venerdì 21 agosto 2015

PIANO B di Silvano Borruso

PIANO B
Chi legge volume su volume dei numerosissimi lavori dedicati alla Seconda Guerra Mondiale, non può fare a meno di notare un certo concatenamento di tendenze, tutte indicanti che quello che ha letto non è che una porzione, più o meno significativa, di quello che effettivamente avvenne.
Personaggi, o eventi, cospicui in un’opera, vengono minimizzati, o ne mancano del tutto, in un’altra; lacune inspiegate appaiono qua e là, riapparendo in monografie come rivelazioni di vari segreti; non si trova mai un giudizio scevro da ideologia, o da forti emozioni, circa un evento, una politica, un personaggio, eccetera.
Sono passati 70 anni dalla cosiddetta fine di un evento che reclamò 60 milioni di vittime sui campi di battaglia, sotto i bombardamenti, davanti a plotoni di esecuzione, su forche singole o multiple, ecc. E si continua a navigare nel buio.
Manca una teoria nel senso greco del termine, cioè una visione di insieme nella quale si inseriscono senza difficoltà tutti e solo gli elementi riguardanti il conflitto man mano che ci si imbatte in essi leggendo e studiando. Nessuna teoria li accomoderà proprio tutti; basterà che quelli ottenuti siano coerenti, e che nuovi elementi si inseriscano nell’insieme senza forzature.
Piano A
Secondo il paradigma convenzionale, quella guerra vide le forze armate dell’Asse Germania Nazista – Italia Fascista – Giappone Imperiale, combattere contro quelle della Democrazie o Alleati: Regno Unito, Francia e Cina Repubblicane, Unione Sovietica, e una trentina di paesi reclutati dagli Alleati in marcia verso la vittoria. Il tutto sarebbe avvenuto nell’arco dei sei anni 1939-1945.
In realtà i sei anni non furono che una parte rumorosa, ma cronologicamente breve, di due piani, A e B, durati molto più a lungo e presentati qui nei loro sviluppi essenziali per aiutare a capire. Il fine comune dei due piani, primo in intenzione e ultimo in esecuzione, è sempre stato il Governo Mondiale di una Repubblica Universale.
Il Piano A mirava ad eliminare le “forze della reazione” che vi si opponevano: monarchie, Chiesa Cattolica, governi nazionali, intermedi, ecc. Ventilato al congresso massonico di Wilhelmsbad nel 1782, aveva progredito passo dopo passo dalla Rivoluzione Francese del 1789 a quella Russa del 1917, che vide i Bolscevichi al potere.
Le sollevazioni generali del secolo precedente, culminate nella Grande Guerra 1914-1918, ne avevano preparato la struttura: la Lega delle Nazioni, sorta nel 1920 dopo l’imposizione dei termini del trattato di Versailles ai paesi sconfitti. La guerra aveva anche spazzato via i quattro Imperi che ancora ostacolavano il progetto: Austria-Ungheria, il Secondo Reich, la Russia e l’Impero Ottomano.
I fondatori del Fed, istituto che aveva reso possibile il finanziamento della Grande Guerra, erano ora pronti a finanziare l’ultimo stadio del Piano A: fare della Russia sovietica la piattaforma di lancio da dove imporre il Comunismo al resto del mondo, sotto la guida di Lieba Davidovich Bronstein, in arte Leon Trotsky.
Ma ecco che un ostacolo inatteso venne a impedirlo: i due luogotenenti di Trotsky, Vladimir Ilyich Ulianov in arte Lenin, e Joseph Vissarionovich Dzhugashvili detto Stalin, rifiutarono di eseguire la melodia scelta da chi pagava, insistendo sulla loro, cioè, com’è risaputo, consolidare il comunismo in Russia invece di dare priorità alla sua esportazione.
Il duo Trotsky-Lenin, sostenuti dalla finanza internazionale, tentavano di sbarazzarsi di Stalin quando si ammalarono entrambi nel 1922. Stalin colse la palla al balzo e prese il potere. Senza un Achille al comando dei Mirmidoni rappresentanti il comunismo “vero”, il panico si impadronì dei Troskyisti, che con disperati esercizi di voltagabbana tentarono di convincere il nuovo capo della loro lealtà.
Stalin mangiò la foglia. Fu lui a sbarazzarsi di Lenin nel 1924, e una lotta sorda per il potere vide Trotsky lasciare finalmente la Russia per non tornarvi mai più. Era il 1929. Il Piano A era fallito.
Piano B
E scattò il Piano B, come dal titolo: una seconda guerra, così da completare quel che era rimasto incompiuto dalla prima, non durata abbastanza, e dal fallimento di Trotsky in Russia.
Entra in scena Hitler, prodigalmente finanziato durante tutta l’ascesa al potere con l’evidente intenzione di mettere la paura in corpo a Stalin per indurlo a più miti consigli.
Chi era quest’uomo Hitler venuto dal nulla come un deus ex machina? Nonostante i fiumi di inchiostro fatti scorrere per descriverne gesta e misfatti, le biografie del personaggio obbediscono a criteri di parte. Tanto detrattori quanto ammiratori omettono episodi ben conosciuti, ma contrari alle loro ideologie, e che renderebbero imbarazzanti almeno alcune delle loro conclusioni.
Cominciamo dalla famiglia. È noto che Alois, padre di Adolf, fosse figlio illegittimo di Maria Schicklgruber, a servizio in casa Rothschild a Vienna. C’è chi lo afferma categoricamente, e c’è chi si chiede, se corresse  il sangue di quella dinastia nelle vene di Adolf. L’ipotesi non è da scartare, come non è da scartare quella che nelle vene di Stalin corresse lo stesso sangue, questa volta dalla linea collaterale degli Ephrussi.
Non sarebbe stata la prima volta che i Rothschild ricorressero a una procreazione mirata per addestrare caratteri preparati a servire la causa del Nuovo Ordine Mondiale. Certi episodi poco conosciuti delle due biografie corroborano l’ipotesi.
Il primo riguarda la residenza di entrambi in Inghilterra, Stalin nel 1907-1910 e Hitler nel 1912-1913. Colà i due sarebbero stati “decostruiti”, cioè condizionati psicologicamente con il metodo Tavistock, oggi ben noto, a fare da falsi leader: il georgiano Stalin di una Russia, e l’austriaco Hitler di una Germania, entrambe destinate al degrado, facendo tuttavia credere esattamente l’opposto ai loro sostenitori nonché ammiratori, tedeschi, russi e non.
Un secondo avvenne durante la prima Guerra. Hitler fu fatto prigioniero non una ma ben due volte sul fronte occidentale mentre svolgeva compiti di staffetta. Aspettando di essere “liquidato”, un alto ufficiale di British Intelligence fece segno e lo portò via, salvandogli la vita in entrambe le occasioni.
Da allora in poi è possibile seguire un comportamento nettamente schizofrenico: a parole diceva e tuonava slogan anticapitalisti, antigiudaici, antimassonici ecc. Alla prova dei fatti le sue decisioni politiche e militari favorirono al 100% quegli stessi elementi, eccetto che per lo stretto necessario per la galleria. Lo vedremo, episodio dopo episodio.
La Rivoluzione Bavarese, 1918-1919
Le armate germaniche erano state costrette a chiedere un armistizio quando nessuna porzione del territorio tedesco era stata invasa da eserciti nemici, ma una serie di rivolte domestiche sostenute dal comunismo internazionale minacciava di dilaniare la Baviera e poi la Germania. I leaders di queste rivolte si chiamarono Eugene Leviné, Karl  Liebknecht, Rosa Luxemburg, Gustav Landauer e altri della stessa schiatta.
Nell’aprile-maggio 1919 i Freikorps del Generale Von Epp (1868-1946) soffocavano le rivolte, passando per le armi i loro capi. La domanda viene spontanea: dov’era Hitler durante quei due mesi di tafferugli?
Gli storiografi liberi si domandano. Quelli incastonati tacciono. Hitler tace anche lui. Ma è un dato di fatto che:
·         Hitler era ancora sotto le armi (germaniche).
·         Ma in nessuna delle unità sotto il comando di Franz Ritter von Epp.
Ergo militava con i rivoluzionari.
Il Nazismo (e Nazional-Socialismo)
Gli storiografi di varie persuasioni continuano a non percepire l’esistenza di due partiti Nazional-Socialisti, che vale la pena spulciare per una retta comprensione storica.
Il partito Nazional Socialista originale fu fondato da Thomas Masaryk (1850-1937) nel 1887 in Boemia, allora parte dell’Impero Austro Ungarico. Era un partito di ispirazione cattolica con un programma di 25 punti. Il termine “Nazional Socialista” fu scelto in opposizione a “Internazional Socialista”, di ispirazione giudaica come tutti i movimenti anti nazionali.
L’idea piacque in Germania, dove alcuni giovani con tendenze politiche ne introdussero i programmi e le idee. Subito dopo la prima Guerra ne erano divenuti capi, capaci e indiscussi, i fratelli Strasser, Otto (1897-1974) e Gregor (1892-1934). Il partito era finanziariamente solvente, aveva un buon seguito e gestiva due periodici.
Con i fondi inesauribili a sua disposizione, Hitler non ebbe difficoltà a rilevarlo, controllarlo e rinominarlo Nazionalsocialista (una parola invece di due), che divenne il famigerato e arciconosciuto partito Nazista. Immediatamente ne ridusse i punti programmatici da 25 a 18, eliminando quelli che non si confacevano alla sua ideologia.
Otto aveva un sesto senso che gli faceva diffidare dell’uomo Hitler. Nel 1930 ruppe con lui, mentre Gregor rimase leale al futuro Führer, lealtà che gli sarebbe costata la vita. Otto fondò Der Schwarze Front (Il Fronte Nero), movimento che cominciò a combattere Hitler e le sue politiche da allora, quattro anni prima dell’ascesa al potere e protratto durante tutta la durata del conflitto. Si serviva della stampa e della radio, allora unici mezzi di comunicazione di massa. Due abilissimi radiotecnici persero la vita a cagione del loro operato con il Fronte.
Fu l’organizzazione dei fratelli Strasser a facilitare l’ascesa al potere di Hitler, conclusa con la sua vittoria alle elezioni del 1933. Concluse le quali pensavano, gli ingenui Nazional Socialisti, che Hitler li avrebbe premiati con posti di responsabilità nell’amministrazione.
Ma il 27 febbraio scoppiò l’incendio al Reichstag. Otto lo apprese da un tassista, che casualmente disse che i Nazisti al potere avevano appiccato il fuoco.  Otto non perse tempo. Sentendosi in pericolo di vita, fuggì quel giorno stesso in Austria, dove tentò di passare inosservato. Non ci riuscì.  Con una taglia di mezzo milione di dollari sulla testa, fu costretto ad una vita da braccato fino a una fortunosa fuga dall’Europa al Canada nel 1941.
I Nazional Socialisti della prima ora si accorsero troppo tardi del destino che li aspettava: nella notte del 30 giugno 1934 il nuovo Cancelliere sguinzagliò i suoi aguzzini sui membri rimastigli fedeli, facendone uccidere ”non meno di 85” come piamente recita Wikipedia con l’ovvia intenzione di minimizzare la faccenda. Ma Douglas Reed (1895-1976), inviato speciale del Times di Londra in Europa Centrale tra il 1921 e il 1938 e amico personale di Otto Strasser, nota al margine di un suo libro il numero, scritto a mano, di 1200.
Stalin seguì a ruota l’esempio di Hitler. Le sue “purghe” conosciute come “il Terrore Rosso” liquidarono 93 su 139 membri del Comitato Centrale, 81 su 103 generali dell’esercito, e un numero imprecisato ma oscillante attorno alle migliaia di vittime, sacrificate  al suo desiderio esclusivo di potere, e intollerante di opposizioni di ogni genere. Le purghe raggiunsero l’estero: gli “inviati speciali” stalinisti si sbarazzarono di quanti più trotskisti poterono durante la guerra ispano-giudaica conosciuta dalla galleria come Guerra Civile spagnola.
Nel 1945 Otto Strasser si accinse a tornare in Germania. Ma quando il governo (si fa per dire) canadese si rese conto che Strasser aveva ancora in patria il sostegno che lo avrebbe fatto l’uomo più qualificato per succedere a Hitler. lo bloccò in Canada con scuse burocratiche sibilline, effettivamente facendone “il prigioniero di Ottawa” fino al 1955.
Il Miracolo Economico
Tanto gli ammiratori quanto i detrattori di Hitler riconoscono il risorgere della Germania operato dalle sue politiche: piena occupazione, benessere diffuso, salari alti, la Volkswagen, perfino crociere per lavoratori. Ma tralasciano particolari come l’annientamento dell’artigianato indipendente, condannato come “lavoro inutile”, il denso accorpamento degli alloggi operai che li rese bersagli facili ai bombardieri di Harris,  e la ferrea censura, che proibì tra l’altro anche il classico di economia Ordine Economico Naturale di Silvio Gesell.
L’Accordo Haavara
Il 7 agosto del 1933 venne firmato un patto di Trasloco (Haavara in ebraico) tra il Terzo Reich e la World Jewish Agency, in rappresentanza dei futuri leaders dello Stato di Israele. Il patto rimase in forza fino al 1942 inoltrato, in piena guerra. Organizzò il trasloco il Ministero dell’Interno, e lo finanziarono il Tesoro e la Reichsbank. Circa 60mila ebrei beneficiarono dell’immigrazione in Palestina.
Mentre gli studenti ebrei venivano espulsi dalle scuole tedesche, la WJA importava maestri ebrei dalla Palestina, mettendo su scuole ebraiche con i loro programmi per codesti studenti. Il governo del Reich aiutava con programmi speciali anche quegli adulti desiderosi di emigrare. Il primo kibbutz venne messo su in Germania.
Il costo dell’operazione ammontò a 140 milioni di marchi tra il 1936 e il 1942, senza contare gli aiuti in merci come carbone, acciaio e metalli che aiutarono a costruire un centinaio di insediamenti nella Galilea Occidentale. Venne anche inviata una pianta per la desalinizzazione dell’acqua marina. Il ministro Goebbels fece coniare una moneta commemorativa con la stella di David  nel recto e la Svastica nel rovescio, campioni della quale sono ancora reperibili.
Sei altri paesi europei firmarono l’accordo di trasloco, ma dal gennaio 1937 questa politica incontrò l’opposizione sempre più forte di circoli ebraici statunitensi, preoccupati  della perdita di influenza per ogni ebreo che lasciava l’Europa spontaneamente o forzatamente. Il loro potere in Europa era direttamente proporzionale alla popolazione ebraica che rimaneva nel Continente. Gli arabi cominciarono a ventilare l’idea che Hitler fosse un ebreo lui stesso e che voleva stabilire uno Stato Ebraico in Palestina.
L’opposizione crebbe e si consolidò anche tra gli ebrei europei, che non ne volevano sapere di Palestina e stavano bene dove stavano. Hitler stesso cominciò ad aver dubbi: i fuorusciti costituivano una forza lavoro che, con finanziamenti e materiali tedeschi avrebbero potuto essere un nemico non indifferente. E l’accordo terminò.
Un’opposizione crescente mette a confronto ancora oggi due fazioni: gli sterminazionisti, che sostengono la tesi dei sei milioni di gassati nei campi di concentramento, e i negazionisti, che sfoderano argomento su argomento per dimostrare che si tratta di una bufala. Anche qui però c’è una maniera di dirimere la questione così da soddisfare –o imbestialire- entrambi.
Si tratta di trovare, e scannerizzare, copie di Shem, un giornaletto clandestino che circolava nei campi di concentramento. Confezionato da detenuti ebraici, e fatto circolare dalla Resistenza, assicurava il contatto tra gruppi di prigionieri.
 I suoi contenuti farebbero da pietra di paragone ideale per svelare cosa succedeva in quei campi. Non sarebbe affatto difficile sapere di maltrattamenti, di che tipo ed intensità. Un silenzio totale farebbe necessariamente concludere trattarsi di falso e quindi di inganno.
Patto di non-Aggressione 1939
A Petrograd (poi Leningrado, poi San Pietroburgo), un combattente della División Azul, inviata dal Generale Franco al fronte orientale, raccolse un fascio di documenti dal cadavere del dottor Josif Maximovich Landowsky, che risultò essere il loro autore. Il contenuto dei fascicoli rimane la sola fonte di quel che segue.  È nel pubblico dominio dal 1952, data della sua prima pubblicazione a Madrid.
Nel 1938 un imputato al processo di Mosca, dottor Christian Rakovsky[1], già condannato alla pena capitale, subì un interrogatorio di sei ore nella Lubianka, alla fine delle quali ebbe salva la vita e cambiò il corso della storia.
L’interrogatorio si svolse in francese, lingua dominata dall’imputato, dall’agente stalinista Kusmin e dal dott. Landowsky, inviato come medico per monitorare la salute di Rakovsky. Landowsky fece tre copie del documento, due per il Cremlino e una per sé, sapendo cosa rischiava se glie l’avessero trovata addosso.
Rakovsky spiattellò tutto: la finanza newyorkina aveva finanziato la Rivoluzione[2] con le banche Kuhn Loeb e Warburg, le quali stavano finanziando Hitler in quello stesso momento. A costoro non era piaciuta affatto la mossa di Stalin, che invano tentava di ostacolarli. Lui, rimasto leale a Trotsky, tacciava Stalin di “bonapartista”, cioè capo illegittimo di un falso comunismo, la cui vera versione era quella di Trotsky.
Era convinto che prima o poi Hitler avrebbe mantenuto la sua promessa di invadere la Russia, ma suggerì al suo interrogante Gavriil Kusmin una via d’uscita per Stalin: firmare un patto di non-aggressione con Hitler, con lo scopo preciso di dividersi la Polonia tra Germania e Russia. L’Occidente avrebbe attaccato la prima ma non la seconda, nonché aiutato l’Unione Sovietica con armi e materiale bellico. Questi effettivamente arrivarono dagli Stati Uniti per un valore di 11 miliardi di dollari. Rifiutare codesta soluzione avrebbe voluto dire invasione da parte delle armate hitleriane e liquidazione di Stalin entro un anno. Stalin convenne, inviando Molotov pochi giorni dopo a Berlino per negoziare il patto.
Qui entra un particolare che i lettori possono interpretare come credono: la luce rossastra che infuocò i cieli dell’emisfero Nord la notte del 25 gennaio 1938, coincise con l’interrogatorio di Rakovsky e l’accettazione della sua proposta da parte di Stalin.
Alla notizia del patto, il 23 agosto 1939, vi fu un’ondata di rabbia, stizza, e reazioni incontrollate da parte di quei gonzi ancora illusi che le guerre dovessero combattersi secondo i canoni di uno (o anche due) secoli prima. Alcuni dei loro discendenti ancora oggi ammirano (o deprecano) Hitler e Stalin negli stessi termini.
La Guerra Calda (1939-1945)
Il trattamento riservato ai tedeschi rimasti bloccati in Polonia dalla fine della prima Guerra non era stato proprio amichevole. La proibizione di scuole e stampa proprie, pestaggi fino all’omicidio, più il rifiuto di trattare diplomaticamente questioni come l’amministrazione di Danzica (città tedesca al 97%) o i 20km di ferrovia-strada attraverso il cosiddetto Corridoio, facevano da altrettanti potenziali casus belli.
L’invasione germanica dall’Ovest (1 settembre) e quella sovietica dall’Est (17 settembre) cancellarono la Polonia dalla carta geografica. Francia e Inghilterra, come aveva predetto  Rakovsky, dichiararono guerra alla Germania e fecero caso omesso della Russia, lasciandole in mano permanentemente tre quinti di territorio e 13 milioni di Polacchi Orientali.
Sistemata la questione polacca, il Blitzkrieg ad Occidente vide i carri germanici circondare ben 335mila militari britannici e francesi a Dunkirk. Un’occasione da non perdere, che avrebbe messo fine alla guerra in questione di ore. E Hitler la butta via, li manda a casa, e solo dopo offre la pace a Churchill il quale naturalmente la rifiuta.
Né ammiratori né detrattori hanno una spiegazione razionale dell’avvenuto. Se Hitler avesse veramente voluto la pace, avrebbe dovuto proporla prima di liberare quei militari. L’operato mostra o che era ingenuo o che voleva una guerra lunga. Tertium non datur. Al lettore la conclusione.
Mussolini non capì. Franco aveva mangiato la foglia da un pezzo, da stratega professionista che era.[3] Un fronte di 3000 kilometri, dalla Norvegia ai Balcani, non poteva che assicurare la sconfitta dell’Asse. La follia di Dunkirk lo confermò nel non cedere alle pressioni del Führer per impelagarsi in una avventura che sarebbe stata rovinosa per la Spagna, appena uscita dal conflitto domestico.
Un secondo “errore” dello stesso genere fu non chiedere alla Francia sconfitta né i possedimenti coloniali né la flotta, con la quale avrebbe potuto bloccare il Mediterraneo alla Royal Navy. E lasciò all’aviazione britannica il compito di assestare un colpo assassino all’alleato (!) francese attaccandone proprio la flotta a Mers-el-Kebir e Dakar.
Qui si inserisce il volo di Hess in Scozia. La Volgata vuole che Hess, inviato da Hitler per chiedere la pace, fu arrestato all’arrivo e detenuto fino alla morte naturale avvenuta a Spandau nel 1987. Greg Hallett racconta un’altra versione, soffiatagli –dice lui- da un capospia che volle rimanere anonimo.
Secondo costui, due Rudolf Hess (il secondo un sosia) volarono in Scozia a poche ore l’uno dall’altro. Il primo, genuino, fu arrestato, interrogato e poi liquidato senza troppi complimenti. Il vero motivo di Hitler nell’averlo inviato era non di fargli chiedere pace ma di sbarazzarsene senza destare sospetti. Il secondo Hess è quello di Spandau. Ecco perchè non gli fu mai permesso di incontrare visitatori se non in presenza dei carcerieri, e perchè si mostrasse così riluttante  a riceverli.
Un terzo “errore” fu Barbarossa. È vero che Hitler avesse in mente di invadere territorio russo per il suo Drang Nach Osten, ma se proprio voleva la pace poteva ottenerla promuovendo il Patto da non-aggressione ad alleanza, con la quale sconfiggere gli Alleati insieme a Stalin. Dopotutto i due perseguivano le stesse politiche socialiste e nazionaliste. E non avrebbe commesso l’imprudenza di aprire una guerra su due fronti.
I suoi ammiratori affermano che gli fece prendere l’iniziativa una soffiata spionistica secondo la quale le armate sovietiche si stavano preparando ad attaccare la Germania.
Se così fosse, le armate sovietiche avrebbero ostacolato, o anche fermato, l’avanzata tedesca. Ma così non fu. L’invasione fu una passeggiata, fino a Stalingrado un anno dopo.
Quarto: la disfatta della VI armata a Stalingrado. Una ritirata strategica prima che arrivasse l’inverno ne avrebbe conservate le forze per la primavera seguente. Invece il Nostro inchiodò l’Armata in situ promettendo di rifornirla per via aerea: una follia che invece ne causò la distruzione. Ma fu proprio follia? Il dubbio rimane.
Un quinto fu il rifiutare l’aiuto offertogli da numerosissimi contingenti anti-sovietici che non vedevano l’ora di liberarsi dal comunismo. Il pretesto fu di natura razziale, assolutamente demenziale in tempo di guerra.
Si può andare avanti? Si può, per lo sconcerto dei polarizzati pro-contro hitleriani. Quando le provocazioni di Roosevelt esasperarono i Giapponesi al punto di far loro colpire Pearl Harbor, il Congresso USA accolse la proposta di dichiarazione di guerra al Giappone, rifiutandola però alla Germania. Ed eccoti che il giorno dopo, 9 dicembre, viene la dichiarazione di guerra di questa agli Stati Uniti! Eppure Hitler aveva esperienza personale della potenza militare americana. Cosa, o chi, glie la fece sorvolare?
Insomma ce n’è abbastanza per affermare che l’ipotesi che Hitler non solo volesse la guerra, ma volesse anche perderla, è più che fondata. Per finire, vengono a galla storie insistenti su una sua fuga da Berlino in fiamme ai primi di maggio 1945. Due operazioni: James Bond e Winnie the Pooh, entrambe ordinate da Churchill, misero in salvo rispettivamente Martin Bormann e la coppia Hitler-Eva Braun.
Bormann portò con se una lunga lista di numeri di conti bancari svizzeri appartenenti ad altrettanti gerarchi. In Inghilterra apprese l’inglese fino a un buon controllo. Poi gli cambiarono i connotati e lo spedirono in Sud America, non si sa bene se in Argentina o altrove. L’operazione costò la vita a 14 commando britannici.
Hitler invece fu aerotrasportato in Spagna, da dove vengono due storie. Secondo la prima, rimase in incognito nei pressi di Barcelona, dove però il servizio MI5 britannico lo liquidò nel 1950 con una forte dose di materiale radioattivo sotto il materasso. Secondo l’altra, venne spedito in Argentina, dove visse fino alla fine dei suoi giorni negli anni Cinquanta o Sessanta.
Strascichi e conseguenze
Quando finirono di tuonare le artiglierie pesanti e leggere, cominciò il crepitio dei plotoni di esecuzione, nonchè i tonfi di innumerevoli impiccagioni. E non solo nei paesi sconfitti ma anche in quelli dei vincitori; le sentenze le emettevano tribunali-canguro illegittimi.
850mila prigionieri di guerra germanici, declassati da POW a DEF (Disarmed Enemy Forces) così da evitare i controlli della Croce Rossa, vennero fatti morire di inanizione su ordini espressi di Eisenhower in campi di concentramento lungo il Reno. I numeri di vittime delle espulsioni forzate, delle angherie dettate da spirito di vendetta, della fame forzata fino al 1947 e oltre, sono inaffidabili. Angherie di tutti i tipi continuano ancor oggi nel silenzio mediatico, o per impotenza forzata o per complicità.
L’Italia non ha mai divulgato quante fossero le vittime delle stragi post-belliche, ma un deputato comunista si lasciò sfuggire in aula parlamentare un “300mila” che non c’è maniera di verificare. Più gente perse la vita in omicidi pianificati che sui campi di battaglia.
È curioso che tutti i paesi europei si sentissero in dovere di ripristinare la pena capitale, “abolita”, secondo si diceva, nel periodo anteguerra. Perfino nella “neutrale” Svizzera, 17 uomini colpevoli non di crimini di guerra, ma di non aver condiviso l’ideologia imperante, affrontarono il plotone di esecuzione.[4]
Che poi Francia e Inghilterra, paesi vincitori, perdessero un impero coloniale ciascuna, per milioni di kilometri quadrati, e da potenze di primo rango che erano scendessero al secondo quando non al terzo rango, non vi può essere che una conclusione: il “nemico” era un altro.
La Cina Nazionalista fu costretta a rifugiarsi a Formosa, oggi Taiwan, sconfitta da forze comuniste che non avevano preso parte al conflitto, ma che ora ne godevano i frutti, e per giunta con l’aiuto militare e finanziario statunitense. Solo l’Unione Sovietica può rivendicare vittoria, tanto territoriale quanto ideologica, imponendo il comunismo a tutta l’Europa orientale.
Stalin, dopo i massacri di militari russi che rimpatriavano dalla prigionia, ridusse il paese alla miseria, e stava per riattivare le purghe quando una combutta di medici che si sentivano minacciati lo prevenirono, facendolo uscire di scena.
E gli Stati Uniti? Dal 1989, con la caduta del Muro, hanno preso la staffetta dalle mani della Russia, e stanno allegramente conducendo il mondo a quello stesso comunismo che dicevano di aborrire durante la farsa conosciuta come Guerra Fredda.
Un successo duraturo è l’ONU, saldamente attecchita  come futuro Governo Mondiale, con le sue Agenzie in attesa di diventarne i Ministeri dopo aver abolito gli stati nazionali, un progetto oggi davanti agli occhi di tutti ma che alcuni si ostinano a non vedere.
Insomma, chi combattè contro chi? Bastano due libri per chi vuole approfondire.
Nel lontano 1879 Wilhelm Marr (1819-1904), aveva predetto non solo il già letto, ma quello che sta accadendo. Il titolo di una sua opera è abbastanza eloquente: La Vittoria del Giudaismo sul Pangermanesimo, e la frase finale, in latino, dice: Finis Germaniae![5]
 Nel 1944, in piena guerra, corroborava Ezra Pound (1885-1972):
Questa Guerra non è stata causata da alcun capriccio da parte di Mussolini, o di Hitler. Questa guerra fa parte della guerra di secoli tra usurai e contadini, tra l’usurocrazia e chiunque lavora onestamente, sia con le mani che con il cervello.[6]
È su questa linea di ricerca che il giudizio su fatti e misfatti di un conflitto che continua ad  infuriare tutt’oggi va formato e diffuso.

Silvano Borruso
20 agosto 2015




[1] Nome reale Chaim Rakover.
[2] Azzeccatissimo quindi il titolo Red Symphony (inglese) o Sinfonía en Rojo Mayor (castigliano), per chi sa che Bandiera Rossa suona Roth Schild in tedesco.
[3] Francisco Franco aveva guadagnato tutti i gradi militari sul campo, non per “anzianità”. Fu generale a 34 anni.
[4] Lo afferma Romano Amerio in Iota Unum.
[5] Scaricabile dalla Rete in inglese.
[6] America, Roosevelt and the causes of the present war. Londra, John Russell 1951.