PIANO B
Chi legge volume su volume dei numerosissimi lavori
dedicati alla Seconda Guerra Mondiale, non può fare a meno di notare un certo
concatenamento di tendenze, tutte indicanti che quello che ha letto non è che
una porzione, più o meno significativa, di quello che effettivamente avvenne.
Personaggi, o eventi, cospicui in un’opera, vengono
minimizzati, o ne mancano del tutto, in un’altra; lacune inspiegate appaiono
qua e là, riapparendo in monografie come rivelazioni di vari segreti; non si
trova mai un giudizio scevro da ideologia, o da forti emozioni, circa un
evento, una politica, un personaggio, eccetera.
Sono passati 70 anni dalla cosiddetta fine di un evento
che reclamò 60 milioni di vittime sui campi di battaglia, sotto i
bombardamenti, davanti a plotoni di esecuzione, su forche singole o multiple,
ecc. E si continua a navigare nel buio.
Manca una teoria
nel senso greco del termine, cioè una visione di insieme nella quale si
inseriscono senza difficoltà tutti e solo gli elementi riguardanti il conflitto
man mano che ci si imbatte in essi leggendo e studiando. Nessuna teoria li
accomoderà proprio tutti; basterà che quelli ottenuti siano coerenti, e che
nuovi elementi si inseriscano nell’insieme senza forzature.
Piano A
Secondo il paradigma convenzionale, quella guerra vide le
forze armate dell’Asse Germania Nazista – Italia Fascista – Giappone Imperiale,
combattere contro quelle della Democrazie o Alleati: Regno Unito, Francia e
Cina Repubblicane, Unione Sovietica, e una trentina di paesi reclutati dagli
Alleati in marcia verso la vittoria. Il tutto sarebbe avvenuto nell’arco dei
sei anni 1939-1945.
In realtà i sei anni non furono che una parte rumorosa,
ma cronologicamente breve, di due piani, A e B, durati molto più a lungo e
presentati qui nei loro sviluppi essenziali per aiutare a capire. Il fine
comune dei due piani, primo in intenzione e ultimo in esecuzione, è sempre
stato il Governo Mondiale di una Repubblica Universale.
Il Piano A mirava ad eliminare le “forze della reazione”
che vi si opponevano: monarchie, Chiesa Cattolica, governi nazionali, intermedi,
ecc. Ventilato al congresso massonico di Wilhelmsbad nel 1782, aveva progredito
passo dopo passo dalla Rivoluzione Francese del 1789 a quella Russa del 1917,
che vide i Bolscevichi al potere.
Le sollevazioni generali del secolo precedente, culminate
nella Grande Guerra 1914-1918, ne avevano preparato la struttura: la Lega delle
Nazioni, sorta nel 1920 dopo l’imposizione dei termini del trattato di Versailles
ai paesi sconfitti. La guerra aveva anche spazzato via i quattro Imperi che
ancora ostacolavano il progetto: Austria-Ungheria, il Secondo Reich, la Russia
e l’Impero Ottomano.
I fondatori del Fed, istituto che aveva reso possibile il
finanziamento della Grande Guerra, erano ora pronti a finanziare l’ultimo
stadio del Piano A: fare della Russia sovietica la piattaforma di lancio da
dove imporre il Comunismo al resto del mondo, sotto la guida di Lieba Davidovich
Bronstein, in arte Leon Trotsky.
Ma ecco che un ostacolo inatteso venne a impedirlo: i due
luogotenenti di Trotsky, Vladimir Ilyich Ulianov in arte Lenin, e Joseph
Vissarionovich Dzhugashvili detto Stalin, rifiutarono di eseguire la melodia
scelta da chi pagava, insistendo sulla loro, cioè, com’è risaputo, consolidare
il comunismo in Russia invece di dare priorità alla sua esportazione.
Il duo Trotsky-Lenin, sostenuti dalla finanza
internazionale, tentavano di sbarazzarsi di Stalin quando si ammalarono
entrambi nel 1922. Stalin colse la palla al balzo e prese il potere. Senza un
Achille al comando dei Mirmidoni rappresentanti il comunismo “vero”, il panico
si impadronì dei Troskyisti, che con disperati esercizi di voltagabbana tentarono
di convincere il nuovo capo della loro lealtà.
Stalin mangiò la foglia. Fu lui a sbarazzarsi di Lenin
nel 1924, e una lotta sorda per il potere vide Trotsky lasciare finalmente la
Russia per non tornarvi mai più. Era il 1929. Il Piano A era fallito.
Piano B
E scattò il Piano B, come dal titolo: una seconda guerra,
così da completare quel che era rimasto incompiuto dalla prima, non durata
abbastanza, e dal fallimento di Trotsky in Russia.
Entra in scena Hitler, prodigalmente finanziato durante
tutta l’ascesa al potere con l’evidente intenzione di mettere la paura in corpo
a Stalin per indurlo a più miti consigli.
Chi era quest’uomo Hitler venuto dal nulla come un deus ex machina? Nonostante i fiumi di
inchiostro fatti scorrere per descriverne gesta e misfatti, le biografie del
personaggio obbediscono a criteri di parte. Tanto detrattori quanto ammiratori
omettono episodi ben conosciuti, ma contrari alle loro ideologie, e che
renderebbero imbarazzanti almeno alcune delle loro conclusioni.
Cominciamo dalla famiglia. È noto che Alois, padre di
Adolf, fosse figlio illegittimo di Maria Schicklgruber, a servizio in casa
Rothschild a Vienna. C’è chi lo afferma categoricamente, e c’è chi si chiede,
se corresse il sangue di quella dinastia
nelle vene di Adolf. L’ipotesi non è da scartare, come non è da scartare quella
che nelle vene di Stalin corresse lo stesso sangue, questa volta dalla linea
collaterale degli Ephrussi.
Non sarebbe stata la prima volta che i Rothschild
ricorressero a una procreazione mirata per addestrare caratteri preparati a
servire la causa del Nuovo Ordine Mondiale. Certi episodi poco conosciuti delle
due biografie corroborano l’ipotesi.
Il primo riguarda la residenza di entrambi in Inghilterra,
Stalin nel 1907-1910 e Hitler nel 1912-1913. Colà i due sarebbero stati
“decostruiti”, cioè condizionati psicologicamente con il metodo Tavistock, oggi
ben noto, a fare da falsi leader: il georgiano Stalin di una Russia, e
l’austriaco Hitler di una Germania, entrambe destinate al degrado, facendo
tuttavia credere esattamente l’opposto ai loro sostenitori nonché ammiratori,
tedeschi, russi e non.
Un secondo avvenne durante la prima Guerra. Hitler fu
fatto prigioniero non una ma ben due volte sul fronte occidentale mentre
svolgeva compiti di staffetta. Aspettando di essere “liquidato”, un alto
ufficiale di British Intelligence fece segno e lo portò via, salvandogli la
vita in entrambe le occasioni.
Da allora in poi è possibile seguire un comportamento
nettamente schizofrenico: a parole diceva e tuonava slogan anticapitalisti,
antigiudaici, antimassonici ecc. Alla prova dei fatti le sue decisioni politiche
e militari favorirono al 100% quegli stessi elementi, eccetto che per lo
stretto necessario per la galleria. Lo vedremo, episodio dopo episodio.
La Rivoluzione
Bavarese, 1918-1919
Le armate germaniche erano state costrette a chiedere un
armistizio quando nessuna porzione del territorio tedesco era stata invasa da
eserciti nemici, ma una serie di rivolte domestiche sostenute dal comunismo
internazionale minacciava di dilaniare la Baviera e poi la Germania. I leaders
di queste rivolte si chiamarono Eugene Leviné, Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg, Gustav Landauer e
altri della stessa schiatta.
Nell’aprile-maggio 1919 i Freikorps del Generale Von Epp (1868-1946) soffocavano le rivolte,
passando per le armi i loro capi. La domanda viene spontanea: dov’era Hitler
durante quei due mesi di tafferugli?
Gli storiografi liberi si domandano. Quelli incastonati
tacciono. Hitler tace anche lui. Ma è un dato di fatto che:
·
Hitler era ancora
sotto le armi (germaniche).
·
Ma in nessuna delle unità
sotto il comando di Franz Ritter von Epp.
Ergo militava con i rivoluzionari.
Il Nazismo (e Nazional-Socialismo)
Gli storiografi di varie persuasioni continuano a non
percepire l’esistenza di due partiti
Nazional-Socialisti, che vale la pena spulciare per una retta comprensione
storica.
Il partito Nazional Socialista originale fu fondato da
Thomas Masaryk (1850-1937) nel 1887 in Boemia, allora parte dell’Impero Austro
Ungarico. Era un partito di ispirazione cattolica con un programma di 25 punti.
Il termine “Nazional Socialista” fu scelto in opposizione a “Internazional
Socialista”, di ispirazione giudaica come tutti i movimenti anti nazionali.
L’idea piacque in Germania, dove alcuni giovani con tendenze
politiche ne introdussero i programmi e le idee. Subito dopo la prima Guerra ne
erano divenuti capi, capaci e indiscussi, i fratelli Strasser, Otto (1897-1974)
e Gregor (1892-1934). Il partito era finanziariamente solvente, aveva un buon seguito
e gestiva due periodici.
Con i fondi inesauribili a sua disposizione, Hitler non
ebbe difficoltà a rilevarlo, controllarlo e rinominarlo Nazionalsocialista (una
parola invece di due), che divenne il famigerato e arciconosciuto partito
Nazista. Immediatamente ne ridusse i punti programmatici da 25 a 18, eliminando
quelli che non si confacevano alla sua ideologia.
Otto aveva un sesto senso che gli faceva diffidare dell’uomo
Hitler. Nel 1930 ruppe con lui, mentre Gregor rimase leale al futuro Führer, lealtà
che gli sarebbe costata la vita. Otto fondò Der
Schwarze Front (Il Fronte Nero), movimento che cominciò a combattere Hitler
e le sue politiche da allora, quattro anni prima dell’ascesa al potere e
protratto durante tutta la durata del conflitto. Si serviva della stampa e
della radio, allora unici mezzi di comunicazione di massa. Due abilissimi
radiotecnici persero la vita a cagione del loro operato con il Fronte.
Fu l’organizzazione dei fratelli Strasser a facilitare
l’ascesa al potere di Hitler, conclusa con la sua vittoria alle elezioni del
1933. Concluse le quali pensavano, gli ingenui Nazional Socialisti, che Hitler
li avrebbe premiati con posti di responsabilità nell’amministrazione.
Ma il 27 febbraio scoppiò l’incendio al Reichstag. Otto
lo apprese da un tassista, che casualmente disse che i Nazisti al potere
avevano appiccato il fuoco. Otto non
perse tempo. Sentendosi in pericolo di vita, fuggì quel giorno stesso in
Austria, dove tentò di passare inosservato. Non ci riuscì. Con una taglia di mezzo milione di dollari
sulla testa, fu costretto ad una vita da braccato fino a una fortunosa fuga
dall’Europa al Canada nel 1941.
I Nazional Socialisti della prima ora si accorsero troppo
tardi del destino che li aspettava: nella notte del 30 giugno 1934 il nuovo
Cancelliere sguinzagliò i suoi aguzzini sui membri rimastigli fedeli, facendone
uccidere ”non meno di 85” come piamente recita Wikipedia con l’ovvia intenzione
di minimizzare la faccenda. Ma Douglas Reed (1895-1976), inviato speciale del Times di Londra in Europa Centrale tra
il 1921 e il 1938 e amico personale di Otto Strasser, nota al margine di un suo
libro il numero, scritto a mano, di 1200.
Stalin seguì a ruota l’esempio di Hitler. Le sue “purghe”
conosciute come “il Terrore Rosso” liquidarono 93 su 139 membri del Comitato
Centrale, 81 su 103 generali dell’esercito, e un numero imprecisato ma oscillante
attorno alle migliaia di vittime, sacrificate al suo desiderio esclusivo di potere, e intollerante
di opposizioni di ogni genere. Le purghe raggiunsero l’estero: gli “inviati
speciali” stalinisti si sbarazzarono di quanti più trotskisti poterono durante
la guerra ispano-giudaica conosciuta dalla galleria come Guerra Civile
spagnola.
Nel 1945 Otto Strasser si accinse a tornare in Germania.
Ma quando il governo (si fa per dire) canadese si rese conto che Strasser aveva
ancora in patria il sostegno che lo avrebbe fatto l’uomo più qualificato per
succedere a Hitler. lo bloccò in Canada con scuse burocratiche sibilline,
effettivamente facendone “il prigioniero di Ottawa” fino al 1955.
Il Miracolo
Economico
Tanto gli ammiratori quanto i detrattori di Hitler
riconoscono il risorgere della Germania operato dalle sue politiche: piena occupazione,
benessere diffuso, salari alti, la Volkswagen, perfino crociere per lavoratori.
Ma tralasciano particolari come l’annientamento dell’artigianato indipendente,
condannato come “lavoro inutile”, il denso accorpamento degli alloggi operai
che li rese bersagli facili ai bombardieri di Harris, e la ferrea censura, che proibì tra l’altro anche
il classico di economia Ordine Economico
Naturale di Silvio Gesell.
L’Accordo Haavara
Il 7 agosto del 1933 venne firmato un patto di
Trasloco (Haavara in ebraico) tra il Terzo Reich e la World Jewish Agency, in rappresentanza
dei futuri leaders dello Stato di Israele. Il patto rimase in forza fino al
1942 inoltrato, in piena guerra. Organizzò il trasloco il Ministero
dell’Interno, e lo finanziarono il Tesoro e la Reichsbank. Circa 60mila ebrei
beneficiarono dell’immigrazione in Palestina.
Mentre gli studenti ebrei venivano espulsi dalle
scuole tedesche, la WJA importava maestri ebrei dalla Palestina, mettendo su
scuole ebraiche con i loro programmi per codesti studenti. Il governo del Reich
aiutava con programmi speciali anche quegli adulti desiderosi di emigrare. Il
primo kibbutz venne messo su in Germania.
Il costo dell’operazione ammontò a 140 milioni di
marchi tra il 1936 e il 1942, senza contare gli aiuti in merci come carbone,
acciaio e metalli che aiutarono a costruire un centinaio di insediamenti nella
Galilea Occidentale. Venne anche inviata una pianta per la desalinizzazione dell’acqua
marina. Il ministro Goebbels fece coniare una moneta commemorativa con la
stella di David nel recto e la Svastica
nel rovescio, campioni della quale sono ancora reperibili.
Sei altri paesi europei firmarono l’accordo di
trasloco, ma dal gennaio 1937 questa politica incontrò l’opposizione sempre più
forte di circoli ebraici statunitensi, preoccupati della perdita di influenza per ogni ebreo che
lasciava l’Europa spontaneamente o forzatamente. Il loro potere in Europa era
direttamente proporzionale alla popolazione ebraica che rimaneva nel
Continente. Gli arabi cominciarono a ventilare l’idea che Hitler fosse un ebreo
lui stesso e che voleva stabilire uno Stato Ebraico in Palestina.
L’opposizione crebbe e si consolidò anche tra gli
ebrei europei, che non ne volevano sapere di Palestina e stavano bene dove
stavano. Hitler stesso cominciò ad aver dubbi: i fuorusciti costituivano una
forza lavoro che, con finanziamenti e materiali tedeschi avrebbero potuto
essere un nemico non indifferente. E l’accordo terminò.
Un’opposizione crescente mette a confronto ancora
oggi due fazioni: gli sterminazionisti, che sostengono la tesi dei sei milioni
di gassati nei campi di concentramento, e i negazionisti, che sfoderano
argomento su argomento per dimostrare che si tratta di una bufala. Anche qui
però c’è una maniera di dirimere la questione così da soddisfare –o
imbestialire- entrambi.
Si tratta di trovare, e scannerizzare, copie di Shem, un giornaletto clandestino che
circolava nei campi di concentramento. Confezionato da detenuti ebraici, e
fatto circolare dalla Resistenza, assicurava il contatto tra gruppi di prigionieri.
I suoi
contenuti farebbero da pietra di paragone ideale per svelare cosa succedeva in
quei campi. Non sarebbe affatto difficile sapere di maltrattamenti, di che tipo
ed intensità. Un silenzio totale farebbe necessariamente concludere trattarsi
di falso e quindi di inganno.
Patto
di non-Aggressione 1939
A Petrograd
(poi Leningrado, poi San Pietroburgo), un combattente della División Azul,
inviata dal Generale Franco al fronte orientale, raccolse un fascio di
documenti dal cadavere del dottor Josif Maximovich Landowsky, che risultò
essere il loro autore. Il contenuto dei fascicoli rimane la sola fonte di quel
che segue. È nel pubblico dominio dal
1952, data della sua prima pubblicazione a Madrid.
Nel 1938 un imputato al processo di Mosca, dottor
Christian Rakovsky[1], già condannato alla pena capitale, subì un interrogatorio
di sei ore nella Lubianka, alla fine delle quali ebbe salva la vita e cambiò il
corso della storia.
L’interrogatorio
si svolse in francese, lingua dominata dall’imputato, dall’agente stalinista Kusmin
e dal dott. Landowsky, inviato come medico per monitorare la salute di
Rakovsky. Landowsky fece tre copie del documento, due per il Cremlino e una per
sé, sapendo cosa rischiava se glie l’avessero trovata addosso.
Rakovsky
spiattellò tutto: la finanza newyorkina aveva finanziato la Rivoluzione[2] con le banche Kuhn Loeb e Warburg, le quali stavano
finanziando Hitler in quello stesso momento. A costoro non era piaciuta affatto
la mossa di Stalin, che invano tentava di ostacolarli. Lui, rimasto leale a
Trotsky, tacciava Stalin di “bonapartista”, cioè capo illegittimo di un falso
comunismo, la cui vera versione era quella di Trotsky.
Era convinto che prima o poi Hitler avrebbe mantenuto la
sua promessa di invadere la Russia, ma suggerì al suo interrogante Gavriil Kusmin
una via d’uscita per Stalin: firmare un patto di non-aggressione con Hitler,
con lo scopo preciso di dividersi la Polonia tra Germania e Russia. L’Occidente
avrebbe attaccato la prima ma non la seconda, nonché aiutato l’Unione Sovietica
con armi e materiale bellico. Questi effettivamente arrivarono dagli Stati
Uniti per un valore di 11 miliardi di dollari. Rifiutare codesta soluzione
avrebbe voluto dire invasione da parte delle armate hitleriane e liquidazione
di Stalin entro un anno. Stalin convenne, inviando Molotov pochi giorni dopo a Berlino
per negoziare il patto.
Qui entra un particolare che i lettori possono
interpretare come credono: la luce rossastra che infuocò i cieli dell’emisfero
Nord la notte del 25 gennaio 1938, coincise con l’interrogatorio di Rakovsky e
l’accettazione della sua proposta da parte di Stalin.
Alla notizia del patto, il 23 agosto 1939, vi fu
un’ondata di rabbia, stizza, e reazioni incontrollate da parte di quei gonzi
ancora illusi che le guerre dovessero combattersi secondo i canoni di uno (o
anche due) secoli prima. Alcuni dei loro discendenti ancora oggi ammirano (o
deprecano) Hitler e Stalin negli stessi termini.
La Guerra Calda
(1939-1945)
Il trattamento riservato ai tedeschi rimasti bloccati in
Polonia dalla fine della prima Guerra non era stato proprio amichevole. La
proibizione di scuole e stampa proprie, pestaggi fino all’omicidio, più il
rifiuto di trattare diplomaticamente questioni come l’amministrazione di
Danzica (città tedesca al 97%) o i 20km di ferrovia-strada attraverso il
cosiddetto Corridoio, facevano da altrettanti potenziali casus belli.
L’invasione germanica dall’Ovest (1 settembre) e quella
sovietica dall’Est (17 settembre) cancellarono la Polonia dalla carta
geografica. Francia e Inghilterra, come aveva predetto Rakovsky, dichiararono guerra alla Germania e
fecero caso omesso della Russia, lasciandole in mano permanentemente tre quinti
di territorio e 13 milioni di Polacchi Orientali.
Sistemata la questione polacca, il Blitzkrieg ad
Occidente vide i carri germanici circondare ben 335mila militari britannici e
francesi a Dunkirk. Un’occasione da non perdere, che avrebbe messo fine alla
guerra in questione di ore. E Hitler la butta via, li manda a casa, e solo dopo offre la pace a Churchill il quale
naturalmente la rifiuta.
Né ammiratori né detrattori hanno una spiegazione
razionale dell’avvenuto. Se Hitler avesse veramente voluto la pace, avrebbe
dovuto proporla prima di liberare
quei militari. L’operato mostra o che era ingenuo o che voleva una guerra
lunga. Tertium non datur. Al lettore
la conclusione.
Mussolini non capì. Franco aveva mangiato la foglia da un
pezzo, da stratega professionista che era.[3] Un fronte di 3000 kilometri, dalla Norvegia ai Balcani,
non poteva che assicurare la sconfitta dell’Asse. La follia di Dunkirk lo
confermò nel non cedere alle pressioni del Führer per impelagarsi in una avventura
che sarebbe stata rovinosa per la Spagna, appena uscita dal conflitto
domestico.
Un secondo “errore” dello stesso genere fu non chiedere
alla Francia sconfitta né i possedimenti coloniali né la flotta, con la quale
avrebbe potuto bloccare il Mediterraneo alla Royal Navy. E lasciò all’aviazione
britannica il compito di assestare un colpo assassino all’alleato (!) francese
attaccandone proprio la flotta a Mers-el-Kebir e Dakar.
Qui si inserisce il volo di Hess in Scozia. La Volgata
vuole che Hess, inviato da Hitler per chiedere la pace, fu arrestato all’arrivo
e detenuto fino alla morte naturale avvenuta a Spandau nel 1987. Greg Hallett
racconta un’altra versione, soffiatagli –dice lui- da un capospia che volle
rimanere anonimo.
Secondo costui, due
Rudolf Hess (il secondo un sosia) volarono in Scozia a poche ore l’uno
dall’altro. Il primo, genuino, fu arrestato, interrogato e poi liquidato senza
troppi complimenti. Il vero motivo di Hitler nell’averlo inviato era non di
fargli chiedere pace ma di sbarazzarsene senza destare sospetti. Il secondo
Hess è quello di Spandau. Ecco perchè non gli fu mai permesso di incontrare visitatori
se non in presenza dei carcerieri, e perchè si mostrasse così riluttante a riceverli.
Un terzo “errore” fu Barbarossa. È vero che Hitler avesse
in mente di invadere territorio russo per il suo Drang Nach Osten, ma se proprio voleva la pace poteva ottenerla
promuovendo il Patto da non-aggressione ad alleanza, con la quale sconfiggere
gli Alleati insieme a Stalin. Dopotutto i due perseguivano le stesse politiche
socialiste e nazionaliste. E non avrebbe commesso l’imprudenza di aprire una
guerra su due fronti.
I suoi ammiratori affermano che gli fece prendere
l’iniziativa una soffiata spionistica secondo la quale le armate sovietiche si
stavano preparando ad attaccare la Germania.
Se così fosse, le armate sovietiche avrebbero ostacolato,
o anche fermato, l’avanzata tedesca. Ma così non fu. L’invasione fu una
passeggiata, fino a Stalingrado un anno dopo.
Quarto: la disfatta della VI armata a Stalingrado. Una
ritirata strategica prima che arrivasse l’inverno ne avrebbe conservate le
forze per la primavera seguente. Invece il Nostro inchiodò l’Armata in situ
promettendo di rifornirla per via aerea: una follia che invece ne causò la
distruzione. Ma fu proprio follia? Il dubbio rimane.
Un quinto fu il rifiutare l’aiuto offertogli da numerosissimi
contingenti anti-sovietici che non vedevano l’ora di liberarsi dal comunismo.
Il pretesto fu di natura razziale, assolutamente demenziale in tempo di guerra.
Si può andare avanti? Si può, per lo sconcerto dei
polarizzati pro-contro hitleriani. Quando le provocazioni di Roosevelt
esasperarono i Giapponesi al punto di far loro colpire Pearl Harbor, il
Congresso USA accolse la proposta di dichiarazione di guerra al Giappone,
rifiutandola però alla Germania. Ed eccoti che il giorno dopo, 9 dicembre,
viene la dichiarazione di guerra di questa
agli Stati Uniti! Eppure Hitler aveva esperienza personale della potenza
militare americana. Cosa, o chi, glie la fece sorvolare?
Insomma ce n’è abbastanza per affermare che l’ipotesi che
Hitler non solo volesse la guerra, ma volesse anche perderla, è più che
fondata. Per finire, vengono a galla storie insistenti su una sua fuga da
Berlino in fiamme ai primi di maggio 1945. Due operazioni: James Bond e Winnie the Pooh,
entrambe ordinate da Churchill, misero in salvo rispettivamente Martin Bormann
e la coppia Hitler-Eva Braun.
Bormann portò con se una lunga lista di numeri di conti
bancari svizzeri appartenenti ad altrettanti gerarchi. In Inghilterra apprese
l’inglese fino a un buon controllo. Poi gli cambiarono i connotati e lo spedirono
in Sud America, non si sa bene se in Argentina o altrove. L’operazione costò la
vita a 14 commando britannici.
Hitler invece fu aerotrasportato in Spagna, da dove vengono
due storie. Secondo la prima, rimase in incognito nei pressi di Barcelona, dove
però il servizio MI5 britannico lo liquidò nel 1950 con una forte dose di
materiale radioattivo sotto il materasso. Secondo l’altra, venne spedito in
Argentina, dove visse fino alla fine dei suoi giorni negli anni Cinquanta o
Sessanta.
Strascichi e
conseguenze
Quando finirono di tuonare le artiglierie pesanti e
leggere, cominciò il crepitio dei plotoni di esecuzione, nonchè i tonfi di
innumerevoli impiccagioni. E non solo nei paesi sconfitti ma anche in quelli
dei vincitori; le sentenze le emettevano tribunali-canguro illegittimi.
850mila prigionieri di guerra germanici, declassati da
POW a DEF (Disarmed Enemy Forces) così da evitare i controlli della Croce Rossa,
vennero fatti morire di inanizione su ordini espressi di Eisenhower in campi di
concentramento lungo il Reno. I numeri di vittime delle espulsioni forzate,
delle angherie dettate da spirito di vendetta, della fame forzata fino al 1947
e oltre, sono inaffidabili. Angherie di tutti i tipi continuano ancor oggi nel
silenzio mediatico, o per impotenza forzata o per complicità.
L’Italia non ha mai divulgato quante fossero le vittime
delle stragi post-belliche, ma un deputato comunista si lasciò sfuggire in aula
parlamentare un “300mila” che non c’è maniera di verificare. Più gente perse la
vita in omicidi pianificati che sui campi di battaglia.
È curioso che tutti i paesi europei si sentissero in
dovere di ripristinare la pena capitale, “abolita”, secondo si diceva, nel
periodo anteguerra. Perfino nella “neutrale” Svizzera, 17 uomini colpevoli non
di crimini di guerra, ma di non aver condiviso l’ideologia imperante,
affrontarono il plotone di esecuzione.[4]
Che poi Francia e Inghilterra, paesi vincitori, perdessero
un impero coloniale ciascuna, per milioni di kilometri quadrati, e da potenze
di primo rango che erano scendessero al secondo quando non al terzo rango, non
vi può essere che una conclusione: il “nemico” era un altro.
La Cina Nazionalista fu costretta a rifugiarsi a Formosa,
oggi Taiwan, sconfitta da forze comuniste che non avevano preso parte al
conflitto, ma che ora ne godevano i frutti, e per giunta con l’aiuto militare e
finanziario statunitense. Solo l’Unione Sovietica può rivendicare vittoria, tanto
territoriale quanto ideologica, imponendo il comunismo a tutta l’Europa orientale.
Stalin, dopo i massacri di militari russi che
rimpatriavano dalla prigionia, ridusse il paese alla miseria, e stava per
riattivare le purghe quando una combutta di medici che si sentivano minacciati
lo prevenirono, facendolo uscire di scena.
E gli Stati Uniti? Dal 1989, con la caduta del Muro,
hanno preso la staffetta dalle mani della Russia, e stanno allegramente
conducendo il mondo a quello stesso comunismo che dicevano di aborrire durante
la farsa conosciuta come Guerra Fredda.
Un successo duraturo è l’ONU, saldamente attecchita come futuro Governo Mondiale, con le sue
Agenzie in attesa di diventarne i Ministeri dopo aver abolito gli stati
nazionali, un progetto oggi davanti agli occhi di tutti ma che alcuni si ostinano
a non vedere.
Insomma, chi combattè contro chi? Bastano due libri per
chi vuole approfondire.
Nel lontano 1879 Wilhelm Marr (1819-1904), aveva predetto
non solo il già letto, ma quello che sta accadendo. Il titolo di una sua opera
è abbastanza eloquente: La Vittoria del
Giudaismo sul Pangermanesimo, e la frase finale, in latino, dice: Finis Germaniae![5]
Nel 1944, in piena
guerra, corroborava Ezra Pound (1885-1972):
Questa Guerra non è stata causata da alcun capriccio da
parte di Mussolini, o di Hitler. Questa guerra fa parte della guerra di secoli
tra usurai e contadini, tra l’usurocrazia e chiunque lavora onestamente, sia
con le mani che con il cervello.[6]
È su questa linea di ricerca che il giudizio su fatti e
misfatti di un conflitto che continua ad
infuriare tutt’oggi va formato e diffuso.
Silvano Borruso
20 agosto 2015
[1] Nome reale
Chaim Rakover.
[2]
Azzeccatissimo quindi il titolo Red Symphony (inglese) o Sinfonía en Rojo Mayor (castigliano),
per chi sa che Bandiera Rossa suona Roth Schild in tedesco.
[3] Francisco
Franco aveva guadagnato tutti i gradi militari sul campo, non per “anzianità”. Fu
generale a 34 anni.
[4] Lo afferma
Romano Amerio in Iota Unum.