Renzi,
il cartaginese
Cartagine era una
grande e bella Città-stato. Aveva colonizzato commercialmente gran parte del
Mediterraneo occidentale, ma non solo. E con una potentissima flotta espandeva
i propri possedimenti e le proprie aree di influenza. Era civile, evoluta,
raffinata e colta.
Ebbe la sfortuna
di condividere l’esistenza con Roma.
Si scontrarono due
mondi e due modi di intendere la vita ed il dominio.
Roma era grezza,
al confronto, con una cultura più primitiva, non ancora assurta a faro di civiltà
eterna. Ma aveva dalla sua una volontà di potenza, un testosterone
insopprimibile ed una coesione che superava le diatribe interne. Roma era la
Dea Roma , per i Romani, senza se e senza
ma. Le guerre durarono secoli, con vicende alterne. Cartagine fu sul punto di
vincere, dopo Canne. Ma sempre il Sangue romano trovò in sé la forza di
risorgere e di armare un esercito dopo l’altro. Fino ad arrivare ad assediare la Città nemica con Scipione,
un “legatus” (generale) romano, che non le mandava a dire: combatteva.
E proprio
l’assedio di Cartagine, con le donne che si tagliarono i capelli per produrre
funi e corde per gli archi, che nasce la similitudine con i nostri tempi.
Mi è balenata
questa mattina, ascoltando le notizia. Si parla di quando il presidente della
Repubblica (presidente minuscolo, Repubblica maiuscolo) darà le dimissioni:
prima o dopo l’approvazione della legge elettorale? Prima o dopo il discorso di
fine anno? Prima o dopo la conclusione del Semestre di presidenza Italiana
dell’Unione Europea? E si fanno calcoli, dei vari atteggiamenti dei partiti:
cosa farà questo, cosa farà quello. Si commenta l’astensionismo, e si cerca di
individuare chi beneficerà del declino dei pentastellati (regolare meteora,
come lo fu Giannini qualunquista, Bonino radicale, di Pietro che non ci ha
azzeccato, il Bossi secessionista…. Tutti interpreti e fruitori
dell’indignazione vieppiù insofferente della gente, che non riuscirono ad
incanalare la protesta, il messaggio di rivolta larvata). Nei discorsi dei
“politici” si addossano all’altro le colpe e le cause. Si illustra “con
chiarezza e con coerenza” la propria posizione, rischiando il ridicolo, se non
peggio. Litigano o fingono di farlo, con una faccia di glutei bronzea e
ripugnante, non riuscendo più neppure a nascondere il loro vero e profondo
desiderio: la poltrona remunerante, gratificante, unica passione e brama.
Non si accorgono
neppure più della realtà, di quello che sta avvenendo.
Esattamente come i
dignitari cartaginesi. Fuori le mura c’era Scipione, romano, feroce, duro e
spietato. Le donne cartaginesi, più patriote dei loro uomini, avevano
sacrificato un fattore importantissimo della loro essenza femminile: i capelli.
I dignitari facevano invece baruffa per aver la precedenza nel corteo rituale
che andava al tempio per la funzione. La posizione nel corteo equivaleva allo
scranno di parlamentare di questa democrazia odierna:potere e prestigio.
Scipione entrò,
distrusse, lasciò mano libera all’esercito per vari giorni. Alla fine, a
suggello, sulle rovine di quella che era stata una magnifica Città – Stato,
fece spargere il sale: neppure l’erba avrebbe dovuto rinascere ove era fiorita
la civiltà nemica.
I politici di oggi
mi sembrano i dignitari cartaginesi: discutono di sé, del nulla, dei giochino
elettorali, delle tattiche per fingere di cambiare, per poter non cambiare
nulla.
E il primo
ministro Renzi mi sembra meriti l’appellativo di “cartaginese”.
Scipione da Roma grata ed ammirata, fu chiamato
“Scipione l’africano” a eterna gloria.
“Renzi il
cartaginese” ne incarna il contrappasso.
Fabrizio Belloni