(Silvano Borruso)
Ecco i sintomi più evidenti della
difficoltà ventilata nel titolo:
·
Manca una
definizione univoca di moneta. Si trovano fino a quattro descrizioni, ma non
una sola definizione.
·
Ogni
cosiddetta “scuola monetaria” tira l’acqua al suo mulino;
·
I termini usati
confondono, invece di chiarire, le idee: moneta, denaro, valore, usura,
interesse, credito, liquidità, moneta-debito, mezzo di scambio, inflazione, finanza,
industria bancaria, ricchezza, e chi più ne ha più ne metta;
·
Quello che appare
sui libri e quello che avviene in realtà non fanno che contraddirsi eclatantemente;
·
Eccetera.
È possibile venirne a capo?
Cominciamo con l’affermare che il
problema è squisitamente filosofico. Se la filosofia è amore della sapienza, e
se è sapiente chi è capace di ordinare, ciò vuol dire che le realtà di cui sopra
non occupano nella mente lo stesso posto che occupano fuori di essa.
La
svistarella iniziale
Disse Aristotele che “un piccolo
errore iniziale conduce a grandi errori in fine”; ciò è vero anche quando si
tratta di sviste. Una svista non è un errore filosofico, ma uno di mancata
percezione. Soffermiamoci su di esso.
Chi scrive di cose monetarie
comincia sempre facendo notare che a) la moneta esiste per alleviare le
difficoltà del baratto; e che b) “La funzione fondamentale della moneta è di
essere mezzo di scambio,o intermediario degli scambi[1]”.
Tutta la discussione che segue viene
imperniata sul mezzo e sulla funzione intermediaria, ma non una
parola viene spesa sulla natura dello
scambio. Ecco la svista. Vedremo che non è cosa da poco, e cominciamo
quindi a tentare di capire cos’è uno scambio.
Il baratto lo capiscono tutti: A
desidera qualcosa che B ha e B desidera qualcosa in possesso di A. A scambio
avvenuto il baratto è completo. Quella completezza,
che nel baratto può darsi per scontata, viene invece completamente trascurata
da chi si occupa di moneta. Vediamolo.
A desidera qualcosa in possesso di
B, ma B non desidera niente in possesso di A. È comunque disposto a cedere ad A
ciò che costui desidera, in cambio di una ricevuta
che gli permetta di ottenere da C quello che lui, B, desidera. La moneta non è
altro che codesta ricevuta.
Qui il discorso di chi tratta di
moneta finisce, e il/la monetarista
comincia ad occuparsi del “mezzo di scambio”: come deve essere, di che cosa va
fatto, come funziona, che ripercussioni ha nell’economia, nella finanza, ecc.
Ne nasce una pletora di considerazioni che portano sempre più lontano dal capire il fenomeno, e che non sono affatto
innocue: le soffre la gente sulla propria pelle dai tempi del débâcle del 2008.
Débâcle che colse di sorpresa gli sprovveduti; c’era chi l’aveva predetta con
quasi 20 anni di anticipo.
Ritorniamo quindi al baratto, prendendo
atto del fatto che le due parti contraenti sono soddisfatte quando entrano in
reciproco possesso dei beni (o servizi)[2]
scambiati. Quando entra in gioco la moneta, però, è un errore considerare lo
scambio come completo quando chi riceve il pagamento trattiene la somma senza farla circolare oltre. Lo scambio non ha ancora duplicato il baratto, e
pertanto la moneta sta espletando una funzione diversa da quella di uno scambio. Questo è completo solo quando B
si disfa della moneta ricevuta per ottenere quello che desidera da C.
Diciamo quindi, per coerenza, che se
la moneta deve “fare da” mezzo di scambio, può “chiamarsi” moneta a scambio avvenuto, non prima.
Filosoficamente, è successo che a
scambio avvenuto, la moneta è rimasta relazione,
facendo da certificato di transazione attuata,
e sparendo sia dalle mani di A che da quelle di B, entrambi ora in possesso dei
beni o servizi desiderati. A scambio a venire, invece, B è in possesso di moneta, ma senza obbligo alcuno di farla circolare
oltre.
Ecco l’origine del disordine economico che attanaglia il mondo. Le
conseguenze sono state esiziali, e continuano ad esserlo. Scrutiamole quindi.
Un
termine ambiguo
Coerenza richiede che alle due
realtà - mezzo-di-scambio e portavalori -venga dato un nome diverso; ma
perversamente le si continua a chiamare entrambe “moneta”. Codesta ambiguità ci
occuperà fino alla fine di questo articolo.
Ma l’ambiguità non riguarda solo le
due funzioni della moneta: riguarda anche, e non in tono minore, la struttura
di una società con economia monetaria, la quale diviene indispensabile in
presenza di una certa divisione del lavoro.
Il discorso condotto fino ad ora
idealizza una società in cui tutti
producono qualcosa che vogliono scambiare con altre cose da loro non
prodotte.
Ma dov’è oggi una società così? Dal
tempo della Rivoluzione Industriale, 200 e più anni fa, il numero di
non-produttori è cresciuto a dismisura, e il problema ancora da risolvere è come giustificare i loro stipendi.
Se ci impelagassimo in quel problema
ne uscirebbe un trattato e non un semplice articolo. Accontentiamoci quindi di
capire la natura della moneta, e vedremo dove ci porteranno le conclusioni
raggiunte.
Domanda
e offerta: è legge?
Se tutti coloro che ricevono moneta
in cambio di beni/servizi da loro prodotti la spendessero immediatamente per
ottenere i beni/servizi da loro desiderati, non sussisterebbe alcun problema.
La moneta e i beni/servizi si comporterebbero come si comporta una cremagliera
rettilinea sotto la spinta di un pignone ruotante ingranatovi su. Il pignone rappresenta
la moneta, che ritorna sul mercato ad ogni transazione, e la cremagliera
rappresenta il totale di beni/servizi spinti incessantemente e unilateralmente dalla
produzione al consumo.
Se la moneta fosse puro mezzo di
scambio, il pignone ruoterebbe senza posa, espletando la sua funzione naturale
di facilitatore di produzione/consumo. Domanda e offerta sarebbero in perenne
equilibrio, determinando, come dice la “legge” omonima, i prezzi.
Purtroppo, la moneta non fa da puro
mezzo di scambio, ma anche, come vedremo, da portavalori; il che induce i suoi possessori a sottrarla dalla sua
funzione naturale relazionale per specularvi su come sostanza: diventa un bene di per sè.
La domanda, sostenuta da moneta
duratura, è adesso in condizioni di imporre
un tributo all’offerta, sostenuta da… i capricci del tempo, della moda, delle
tarme, funghi, ratti, ladri e via discorrendo.
Domanda e offerta in perenne
sbilancio non determinano i prezzi. Generano invece l’USURA, identificata da
Gesell 100 anni fa proprio con codesto tributo, e che nasce, lo si noti bene, agli scambi e non ai prestiti.
Lo si verifichi presentandosi a un
mercato ortofrutticolo verso mezzogiorno: le ortaglie invendute verranno offerte a prezzi
stracciati, anche sottocosto, pur di non vederle appassire prima di sera.
Usura contra naturam
Quando chi possiede moneta la presta
invece di spenderla, il tributo imposto al prestatario, mirabile dictu!, perde il nome –obbrobrioso- di usura per
acquistare quello –rispettabile- di interesse.
E la moneta, meraviglia delle meraviglie, si trasforma in essere vivente che si riproduce con leggi sue proprie, completamente avulse
dall’economia e in posizione tale da farla padrona della produzione e della
distribuzione invece che da serva come dovrebbe.
Questa padronanza continua a costare
cara. Ha fatto correre fiumi di sangue, per secoli. E continuerà a farlo fino a
quando non si smaschererà la frode, liberandoci così delle superstizioni che ha
generato e che irretiscono milioni quando non miliardi di persone ancora oggi.
Continuiamo a capire.
Dalla svista
moneta-merce alla frode “riserva frazionaria”
Perchè un certificato di transazione
avvenuta (moneta) circoli, bisogna pure registrarle la transazione su qualcosa.
La svista iniziale ha fatto sì che si scegliesse di tutto: metalli preziosi o
semipreziosi, conchiglie, carta, terracotta, vetro, cuoio, e un lungo eccetera
di materiali-moneta. Ma quanto più “valore intrinseco” uno di questi materiali
ha, tanto meno volentieri lo si spende, generando così la prima superstizione
di Creso, che confonde la possessione di moneta con la ricchezza. E si favorisce
“il risparmio”, che è in realtà l’accaparramento ingiusto di moneta che
paralizza l’economia danneggiando gli scambi.
La cartamoneta cominciò a muovere
guerra ai metalli preziosi dalla sua invenzione, però non l’ha ancora vinta, e
ciò solo perché consente di mantenere la funzione di portavalori. L’enorme
congerie di interessi creati dai vantaggi parassitari di codesta funzione fa sì
che chi ne gode non veda di buon occhio una riforma monetaria che li faccia
sparire.
Qui ci interessa capire il
meccanismo che ha portato il mondo a una crisi del tutto innecessaria, e
risolvibile in questione di giorni, solo se si riuscisse a privare la moneta
del potere indebito di cui gode e costringerla a fare da serva dell’economia
come è suo ruolo naturale.
Quando nel XVI-XVII secolo i
cambiavaluta divenuti banchieri si avvidero che le ricevute di deposito
circolavano benissimo al posto dell’oro che rimaneva nei loro forzieri, venne
loro la tentazione (e a chi non sarebbe venuta?) di lucrare interesse senza
prestare alcunchè, ma di nascosto: un falso in atto pubblico.
E già, perchè ai tempi in cui si
prestava sul serio, cioè privandosi
dell’oggetto -o moneta- prestati, si era sviluppata tutta una serie di teorie dirette
a giustificare l’interesse. Eccole:
1. Teorie di fecondità;
2. Teorie di produttività;
3. Teorie di usufrutto;
4. Teorie di astinenza;
5. Teorie di lavoro;
6. Teorie di sfruttamento.
Chi vuole divertirsi può leggere
come Gesell distrugga tali teorie l’una dopo l’altra nel capitolo 6 della parte
V di Ordine Economico Naturale.[3]
Chi invece vuole capire, rifletta sul perchè del plurisecolare fallimento di tutte le proibizioni di interesse, tanto
civili quanto ecclesiastiche. Non ci si accorgeva della piccola svista iniziale
che concedeva a chi riceve moneta di
diventarne il possessore senza costringerlo a spenderla.
L’ultimo benintenzionato tentativo in
quella direzione fu l’Enciclica Vix
Pervenit[4]
di Benedetto XIV (1740-1758), nella quale si faceva una distinzione, vera ma non troppo
utile, tra interesse, definito come onorario per il servizio del prestatore, e
usura, definita come prezzo della moneta trattata come merce.
La ragione per cui quell’enciclica
rimase lettera morta, però, fu un’altra: nel 1745 era già da un pezzo che non
si prestava più denaro contante. Nel 1609, con la fondazione della Banca di
Amsterdam, era entrata in lizza la più durevole frode monetaria di tutti i
tempi: la riserva frazionaria.
Credito:
da fiducia reciproca a frode bancaria
La parola “credito” trasuda fiducia,
comprensione, lealtà. Ecco perchè si parla di “fonti di informazione
accreditate”, “resoconti credibili” “credenziali diplomatiche” ed espressioni
del genere. Giudichi ora il lettore se è possibile fare uso di questo termine per
il credito bancario, descritto a continuazione.
A ha bisogno di moneta e fa domanda di
prestito a una banca. Il direttore lo concede. Cosa riceve il prestatario A?
Un libretto di assegni in bianco,
mentre un impiegato batte la somma “prestata” nel disco rigido di un computer, consentendo
ad A di firmare assegni fino al totale della somma creata lì per lì. In nessun caso, contrariamente a come la gente è
stata indotta a credere, una banca presta denaro esistente, meno ancora somme depositate da altri
clienti.
Questa semplice operazione ha
conseguenze strabilianti, ma che passano inosservate per una combinazione
letale di mancanza di osservazione, di riflessione e di raziocinio. Vediamole.
·
Chi crede di
avere “denaro in banca” solo perchè a suo tempo vi ha depositato del contante,
in realtà non ha che una cifra in un
libro contabile con cui la banca si dichiara debitrice di quella somma.
·
Il contante
con cui la banca fa credere di essere solvente è una frazione del movimento di moneta, da un minimo di 2,5% a un massimo
dell’8-10%.
·
Il “prestatario”
non ha ricevuto un prestito, giacché la banca non si è privata di alcunchè nell’operazione.
L’“interesse” richiesto dalla banca, in altre parole, è un’estorsione
ingiustificata ottenuta fraudolentemente.
·
La banca
permette di firmare assegni, così creando potere d’acquisto fino a coprire il
capitale, ma non l’interesse. Questo
deve essere estratto a) o da un incremento di attività lavorativa, o b) da un
altro “prestatario” o c) da un nuovo “prestito” per pagare gli interessi di uno
vecchio. Risultato: se dieci “prestatari” hanno emesso una somma totale di
10mila unità, e prima o poi devono “restituire” 11mila, la bancarotta di uno o
più di costoro è matematicamente certa. Ecco l’origine della perenne crescita
obbligatoria dell’economia.
·
Nel prestare,
la banca domanda come garanzia il cosiddetto “collaterale”, cioè ricchezza fisica prodotta dal lavoro umano (se
dal prestatario o no non interessa ai nostri fini).
·
I termini
dell’operazione subiscono cambi stravolgenti: quello che è un permesso di
emissione viene chiamato “prestito”; la somma creata dal nulla diventa “moneta
bancaria”;
·
E la
confusione tra credito e moneta plurifunzione aumenta senza fermarsi.
Come è stato possibile arrivare a
tanto?
Un po’
di storia
“Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua
sentenza”, scriveva Manzoni commemorando la morte di Napoleone. Oggi siamo in
grado di rispondere affermativamente. Fu vera gloria, consumata a Waterloo.
A sconfiggere Napoleone furono le
forze dell’Usura, che da Waterloo in
poi hanno sempre più rivendicato, e con successo bisogna ammettere, il diritto
di esercitare poteri che prima di allora erano del Sovrano. Tali forze pretesero
di cambiare a discrezione il potere di acquisto della moneta del Re misurato in
beni e servizi. Neanche i re si erano permessi misure simili senza lunghe e
gravi riflessioni.
La moneta
doveva ora esser libera di cercarsi profitto dove e quando potesse e volesse;
bisognava ancorarla all’oro, e se questo veniva esportato, la quantità di
moneta nel mercato interno doveva essere ridotta di una quantità equivalente.
La deflazione, e con essa la minaccia di carestia, veniva così
istituzionalizzata.
Ogni
produttore locale è da allora stretto in una morsa che si stringe sempre di
più. Deve produrre a costi bassi per potere “essere competitivo” sui mercati
esteri. Se non vuole chiudere i battenti deve ridurre i salari, (“costi di produzione”
nel gergo finanziario). Ma con salari bassi non può vendere i suoi prodotti all’interno.
Deve quindi “esportare”.[5]
Al
Congresso di Vienna, nel 1814-15,
“Metternich e Stadion sembravano governare l’Austria
perchè ne avevano i titoli; in realtà, come Cobbett non si stancava mai di
indicare, non fu restaurato che il personale del vecchio regime, ma oberato
ora da un carico di debito che dava ai creditori il controllo effettivo del
potere.”[6]
Da allora
a nessun paese viene permesso di vivere del suo. Ogni paese va permanentemente
sbilanciato contro ogni altro, così da ottenere i più alti profitti per le
banche, anche se ci vuole una guerra per ottenere i risultati desiderati.
Per di
più, ogni paese deve indebitarsi cedendo la sovranità monetaria al sistema
bancario e chiedendo in “prestito” una moneta che potrebbe, e dovrebbe,
emettere il governo senza interesse.[7]
A
mantenere questo sistema, e a poco altro, sono servite le due guerre mondiali
del secolo XX. Quali ne sono le conseguenze odierne? Si studi il grafico che
segue.[8]
1860-70
|
1890-1930
|
Secolo
XX: Guerra
|
A
|
B
|
C
|
La curva A rappresenta la crescita naturale, cioè degli esseri viventi.
Codesta crescita dipende dai grandi cicli della natura: acqua, ossigeno,
carbonio ecc. Agricoltura e industrie derivate seguono, o dovrebbero seguire,
quella curva: crescita rapida seguita da equilibrio statico.
La linea retta B rappresenta la crescita
industriale. Nel decennio 1860-70 questa superò per la prima volta quella
agricola negli Stati Uniti e nel Regno Unito, seguiti dai paesi oggi chiamati
“industrializzati”.
La curva C è quella esponenziale dell’interesse
composto (leggi: usura), dettata dalla forma di moneta in uso da 4000 anni, e
dovuta alla confusione di mezzo di scambio e di risparmio.
I quattro decenni 1890-1930 segnarono l’intersecarsi
dell’interesse composto con l’agricoltura. Gli effetti sono stati profondi per
non dire tragici. Segnalo:
·
L’agricoltura
di rapina, praticata a cominciare dalle grandi praterie americane. Milioni di
tonnellate di granaglie a prezzi stracciati si rovesciarono sui mercati
europei, rovinando i piccoli agricoltori e constringendo milioni di costoro ad
emigrare. Negli anni Trenta la natura si vendicò sull’America settentrionale
con i famosi “dust bowls”: 400 milioni di acri di terra esausta vennero letteralmente
portati via dal vento.[9]
·
La fine,
dovuta alla Grande Guerra, dell’uso di nitrato del Cile come materia prima per
esplosivi, nonchè come fertilizzante artificiale. L’industria dei
fertilizzanti, spinta dall’interesse composto C, deve crescere o perire come
ogni altra. Il buon agricoltore sa che la sola pratica razionale è nutrire la microflora del suolo con concimi
naturali. Questa in turno provvede a nutrire le radici, nei tempi e modi
previsti dalla natura. Ma da un secolo a questa parte si forza l’alimentazione
artificiale dei raccolti, producendo così quantità enormi di derrate di qualità
scadente, e pertanto insufficiente a sostenere la salute. E l’industria si
mantiene producendo esplosivi in tempo di guerra e fertilizzanti in tempo di pace.
I concimi naturali o non si producono o si distruggono, dando così “lavoro” a
qualche disoccupato.
·
L’invenzione
del mulino a dischi piani, che separa nettamente amido, crusca ed embrione dal
chicco di grano, permettendo così a speculatori di vendere quest’ultimo a
prezzi esorbitanti per farne cereali di lusso, e deprimendo la qualità del pane
della gente.
·
La sparizione
dell’azienda agricola familiare per indebitamento, sostituita dalla
monocultura, pratica che deprime sempre più la fertilità del suolo.
Quando l’esponenziale C interseca la linea retta
B, è l’economia di guerra. Si
produce per distruggere, così dando impiego e pagando l’interesse sul debito.
Quando Raoul Follereau (1903-77) chiese invano al Presidente Roosevelt l’elemosina
del costo di un bombardiere per i suoi lebbrosi, non si rendeva conto che uno
di questi velivoli abbattuto nel cielo della Germania in fiamme, sacrificando i
ragazzi dell’equipaggio e migliaia di vite di civili, significava migliaia di
posti di lavoro nell’industria di quella guerra[10]
che salvò l’America dalla Gran Depressione.
La pratica continua. Le industrie di
guerra producono, i mercanti di morte ne vendono i prodotti ai “governi” di
paesi sottosviluppati, costoro ne fanno ottimo uso (economicamente parlando,
cioè distruzione e morte) e i paesi “sviluppati” alleviano il problema della
disoccupazione industriale.
È evidente che la pace tra i
belligeranti non solo non risolve il problema, ma va contro gli interessi
risiedenti nella logica inesorabile
dell’usura, moltiplicata a dismisura con la confusione credito-moneta. Nel
Regno Unito, per esempio, 50 miliardi di contante circolano insieme a 2000
miliardi di credito. Solo l’8% di questo va alla produzione; il resto va alla
speculazione fondiaria e monetaria. Il bubbone è esploso nel 2008, ma chi sapeva
osservare la situazione lo aveva predetto per lo meno dal 2003.
Una parola
sul signoraggio, di cui tanti straparlano senza capire. Questo fenomeno è la
differenza tra il valore facciale e quello intrinseco non di una moneta per se,
ma del contante. Evidentemente questo è massimo con la cartamoneta e
minimo con la moneta di metallo prezioso. Ma i dati del paragrafo precedente ci
dovrebbero far capire che si tratta di un fenomeno marginale, e pertanto
trascurabile.
Sul credito
bancario non vi è signoraggio. Ma tale credito si estende fino a 97,5%
della “moneta” in circolazione, esercitando una crescente pressione che non
permetterà mai ai debitori, privati o pubblici, di ripagare le somme
ottenute “in prestito”. Ecco gli effetti devastanti dell’usura contra naturam, come la stigmatizzava Pound.
Fino a quando non si affronterà l’usura faccia a
faccia, non vi saranno politiche, per quanto dettate da buona volontà e messe
in pratica da gente onesta, in grado di far cambiare la situazione. Che fare?
Strategia
e tattiche. Golia e il suo tallone di Achille
Chi vuole vincere una guerra, consigliava
Sun Tzu, deve cominciare conoscendo il nemico. E chi sia costui ce lo disse
Lord Acton (1834-1902) nel 1875, quando era Presidente della Corte Suprema del
Regno Unito:
“La
questione che si trascina da secoli e che dovrà essere combattuta prima o poi è
quella del Popolo contro le Banche”.
Questa sì che è profezia. Quali sono
i termini della contesa?
Tutto quello che precede ci ha fatto
capire che lo Stato moderno ha abdicato con la sovranità monetaria anche quella
politica. Non protegge più il Popolo. A farlo, chi sta al “potere” sa benissimo
che rischierebbe la fine di un Lincoln, un Garfield, un McKinley, un Kennedy e
per buona misura mettiamoci un Moro e un Leone con quel servitore fedele dello
Stato che si chiamò Federico Caffè, sparito senza lasciar traccia nel 1987.[11]
Il Popolo, per niente sovrano come
balbetta la Costituzione, si trova, atomizzato e indifeso, ad affrontare un
Golia finanziario che detta legge al mondo. Conoscere il nemico, però, non
basta. Bisogna conoscere anche sè stessi, così da decidere come affrontare il
gigante armato di moneta e di credito-riserva frazionaria con una fionda
caricabile con i ciottoli levigati di “autosufficienza”, “lavoro”, “abilità
personali”, “inventiva” e “sobrietà.”
Il Popolo, succube di una economia
monetaria basata sulla divisione del lavoro, è da decenni ipnotizzato da una
educazione progettata e messa in atto con lo scopo specifico di mantenere quella divisione.
Ciò impedisce alla gente di pensare,
specializzata com’è in una infinità di occupazioni ognuna con il suo bravo
“certificato” “diploma” e pezzo di carta variopinto.
La specializzazione, però, appartiene
al mondo degli insetti, non all’umano: c’è da strabiliarsi con quel che erano le
abilità dei nostri antenati 200 e più anni fa.
Quelle abilità non sono sparite.
Sono in letargo artificiale, e la crisi sembra fatta apposta per farle
svegliare. Diceva Ezra Pound che è meglio vivere con poco denaro e molto tempo libero
piuttosto che con molto denaro e poco tempo.
Prima di prestare attenzione al
tallone d’Achille di Golia prestiamola alla sua forza: l’aver catturato la
quarta funzione di governo, impedendogli
di emettere moneta sovrana e imponendogli
di chiederla a prestito dalle banche. Nessun governo è oggi in condizioni di
riappropriarsi di questa prerogativa.
E anche supponendo che lo fosse,
potrebbe emettere moneta-puro-mezzo-di-scambio come vuole Natura e non Usura?[12]
Una tale moneta fu emessa una sola
volta, ma da un governo locale, non nazionale. Fu il borgomastro di Wörgl
Michael Unterguggenberger (1884-1936) ad emetterla nel 1932-33, seguendo la
teoria di Gesell. Il successo fu spettacolare: circolando 450 volte in 14 mesi,
5300 scellini-certificati di lavoro mossero ben 2 milioni e mezzo di beni e
servizi, incluse opere pubbliche che ancora stanno in piedi.
A farlo un governo nazionale, però, creerebbe
un grosso problema, cioè come giustificare i salari dei numerosissimi parassiti
che guadagnano senza produrre, come
già visto. La riforma può invece, e deve, venire dal Popolo, come vedremo.
Quello che è la forza di Golia è
anche il suo tallone di Achille: la Riserva Frazionaria, che fa emettere
quantità di credito smisurate sulla base di una quantità esigua di contante
usato come specchietto per le allodole. Ma una mal riposta fiducia del Popolo
verso le banche sostiene la baracca invece di farla crollare come dovrebbe. Codesta
fiducia verso le banche va ritirata tout court. Come?
Primo: negando loro il contante, che appartiene al Popolo, non alle banche. Per cui va sempre prelevato, mai depositato. Depositare sì strumenti di
credito accettati dalle banche, ma non
denaro contante, sul quale, e solo sul quale, esse erigono le mostruosità
chiamate Riserva Frazionaria e conseguente Credito Bancario. E se intervenisse
la BCE (o qualunque altra autorità) per “salvare” le banche, non ci si
impaurisca: si continui a depositare
strumenti di credito e a prelevare contante.
Secondo: coltivando l’autosufficienza, in primis quella dei bisogni essenziali: cibo, vestiario e
tetto. Non entro in particolari perchè il discorso si farebbe lungo, ma è
semplicemente incredibile quello che può dare un metro quadrato di suolo
organico ad ortaggi invece che a fiori, quello che può produrre una macchina da
cucire in mani moderatamente esperte, o una cassetta di attrezzi nelle mani di
chi apprende, o ricupera, certe abilità manuali. Contrastare quindi gli effetti
deleteri dell’obsolescenza programmata rimettendo in sesto tutto quel che si
può. Barattare i prodotti/servizi
del proprio lavoro con quelli altrui, comprare
il meno possibile.
Terzo: praticando la sobrietà. Entrare in un supermercato, guardarsi attorno, ed esclamare: “Ma guarda
quante cose di cui non ho bisogno”!, è terapeutico. Quando si desidera
qualcosa, si rifletta: ne ho veramente bisogno? Se sì, posso farmela da me? Se
no, posso imparare a farla? Se no, quanto costa? Se troppo, posso continuare a
farne a meno? Non indebitarsi per nessuna ragione.
Quarto: favorendo l’economia locale. Una economia locale che ha sviluppato una certa divisione del lavoro ha
bisogno di moneta. Ma questa manca, date le politiche perverse già esaminate.
Cosa impedisce che una tale economia emetta una propria moneta con la quale
lubrificare gli scambi?
È dal 1982 che il fenomeno delle
monete sociali proprietà del Popolo si estende in tutto il mondo. Il loro
numero oscilla tra 5 e 10mila. Esporrò solo quella che mi sembra più geniale,
decollata a Creta e nel vicino Dodecanneso.
Dall’estate del 2009, gli esercizi
commerciali locali hanno cominciato ad accettare biglietti usati di trasporto pubblico in pagamento di beni e servizi prodotti
localmente, in proporzione diretta agli acquisti locali. Se il 30% delle spese
di un esercizio avviene localmente, questo accetterà il 30% dei pagamenti in
biglietti usati che portano impresso un valore facciale e una data.
La data è importante, perchè
permette agli operatori economici di controllare la quantità di circolante.
Basta mettersi d’accordo e di tanto in tanto dichiarare fuori corso i biglietti
emessi prima di una certa data.
L’accordo di accettazione sarebbe
l’unica condizione per far funzionare
il sistema. A Roma, per esempio, ogni esercizio facente parte dell’unione
incollerebbe in vetrina un biglietto ATAC e una cifra percentuale, p.es. 30%,
così segnalando ai clienti che il prezzo di un articolo da 10€ può pagarsi con
7€ più due biglietti usati da 1,5€ ciascuno. Eccetera.
Il costo di emissione sarebbe zero,
e i biglietti non sono né falsificabili né accaparrabili. Ci guadagnerebbero
tutti, inclusa l’ATAC. Non perdendo il potere di acquisto dopo l’uso (non per
trasporto ovviamente) nessuno avrebbe più interesse a viaggiare a sbafo. E i
controllori diverrebbero ridondanti.
Quello che vale per Roma varrebbe
anche per le grandi città. In provincia, il
Popolo di ogni comune o consorzio di comuni circonvicini costringerebbe le autorità ad emettere
moneta locale, in barba alle proibizioni legiferate per conto delle banche.
Finisco con un aggiornamento, spero realistico e non irriverente, dell’inno di
Mameli.
Fratelli d’Italia,
Mammona ci appesta.
Dell’elmo di Scipio
Si cinse la testa,
e poi la vittoria
gli porse la chioma,
e schiava, con Roma
di lui si creò.
Stringiamoci forte,
chiudiamo le porte,
in che triste sorte
l’Italia infangò!
Stringiamoci forte,
neghiamo le sporte
a Mammona di morte
che Italia ruinò, sì!
Da lui da due secoli
Calpesti, derisi,
perchè non siam popolo,
chè ci ha ben divisi.
Raccolgaci un’unica
Idea, una speme:
combatterlo insieme
già l’ora suonò.
Uniamoci, uniamoci;
l’unione e l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
Il suolo natío:
se uniti, per Dio,
Mammona, che può?
Silvano Borruso
4 giugno 2012
[1] Pietro Vernaglione, La Moneta. Sottolineato di Vernaglione.
[2] Il medico disposto a curare la famiglia
dell’idraulico a cambio del servizio di manutenzione delle sue tuberie non
calcola prezzi: il servizio ricevuto vale il dato e una stretta di mano li
sigilla.
[3] Arianna Editrice. Gruppo Macro, e-Book.
[4] 1 novembre 1745.
[5] Classificare l’economia di un paese per mezzo
dell’esportazione si dà oggi per scontato. Si consulti il Calendario Atlante De Agostini per verificare.
[6] Christopher Hollis, The Two Nations, Routledge 1937, p. 134.
[7] Dico “governo” e non “Stato” perchè l’emissione
monetaria è funzione governativa, usurpata dal sistema bancario a partire dal
1819.
[8] Dal libro di Margrit Kennedy Interest and Inflation Free Money, New
Society Publishers, p. 19. Date aggiunte.
[10]Gli “Alleati” sacrificarono ben 158.906 (sic) vite
di giovani aviatori nei cieli della Germania per estinguere quelle di circa 2
milioni e mezzo di civili periti sotto i bombardamenti. Si rivelava così
l’inutilità assoluta di questo mezzo di terrore per vincere una guerra. Ma
l’industria aeronautica si mantiene in piedi non dando troppa pubblicità alle
cifre (Quigley, Tragedy and Hope
p.804)
[11] I particolari sono reperibili in Rete. Qui
occuperebbero troppo spazio.
