PRIMA PARTE: CAUSE DELLA CRISI, DISTRIBUZIONE DEI SUOI EFFETTI E VIE DI
USCITA.
Tutti vediamo le risorse non rinnovabili in esaurimento, la preoccupante
espansione demografica, la progressiva contrazione dei profitti mercantili e il
montare delle legittime aspirazioni del terzo mondo, ma non dobbiamo confondere
il “burrone” che ci troviamo davanti e nel quale non vogliamo né possiamo
permetterci di precipitare con le precise e diverse cause delle ferite
provocate dalla nostra caduta davanti a esso e non dentro di esso, che
risiedono nelle opzioni economiche liberiste pesantemente recessive e
regressive che ci ostiniamo a seguire da ormai 30 anni e che, per come sono
strutturate, mentre hanno progressivamente triplicato la ricchezza dell’1% più
ricco, hanno nel contempo già dimezzato quella del restante 99%, e, al suo
interno, contratto di 2/3 quella del 50% più povero. Il doppio tragico equivoco
sta cioè nel pensare, da un lato, che la cri che attraversiamo sia dovuta al
pesante operare già nel presente di quelle gravi contraddizioni che bene
davanti a noi (il "burrone"), mentre, dall'altro lato, che questa
crisi sia certamente la crisi di tutti, laddove invece crisi solo per il 99%
della popolazione, quella che lavora, produce e commercia, mentre è successo economico
strepitoso per l'1% più ricco e che non produce, costituito dalla elite
creditizio-finanziaria, dagli speculatori mobiliari e immobiliari, dai manager
ormai autonomi dalla proprietà, dai ceti possidenti e dai privilegiati di ogni
genere (complessivamente chiamati top incoming).
Nel concreto, accade infatti che le ricette liberiste comprimono retribuzioni e
welfare mentre detassano i ceti possidenti al fine dichiarato di acquisire una
sempre maggiore competitività grazie a costi sempre più bassi e capitali sempre
più abbondanti e a buon mercato. Peccato, però, che sia assolutamente
imbattibile sul fronte dei costi la concorrenza "sleale" delle
imprese delocalizzate in aree del mondo dove producono sottocosto nel massimo
dispregio della natura e dell'uomo, per cui, complice anche un cambio reso così
sempre più "forte", le esportazioni non compensano la pesante
compressione dei consumi interni così provocata ed avanzano la
deindustrializzazione, il degrado e perfino la fame, mentre la iper-remunerazione
e detassazione dei capitali più la bassa inflazione e il cambio
"forte" fanno crescere ulteriormente la "fetta" di PIL che
va al'1% più ricco e aumentare continuamente il valore speculativo dei suoi
cespiti, iper-remunerati, detassati e/o al sicuro in paradisi fiscali.
E così, mentre il “vampiro” si ingrassa sempre di più del sangue del popolo
vampirizzato, questo insiste a chiedere agli “esperti” del “vampiro” come
curare la propria “anemia” ed accetta di curarla … intensificando il
dissanguamento! E si oltrepassa ogni decenza quando si pretende di incentivare
gli investimenti piuttosto che l'assunzione di giovani, donne o al Sud senza
minimamente curarsi di finanziare consumi aggiuntivi, con il risultato di
contribuire all'inutile finanziamento delle assunzioni e degli investimenti che
sarebbero stati fatti comunque, poiché le imprese effettuano assunzioni e
investimenti aggiuntivi solo per produrre una offerta aggiuntiva che soddisfa
con profitto una domanda effettiva aggiuntiva, in assenza della quale ogni
incentivo è inefficace e in presenza della quale semplicemente inutile, e
magari assistendo così pure al parallelo paradossale licenziamento di
corrispondente numero di non giovani, uomini e al Nord!
E tutto ciò è ancora più assurdo quando si considera che Non è nemmeno
pensabile un sistema-mondo in cui alcuni paesi esportano stabilmente più di
quanto importano e viceversa, laddove è già vergognoso in sé il proposito di
esportare nei paesi “fratelli”, insieme ai propri beni e servizi, pure tanta
disoccupazione e tanti fallimenti quanti ne comporta la mancata produzione
nazionale che soppiantiamo con le nostre esportazioni, e laddove è comunque
impossibile battere sul fronte dei costi la concorrenza “sleale” delle imprese
delocalizzate, er cui dovremmo sapere bene che lo sviluppo di ogni area va
necessariamente basato sul sostegno del suo mercato interno in regime di
pareggio tendenziale dei rispettivi import-export, e, dunque, fare ... l'esatto
contrario di quello che facciamo da ormai 30 anni, abbandonando il liberismo
per il modello postkeynesiano!. There Is No Alternative.
SECONDA PARTE: LA SOLUZIONE POST-KEYNESIANA PER IL 99% CONTRO L'1%.
Come uscire dalla crisi attuale? Essa è infatti davvero "strana" nel
momento in cui è tale solo per il 99% della popolazione, la cui percentuale di
PIL negli ultimi 30 anni è sempre calata fino a pian piano dimezzarsi, mentre
nel frattempo si è invece avuta la pacchia per l'1% più ricco, data che la sua
ricchezza negli stessi anni si invece pian piano ... triplicata?
Semplice: facendo l'esatto contrario di quello che facciamo da 30 anni:
a)abbandonare la triplice deregulation liberista (borsistica, valutaria e
doganale) in favore di vincoli anti-speculazione borsistici e valutari che
bloccano pure le esportazioni di capitali e le delocalizzazioni aziendali
contrarie all’interesse nazionale.
b)varare al riparo di queste protezioni il sostegno keynesiano della domanda
interna ridistribuendo più socialmente il PIL e praticando il deficit-spending
con btp collocati a tassi netti negativi e senza spread. L'equo canone sulle
grandi proprietà, il calmiere sugli interessi bancari e sui premi assicurativi,
i trasferimenti dalle retribuzione pensioni alte verso quelle medio-basse pur
lasciando invariato il "monte" retribuzioni e pensioni complessivo,
trasferiscono infatti risorse dai ceti prettamente risparmiatori verso quelli
più consumatori, con indubbi effetti moltiplicatori keynesiani. Il trattato di
Lisbona consente peraltro alla BCE di prestare anche alle banche pubbliche gli
euro che presta a tutte le banche private della eurozona e allo stesso basso
taso (oggi, lo 050% nonostante l'inflazione effettiva oscilli nella UE tra
l'1,0% e il 3,0%). Ne approfittano regolarmente i tedeschi per collocare i loro
bund presso le loro banche pubbliche a tassi ridicoli, e potremmo farlo
benissimo pure noi, risparmiando circa 80 dei 90 mld che criminalmente
regaliamo ogni anno come interessi sui btp alla elite che li acquista sul
mercato speculativo dei titoli. Una elite che finchè non riformeremo questo
collocamento continuerà a intascare per sé lo spread rifiutandosi di utilizzare
lo sconto ulteriore che concediamo sul prezzo dei btp onde munirsi di apposito
certificato assicurativo contro il nostro default (i così detti Credit Default
Swap) perché sa benissimo che possiamo fallire solo volontariamente, e che per
giunta fanno aumentare questo margine proditorio speculando contro. Un debito
pubblico che si paga da sé per semplice decorso del tempo al tasso annuo
dettato dalla differenza tra interesse lordo e inflazione effettiva.
c)contenendo con il calmiere all’ingrosso e l’anti-trust la inflazione “da
oligopolio” che abitualmente accompagna le fasi espansive e
d)neutralizzandola nei rapporti con l’estero svalutando periodicamente il cambio
in misura pari all’eventuale differenziale di inflazione residuo (Es.: con una
inflazione USA del 2% e ua uE del 5%, basta svalutare l'euro del 3% sul dollaro
per mantenere inalterata la l competitività relativa del loro export-import al
diverso variare delle rispettive inflazioni).
Una soluzione gradata consiste nel sospendere unilateramente e transitoriamente
il demenziale vincolo UE del 3% tra deficit e PIL (uguale oer tutti anche se il
rapporto debito/PIL varia invece dal 30% al 130% e passa!), o ricorrere a una o
più moneta complementari in cui esprimere almeno parte del nostro debito
pubblico, e quindi varare le manovre keynesiane sopra illustrate sub
"b" con le accortezze sub "c", almeno sino a risanamento
conseguito, nonché concertando nella UE i correttivi mercantili idonei a
pareggiare gli import-export interni a fronte di inflazioni UE diverse tra
loro. In mancanza, non resta che la secessione valutaria dei PIGSF).
TERZA PARTE: PER DIRLA TUTTA.
Dovremo altresì prima o poi rivelare con coraggio il segreto dei segreti del
capitalismo, ovvero che, verificando le cndizioni di equilibrio della
produzione/distribuzione capitalistica con i dati ISTAT in mano, constatiamo
che mentre ammontano al 20% del PIL i risparmi che residuano abitualmente in sede
distributiva, basta appena il 5% del PIL per gli investimenti produttivi che
vengono effettuati per produrre l’offerta che soddisfa la domanda per consumi
restante (80%). Per quanto il tema sia del tutto assente nella pubblicistica e
nella coscienza collettiva, resta che questo “gap” (15% circa del PIL) va
colmato, pena la impansione progressiva del sistema al ritmo dettato dal gap
residuale. Storicamente, esso viene colmato, lateralmente al deficit-spending
statale, dalla elite creditizio-finanziaria che governa la moneta:
a)in parte ridotta e solo episodica, premendo politicamente sugli stati perché
utilizzino la moneta circolante da loro creabile "allo scoperto"
grazie alla sovranità monetaria,
b)in parte decisamente molto maggiore, ricorrendo alla gigantesca moneta
bancaria da lei creabile "allo scoperto" grazie alla "riserva
frazionaria".
In entrami i casi vengono così finanziate "allo scoperto" spese
private e pubbliche aggiuntive e autonome dalla distribuzione, e lo stesso
viene fatto pure
c)ricorrendo anche a parte della moneta cartolare con valore superiore o anche
multiplo di quello reale che viene prodotta dalla finanza "creativa"
accreditata.
Questo modo così inaspettato di "colmare il gap" finanziando con una
moneta "allo scoperto" una domanda aggiuntiva e autonoma rispetto
alla distribuzione funziona perché basta il requisito della
"accettazione" perché ogni moneta, anche quella puramente e
semplicemente falsa, possa nell'immediato finanziarla. La "magia" si
compie infatti poco dopo, poiché la "copertura" inizialmente assente
viene necessariamente recuperata in automatico man mano che viene concretamente
prodotta la maggiore offerta che così ha reso profittevole produrre e che mai
sarebbe stata altrimenti prodotta!
Tutto questo, però, accade nella sola misura in cui questa elite decide di
farlo, decidendo in definitiva, così, se, quanta e dove si debba avere
espansione o recessione, e comunque a totale insaputa della opinione pubblica
cui si racconta la favoletta edificante del risparmio quale motore del
capitalismo e del rigore quale regola-base del buon governo. Solo svelando
questo incredibile segreto dei segreti sarà finalmente possibile ai popoli
sottrarre questa sovranità alla elite e sottoporre la moneta circolante,
creditizia e finanziaria al proprio controllo democratico trasformando
l’attuale versione degenerata di capitalismo finanziarizzato in un capitalismo
misto di programmazione democratica certamente più vivibile, almeno per il 99%
delle popolazioni. Una lotta epocale per ora timidamente combattuta nella
disputa tra pensiero liberista e post-keynesiano.