiva finalmente nell'avvento di uno Stato etico forte, garante della  libertà dei cittadini e essenza ed inveramento di questa stessa libertà. Gentile che si definì sempre un liberale (non un liberale di tipo anglosassone, ma di un liberalismo sui generis di derivazione hegeliana e risorgimentale) cercò, durante la sua militanza nel partito e nello Stato fascista, di mantenere una posizione chiara, per gli altri e per sé stesso, di fronte all'inarrestabile conformismo  dogmatico del regime, pur difendendone le ragioni e i metodi anche violenti. Per la sua fedeltà ai  valori liberali e risorgimentali dovette subire attacchi da molte correnti intransigenti del movimento  che lo guardarono con sospetto sin dalla sua adesione al partito. Problematiche furono anche le sue  relazioni con il Vaticano, prima e dopo il Concordato del 1929, dovute all’avversione di Gentile  verso quella che giudicò una concessione di potere dello Stato alla Chiesa. Se la produzione  culturale di Gentile e la sua attività contribuirono all’immagine del regime, sia in Italia che  all’estero, è anche vero che l’appoggio di Mussolini non gli mancò mai e spesso alcuni suoi interventi lo tirarono fuori dalle polemiche che i suoi scritti e le sue iniziative di volta in volta  provocarono all’interno del partito; la scelta di seguirlo a Salò fu una dimostrazione di coerenza,  oltre che stima verso la persona che lo aveva voluto come faro del regime, e che gli aveva permesso  di recitare un ruolo importante nella cultura italiana, ma non solo, per più di un ventennio