Buon giorno. A tutti quelli che hanno apprezzato la prima "favola" di qualche anno fa, "Il Principe brutto", dedico con modestia la seconda favola, sempre col nonno che racconta storie strane alla nipotina Savy. Se vi annoio, perdonatemi, ma qualche volta penso che si possano (e si debbano) dire cose serie e impegnative, anche vestendole in abiti non truci o terrificanti, ma che le si possano raccontare anche attraverso le metafore delle fiabe. Anche se non ho la presunzione di saper creare qualcosa di così serio come sono le fiabe. Un caro saluto a tutti, Fabrizio "nonno e narratore", con la involontaria partecipazione della piccola Savy, che in definitiva è quella che ne esce meglio. Fabrizio Belloni
Una seconda favola al
mare…..
Dopo tre settimane
di tempo splendido, con sole e mare da cartolina illustrata, quel giorno il
cielo aveva cominciato a brontolare ed ad incupirsi. Normale alternanza estiva. La piccola Savy
era già diventata abbronzata da sembrare Pochaontas, la principessa pellerossa.
E gli occhioni azzurri risplendevano ancora di più, nel musetto bello ed
impertinente. Il nonno, cui la bimba di sette anni era stata affidata, si beava
nel vederla crescere di giorno in giorno, e si compiaceva nel constatare che a
sette anni era già impertinente come giusto, e farabutta come una donna adulta.
“Buon sangue non
mente”, pensava il vecchio, sorridendo sotto i baffi….
Quel giorno, senza
spiaggia, viste le prime gocce che facevano salire l’odore dell’asfalto e dei
giardini quando piove, il nonno aveva deciso di dedicarlo a cucinare quello che
alla piccola canaglia piaceva tanto: carbonara e saltimbocca. Armato di
coltelli, taglieri, gratugge e diavolerie simili, il nonno si mise in cucina a
fare danni
gastronomici.
La piccola Savy
arrivò con una smorfietta pitturata sul visino, da mangiare di baci.
“Nonno, perché non
mi racconti una storia, una bella con tante principesse e tanti principi?”
Chiese la piccola peste, annoiata dei giochi che, se fatti da soli, perdevano
ogni attrattiva.
“Va bene, -
concesse il nonno – ma te la racconto mentre preparo”. “Sì, sì, va bene” acconsentì
la principessa. Sapeva come gestire il nonno, furba come una volpe, di istinto,
e con consumata abilità. “Io mi metto qui buona e tu racconta”, stabilì,
scalando una sedia e facendo la gattina.
Il nonno la guardò
con la coda dell’occhio, e decise che la avrebbe fregata: la favola la avrebbe
adattata e costruita su misura.
“Dunque, Savy, ti
ricordi quel film western che guardavi l’altra sera? Oggi ti racconterò una
favola ambientata in uno scenario simile. Fai finta che l’Europa,…… sai come è
grande, vero?” “Certo -insorse la pasionaria- cosa credi, ho studiato e fatto i
compiti delle vacanze, io!”
“Bene, so che sei
brava. Dunque in Europa c’era qualcosa di simile. Ti ricordi quei soldati
vestiti di grigio e giallo che non si erano arresi anche se la guerra era stata
persa?” “Certo, i Sudisti, con quel bell’attore….”
“Tutte uguali, le
donne” pensò il nonno e proseguì.
“Dunque anche in
Europa c’erano uomini, non vestiti di grigio, ma quasi, che non avevano
accettato la sconfitta, convinti che quello che avevano giurato sulla bandiera
non poteva essere cancellato con una firma su un pezzo di carta. E le loro
principesse –furbescamente disse il nonno – li aiutavano, portando loro da
mangiare, curandoli se feriti, informandoli delle mosse del nemico. Anche le
donne hanno coraggio!” “Lo so, - insorse la piccola soldatessa – quando uno di
quegli stupidi dei miei compagni di classe mi tira i capelli, io lo pesto!”
Il nonno fece
finta di non aver sentito, ma era compiaciuto. E continuò.
“Proprio perché la
gente era favorevole a quei Soldati che non si erano arresi, la faccenda
diventava preoccupante. C’erano due sceriffi, uno francese ed uno inglese, che
non riuscivano a tener testa ai Ribelli, ai….” Sudisti” che ancora
combattevano. Anzi, le avevano prese e di brutto, e stavano perdendo sia
territori che credibilità. Tanti giovani, da tutte le parti d’Europa,
raggiungevano i Ribelli e si mettevano a combattere con loro, anche spinti
dalle loro fidanzate e mogli, che erano dalla parte dei soldati vestiti di
grigio e giallo”.
“ Vedi che le
donne sono importanti!” insorse la piccola femminista.
“Assolutamente sì!
Senza di loro noi maschi per cosa combatteremmo? Allora i due Sceriffi, quello
francese e quello inglese, chiamarono in soccorso lo Sceriffo Federale
americano, un po’ il capo di tutti gli
Sceriffi. Che non solo arrivò con un sacco di armi, di uomini, di mezzi, ma si
alleò anche con gli Indiani Sioux che stavano all’Est. Li rifornì di armi, di
cavalli, pensa, gliene mandò 22.000, -disse il nonno, ricordando le locomotive
americane date a Stalin-, di cibo e di ogni altra cosa, ed insieme attaccarono
i Soldati ribelli. Fu una guerra tremenda, perché i Sudisti, cento volte
inferiori di numero, si batterono come leoni, come tigri arrabbiate. Ma la
sproporzione era troppa, la differenza era abissale. La fede nella bandiera
compì miracoli, e la guerra durò oltre l’umana possibilità. Ma alla fine fu
persa”.
Savy era muta, e
non credula. Ma gli occhi parlavano, eloquenti. Quindi il nonno decise di
andare avanti.
“Gli Sceriffi Inglesi,
Francesi, lo Sceriffo Federale americano e gli indiani Sioux si spartirono la
terra dei Ribelli, e misero le loro leggi.
Ma non ci volle
molto tempo perché la gente cominciasse a capire che era molto, molto meglio
quando a comandare e a regolare la vita
erano i Soldati vestiti di grigio e di giallo. Ed anzi proprio di questi tempi
la gente pensa che i Ribelli dovrebbero tornare e sistemare le cose.
Soprattutto le donne che fanno una fatica tremenda a mandare avanti la casa.
Voi donne siete concrete, spicce e pratiche. E capite prima e meglio se le cose
non vanno bene. Oggi le cose non vanno bene. E cresce ogni giorno di più il
desiderio che tornino i Soldati Ribelli, con il loro coraggio, con la forza di
non arrendersi e di combattere per le loro case, per le loro donne, per la loro
bandiera. Sì, sì, i Ribelli stanno tornando!”
“Speriamo, sorrise
Savy, quell’attore era così bello…..E, nonno, come si chiamava il capo dei
Ribelli?” Chiese con finta indifferenza la bimba che sognava l’attore.
“Adolfo, si
chiamava Adolfo” disse serio il nonno.
Fabrizio Belloni