Quest’estate ho avuto la fortuna di fare un viaggio nell’area balcanica (Albania, Kosovo, Croazia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina). Così ho deciso di presentare la situazione di questa storicamente travagliata penisola, anche basandomi su alcune cose raccontate dagli abitanti e sulle realtà locali che ho visitato più fortemente legate ai propri usi e costumi tradizionali.
UN’ANALISI DELLA SITUAZIONE GEOPOLITICA
Come ognuno sa, fino al 1991 la parte occidentale della penisola era riunita in un'unica federazione, la Repubblica di Iugoslavia. Il processo di dissoluzione è iniziato in quello stesso anno, con l’indipendenza della Croazia, ed è “terminato” nel 2006, con l’indipendenza del Montenegro; “terminato” è stato messo fra virgolette perché solo formalmente lo è, nel frattempo o in seguito alcune regioni interne si sono autoproclamate indipendenti senza essere internazionalmente riconosciute da tutti. Attualmente, gli stati che vengono universalmente riconosciuti sono quelli che componevano la federazione, con gli stessi confini di quando erano federati fra loro: Bosnia-Erzegovina, Croazia, Macedonia, Montenegro, Serbia, Slovenia. Il Kosovo nel 2008 si è proclamato indipendente dalla Serbia, la quale però non l’ha mai riconosciuto, e a livello internazionale, non tutti gli stati lo riconoscono; in Bosnia-Erzegovina un’enclave abitata da popolazioni di etnia serba si è autoproclamata indipendente, ma non è stata internazionalmente riconosciuta.
A questo proposito, si può ora fare un’analisi generale del fenomeno dei movimenti indipendentisti presenti in Europa, soprattutto alla luce del recente referendum sull’indipendenza della Scozia, che è risultato perdente (sia pure con un margine molto ristretto), ma è stato significativo. Bene, occorre tenere presente che il processo di disgregazione della Iugoslavia fu favorito largamente dagli Stati Uniti, che appoggiarono poi anche la secessione del Kosovo e lo sviluppo delle divisioni interne su base religiosa (per esempio, in Bosnia-Erzegovina devono sempre esserci in contemporanea tre presidenti: uno cattolico, uno ortodosso ed uno musulmano; queste comunità religiose sono considerate alla stregua di vere e proprie etnie, anzi vivono addirittura in quartieri separati). Quanto alla Scozia, il governo americano intromettendosi nella questione si è insistentemente dichiarato contrario all’indipendenza, e ha aiutato il governo di Londra a fare una rumorosa campagna dissuasoria nei confronti della proposta indipendentista (“la Scozia indipendente non avrebbe trovato stabilità monetaria”, “avrebbe avuto una barriera doganale nei confronti dell’Inghilterra”, “si sarebbe trovata in posizione di isolamento”, ecc.).
E questo perché? Gli USA dalla II guerra mondiale si infilano costantemente negli affari europei, ma com’è che nella Penisola Balcanica hanno favorito tutte le divisioni interetniche mentre nel recente caso della Scozia hanno contribuito ad impedire una secessione pacifica? E che dire poi della questione della Crimea? Perché hanno subito riconosciuto l’indipendenza del Kosovo ma dichiarano illegale l’annessione volontaria della Crimea alla Russia?
La verità è che in tutti i modi i governi americani vogliono mantenere il solido controllo militare sull’Europa, quindi strumentalizzano le questioni interne, talvolta appoggiando movimenti secessionisti, talvolta contrastandoli secondo cosa crei a loro maggior vantaggio. Tanto è vero che gli Scozzesi sono un popolo a tutti gli effetti, con un proprio idioma (per l’esattezza una lingua celtica del ramo gaelico, al pari dell’irlandese e del mannese: possiede una ricca tradizione orale, quella dei beul-aithris, ed anche una notevole tradizione scritta, essendo stato la lingua della cultura bardica dei clan delle Highlands per diversi secoli), mentre non esiste propriamente parlando un “popolo cossovaro”, in quanto il Kosovo è sempre stato una terra di confine tra l’Albania e la Serbia, e gli abitanti sono etnicamante o albanesi o serbi; per l’esattezza, i primi abitanti furono Illiri, a partire dal VI secolo vi fu un processo di slavizzazione, e vi furono in seguito periodi di coesistenza o di scontro fra le due comunità, culminati poi con la guerra di Iugoslavia. Inasprire le tensioni fra i popoli balcanici fu gioco facile per gli USA, che così riuscirono a favorire l’allargamento della NATO a Slovenia e Croazia, e a cercare di convincere all’entrata anche Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia e Montenegro, paesi che però almeno per ora non sono entrati; viceversa, qualunque “amputazione” avesse subito il regno Unito avrebbe intralciato l’integrazione euro-atlantica, in quanto esso è lo stato europeo storicamente più legato agli USA; una Scozia indipendente probabilmente non sarebbe entrata nella NATO (come del resto non ne fa parte l’altra nazione celtica gaelica, l’Irlanda), ed in campo economico avrebbe attuato misure più favorevoli allo stato sociale, modello decisamente opposto a quello angloamericano dell’ultraliberismo e del laissez-faire.
Attualmente, sono in corso trattative segrete tra vertici UE e USA per realizzare il TTIP, ossia il mercato unico transatlantico, che porterebbe all’apertura totale dei paesi UE alle importazioni da Stati Uniti e Canada, quindi anche alle importazioni di OGM, carni agli ormoni, carni di animali clonati, polli al cloro, grano con le micotossine, frutta trattata con pesticidi dannosissimi, insomma prodotti di pessima qualità che farebbero una concorrenza spaventosa alle produzioni locali europee (già dobbiamo subire le importazioni massicce di merci dalla Cina, dal Bangladesh e da altri paesi asiatici limitrofi, tutte merci fatte sottopagando la manodopera, spesso minorile, ed inquinando fortemente l’ambiente: questo a causa dei dettami delle istituzioni comunitarie, ormai da tempo asservite ad organismi criminali come il FMI ed il WTO; e sempre a causa delle decisioni dell’UE prese senza il consenso popolare passerebbe questo TTIP: come si vede, i vertici della UE sono in preda al più totale delirio ultraliberista). Qualsiasi amputazione subita da uno stato membro della UE e/o della NATO metterebbe in difficoltà questo progetto. Per questo Bruxelles e Washington ora si oppongono a qualsiasi movimento indipendentista. Una Scozia indipendente con uno stato sociale molto forte avrebbe potuto essere l’inizio dello sfascio di questa Europa delle banche e dei mercati finanziari, e un modello magari per la costruzione di una Europa dei popoli, dove vengano rispettate le identità nazionali e regionali, dove vengano protette le economie locali, dove vengano garantiti i diritti dei ceti più bassi: per questo Bruxelles, sotto l’egida di Washington, ha fatto in modo che perdesse.
Da qui emerge una chiara evidenza: la necessità di riconoscimento e autonomia di ogni popolo o gruppo etnolinguistico è sacrosanta, anzi ora più che mai è una forma di resistenza identitaria alla spinta alla massificazione e alla mercificazione della subcultura del “villaggio globale” teleguidato da banche e multinazionali. Purtroppo però spesso le aspirazioni delle minoranze sono state sfruttate dalle grandi potenze per fare il proprio gioco: per questo occorre conciliare le sovranità nazionali con rapporti di cooperazione parietaria contro gli artigli dell’imperialismo e dell’alta finanza. Per quanto riguarda l’organizzazione possibile del Vecchio Continente, la cosa migliore, come alternativa a questa UE da tempo asservita alle oligarchie bancarie e finanziarie, potrebbe essere una confederazione di nazioni sovrane, che abbiano dunque pienamente riconosciuta sovranità politica, monetaria e alimentare, e che riconoscano a loro volta una giusta autonomia per le minoranze etnolinguistiche indigene, ma con un’alleanza militare comune, puramente difensiva, una politica comune di neutralità – quindi questa funzionerebbe come alternativa alla NATO – e, per quanto riguarda l’economia, sarebbe opportuna una cooperazione attiva per raggiungere un’autosufficienza continentale almeno per il 70%, permettendo comunque ai singoli stati i proteggere le produzioni interne anche rispetto alla concorrenza intraeuropea nei settori ove sia possibile un’autosufficienza a livello nazionale o locale (come nel settore ortofrutticolo o zootecnico). In pratica, un’Europa confederale, neutrale e semiautosufficiente, che sia un polo autonomo rispetto agli USA ed anche alle “tigri asiatiche”, che sia un’associazione di popoli liberi uniti dalla lotta comune contro il potere di banche, multinazionali ed alta finanza.
Tornando ora alla situazione dei Balcani, do ora un’analisi di com’è la situazione nelle realtà di quell’area dove è fortemente vivo il settore primario, e su come ciò possa ora diventare se ben indirizzato un modello per un’economia rilocalizzata, che metta al primo posto l’agricoltura contadina e l’artigianato familiare, in alternativa al modello transnazionale fondato sull’industrializzazione e urbanizzazione senza limiti ed ora, peggio ancora, sulla finanziarizzazione.
L’ATTUALE SITUAZIONE DELLE POPOLAZIONI RURALI BALCANICHE
L’economia dell’Albania è prevalentemente fondata sul settore primario; le produzioni maggiori sono frumento, mais e patate; gli allevamenti più diffusi sono quelli ovini e suini. Inoltre, moltissime famiglie possiedono un orto od un pollaio privato, con cui provvedono a gran parte del fabbisogno interno. Questa prevalenza del settore primario può essere una cosa estremamente interessante: infatti da sempre l’agricoltura è stata l’attività fondamentale per la sopravvivenza di ogni comunità umana, con l’avvento della Rivoluzione Industriale è stata relegata in secondo piano; ma la cosa peggiore è stata la scissione dell’agricoltura dai cicli naturali e la sua artificializzazione attraverso la diffusione di pesticidi e concimi chimici di sintesi, l’introduzione massiccia di razze e varietà alloctone, la diffusione delle serre per la coltivazione fuori stagione, lo sviluppo delle monocolture e da ultimo le manipolazioni genetiche. Un’agricoltura ecocompatibile deve invece essere fondata sull’integrazione con gli allevamenti in sistemi a ciclo chiuso (ovvero: le erbacce si danno agli armenti, e le deiezioni animali vengono usate come concime), sulla valorizzazione delle colture autoctone e sul rispetto delle stagioni. In Albania la maggior parte delle produzioni agricole è di fatto ecocompatibile, questo non perché sia stata programmaticamente indirizzata in questa direzione, ma piuttosto perché da sempre le popolazioni contadine hanno attuato sistemi a basso impatto ambientale facendo affidamento sui saperi tradizionali. Poi più di recente è sorto un cospicuo numero di imprese che hanno la certificazione biologica. L’agricoltura in Albania e Bosnia-Erzegovina è il settore prevalente, in particolare nelle aree montuose, sono presenti ad ogni angolo bancarelle con mieli, liquori, bevande alle erbe ed altri prodotti ottenuti dalle lavorazioni locali. In questi due paesi poi sono quasi assenti gli allevamenti intensivi: ovunque invece si vedono bovini al pascolo e pollastri ruspanti. La cosa è assolutamente positiva: gli allevamenti stabulari hanno un enorme impatto ambientale, oltre a creare sofferenze tremende agli animali. Si è poi stimato che basterebbe un aumento delle coltivazioni di riso perché tutta l’area balcanica raggiunga l’autosufficienza per quanto riguarda il consumo di quel cereale. Questa situazione generale può dimostrare che l’attaccamento agli antichi metodi di coltivazione non va abbandonato, anzi va incentivato, combinandolo con le esigenze moderne di sviluppo. Ma uno sviluppo che tenga conto delle peculiarità locali, sia culturali che ambientali. Il metodo dominante di produzione è completamente insostenibile, essendo fondato sulle monocolture industriali che usano molti pesticidi, concimi e diserbanti chimici, e inoltre distrugge la biodiversità perché esclude dal mercato le varietà considerate poco produttive, e di conseguenza non rispetta nemmeno la diversità culturale umana perché tende ad cancellare le tradizioni delle comunità locali. Da molto tempo però vi è però un interessante movimento di ripresa dell’agricoltura contadina, familiare e biodiversa. Possiamo pensare ai Mercati del Contadino, ai Mercati della Terra, ai Gruppi di Acquisto Solidali o agli Orti Urbani; spesso a ciò si uniscono tematiche sociali, come il reinserimento dei disabili, dei tossicodipendenti o dei carcerati tramite il lavoro della terra. Da ciò possiamo dedurre che è stata in un certo senso una fortuna per certi popoli il fatto di non aver conosciuto l’avvento della chimica in agricoltura e dell’industrializzazione dei sistemi agricoli e zootecnici, e ora la cosa migliore sarebbe se potessero incentivare la proliferazione di micro-realtà rurali sostenibili, che continuino a non usare sostanze chimiche potendo al contempo usufruire dei progressi tecnologici come l’impiego delle macchine agricole. Inoltre mi ricordo che un barattolo di miele da un chilo costava in Erzegovina l’equivalente di due euro, quando da noi un barattolo equivalente costa almeno otto euro; col miele e l’olio fanno poi anche saponette, abbastanza economiche. Già, da noi c’è l’IVA e soprattutto … c’è l’euro, pertanto non abbiamo una moneta sovrana da potere svalutare liberamente in modo da proteggere il mercato interno; e del resto già prima la UE ci aveva imposto l’apertura massiccia ad importazioni extraeuropee che ci hanno fatto concorrenza sleale (ci aveva fatto abbassare i dazi sul grano, i prodotti ittici e gli agrumi nordafricani, mettendo così molto a rischio le nostre produzioni; ha attuato una politica di favoreggiamento alle delocalizzazioni, sicché ora molti prodotti storicamente italiani sono fatti in Cina, Indonesia o Bangladesh; e ora minaccia pure un trattato di libero scambio con USA e Canada). Sarà proprio ripartendo dalle piccole produzioni locali, in primo luogo dai contadini e dagli artigiani, che sarà possibile avviare una generale rilocalizzazione dei sistemi economici. Ma per tutelare i mercati interni ci vuole una moneta sovrana, una riduzione fortissima delle tasse sulle imprese interne, l’abolizione dell’IVA sui prodotti commercializzate nel raggio di poche miglia, e una forte tassazione delle importazioni superflue. E lo svincolamento dagli organismi planetari economici come il FMI ed il WTO, che hanno sistematicamente distrutto le economie locali; e anche da questa UE che se ne è rivelata alle piene dipendenze, e che dovrà essere sostituita da una nuova confederazione europea di nazioni sovrane, possibilmente comprendente tutta l’Europa geografica, che mantenga una politica di difesa comune improntata alla neutralità (un’alleanza di sola difesa come alternativa alla NATO), dove comunque venga mantenuto il potere dei singoli stati in materia di emissione monetaria, politica agricola, tutela delle proprie imprese e protezione dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori; un’associazione libera di nazioni fortemente cooperanti, per garantire l’equilibrio interno, per sostenere progetti solidali con paesi terzi e per contrastare insieme i danni fatti dai grandi gruppi finanziari.
