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Giuseppe ho visto il tuo video che hai postato nel sito.complimenti per la presentazione.
hai fatto riferimento al concetto auritiano di valore indotto della moneta e alla fine hai accennato a Gessell e al suo concetto di interesse negativo.
da ricercatore a ricercatore ti dico che i due concetti sono ormai superati dagli approfondimenti più recenti e altri ricercatori hanno portato e stanno portando importanti contributi logici alla comprensione della moneta.
premetto che il motivo per cui insisto nel ritenere la moneta come criterio contabile/unità di misura del valore e non riserva di valore, nè intrinseco nè indotto, è non solo conseguente a deduzioni e percorsi logici e razionali che non hanno, a tutt'oggi, trovato teorie che li smentiscano, ma anche perchè la moneta concepita così, potenzia al massimo le caratteristiche migliori, sia sotto l'aspetto etico che tecnico, dei modelli auritiano e gesselliano
in estrema sintesi:
l' interesse negativo di Gessell nasce come espediente logico per tenere in circolo la moneta.
deperendo il suo valore conviene rispenderla subito, piuttosto che trasformarla in risparmio.
se lo scopo dell'interesse negativo è tenere in circolo la moneta, quale miglior soluzione che considerare la moneta come un semplice strumento contabile che nasce solo ed esclusivamente nella quantità che serve a circolare e a permettere gli scambi, se no non nasce nemmeno.
con la moneta numeraria contabile, misura del valore, non esiste nemmeno più il bisogno del risparmio in moneta come lo conosciamo oggi, poichè questa moneta senza valore (un pagherò) serve esclusivamente per cedere o reperire beni, per cui esiste e serve solo come grandezza di flusso.
gli stock, il risparmio, l'accumulo, hanno senso solo nella forma di ricchezza/beni reali.
ti ricordo che questa moneta non si svaluta e non accumula interessi, perchè corrisponde sempre ad una misura di ricchezza reale creata e scambiata.
sul concetto di valore di Auriti ho già chiarito in altre mail, che è corretto, ma per fissare un valore economico convenzionale del bene, in base all'aspetto oggettivo proprio del bene e all'aspetto edonistico/soggettivo di bisogno, proprio dell'uomo, non della moneta che ci serve per scambiarlo.
il valore d'uso di un bene è prodotto da tantissime variabili, noi stabiliamo per quel bene un preciso valore economico, che può sempre variare al variare di mille fattori ambientali, soggettivi, relazionali etc.
fissato un valore economico convenzionale che va bene a tutti, "di mercato", dobbiamo esprimerlo, direi quasi "alfabetizzarlo" e lo facciamo creando il sistema di misura e contabilità del valore economico, la moneta, che usa alfabeto e simboli numerici per rappresentare i valori economici, non per veicolarli nelle diverse fasi di tempo.
con la moneta veicoliamo solo numeri.
questa moneta quindi ha delle implicazioni filosofiche e metafisiche, ma non col concetto di Valore, ma col concetto di Numero, essendo un criterio numerico-contabile/unità di misura.
la moneta rappresenta la misura di un dare e di un avere, non il valore del dato e dell'avuto.
Daniele Fagioli