martedì 16 ottobre 2018

Evidence Of Massive Ancient Cataclysm At Tanis In The Nile Delta Of Egypt

Gli insegnanti raccontano la scuola primaria e secondaria Rudolf Steiner...

Babylon's Banksters


Babylon's Banksters 




EURITMIA

Incontro su Rudolf Steiner e l'Euritmia

Incontro su Rudolf Steiner e l'Euritmia

Davide Storelli - Il reddito di cittadinanza

Shardana: gli antichi sardi nuragici. Intervista a Giovanni Ugas. p. 1

Prima delle fake-news c'era la Grande Menzogna.

Assalto globale sopra i contanti

Accordo di Haavara

 Accordo di Haavara

L'IO E IL ROBOT - Robotica e psicologia

DALLE ALPI ALLE PIRAMIDI, DAL MANZANARRE AL RENO...SDV 0251 1

Puma Punku And Tiwanaku In Bolivia: Strangest Ancient Site On Earth?

1 Alcune considerazioni ragionevoli su Giorgio Romano Vitali

Spiritualità - Maestri - Scienze

"In relazione all’articolo “Libertà e forza della spiritualità laica”, riporto quanto ha affermato Paolo Franceschetti nel corso della trasmissione radiofonica Border Nights del 9 ottobre 2018 https://www.spreaker.com/user/bordernights/border-nights283?utm_medium=widget&utm_source=user%3A5280360&utm_term=episode_title

- a 28,30 ca - 

“La via spirituale è l’unica via per salvarsi, non a caso i grandi Maestri spirituali, tutti, nessuno escluso, non hanno mai accennato a tematiche complottiste perchè quando si capiscono gli inganni del potere nella politica, nella medicina, nella storia, perchè hanno occultato di tutto - basta fare una qualunque ricerca su qualsiasi argomento e si scopre che la realtà che ci hanno raccontato è completamente falsa - poi approfondendo si scoprono delle cose interessantissime e affascinanti ma si scopre anche il livello di menzogna in cui viviamo e a quel punto uno si smarrisce, non crede più a nulla, non sa quali certezze avere. Per questo i grandi Maestri da Yogananda, Osho, Krishnamurti - giusto un po’ Rudolf Steiner ha parlato della storia in alcune conferenze - comunque il 99% dei grandi Maestri non ha mai fatto cenno a tematiche complottiste perchè si rischia di perdersi, si rischia di impazzire, di perdere il riferimento con la realtà, quindi bisogna prima acquisire una centratura e fare un percorso spirituale personale poi, quando si è acquisita una centratura e una consapevolezza spirituale, a quel punto si può cercare qualsiasi cosa e non si è più destabilizzati.”

e quanto scrisse nel 1971 l’antropologo-teosofo Bernardino del Boca “Finchè non sarà fatta una sintesi fra i vari rami della scienza e non si sottoporrà questa sintesi alla luce della spiritualità il fenomeno umano non potrà essere compreso nella sua finalità e nemmeno nella sua espressione individuale”
(La Dimensione Umana – La dimensione materiale – che cosa sappiamo del nostro corpo ) http://www.teosofia-bernardino-del-boca.it/

Un caro saluto. Paola Botta Beltramo"

lunedì 15 ottobre 2018

BREVI CONSIDERAZIONI SULL’ALCHIMIA


Tra le discipline esoteriche più o meno note, l’Alchimia è una tra quelle più
famose, che ha sempre attirato la curiosità dei più ma che, nonostante tutto,
rimane ai più, misteriosa o, quantomeno, inficiata da equivoci micidiali. Uno di
questi ne fa una specie di ridicola e rozza scienza pre illuminista, una
chimica ante litteram, il cui vero motivo d’interesse per un eventuale adepto
sarebbe quello costituito dalla possibilità di trasmutare il vil metallo in oro, in
tal modo scatenando materialistici ed ingordi appetiti...
Antica come l’umana civiltà, la pratica alchemica, strettamente connessa con
la possibilità dell’uomo di lavorare e trasformare la materia, metalli in primis,
si fa invece metafora e viatico per un percorso di perfezionamento e crescita
interiore del miste. Di essa troviamo numerose espressioni in molte tra le più
antiche civiltà del mondo India, Egitto e Cina, ma anche Africa nera, via via
passando per l’ecumene ellenistica, non vi è luogo dove non si trovi traccia di
essa o dove non se ne presentisca la sottile influenza. Con l’arrivo dell’Età di
Mezzo e con i rigori ecclesiastici, la sua presenza si fa sottile ed
evanescente; si pratica ma non se ne parla apertamente. In Europa, dopo il

deserto lasciato dalle invasioni barbariche e dalla tremenda guerra greco-
gotica, la soffusa eco dell’alchimia torna a fare la sua comparsa grazie agli

studi degli arabi Al Rhazi (Lat. Rhazes) e Geber (Lat. Geberus), mentre
ermetisti quali Alberto Magno e Ruggero Bacone, accompagnavano il proprio
percorso intellettuale con la pratica alchemica.
Ma è proprio a partire dalla Rinascenza e sino all’inizio inoltrato dell’Età
Moderna, che si assiste ad una vera e propria esplosione di questa pratica e
del suo correlato “ideologico” ermetico. Questo perché, con il suo porre
l’individuo al centro dell’Universo, la Rinascenza rappresenta l’ideale brodo di
coltura per la “rinascita” e lo sviluppo di pratiche e dottrine esoteriche, quale
quella alchemica, per l’appunto. E, ritornando a quanto avevamo poc’anzi
accennato, riguardante lo scopo ultimo dell’Alchimia, essa trova la propria via
di realizzazione attraverso quattro “vie” (umida, secca, mista e breve...) tutte
volte ad addivenire a quella Pietra Filosofale o Elixir della Vita, che funge da
propellente alla realizzazione interiore dell’individuo in un contesto “magico”.
Alla base di quel processo di trasformazione dal vile metallo ad uno stato
superiore sta un procedimento volto ricavare la materia prima per tale
trasformazione effettuare, ovverosia quell'Azoth (o Azoto),nel ruolo principe
di solvente, al pari di altre sostanze sottili come l'etere o l'alkahest,
unicamente reperibile attraverso lo scioglimento dello spirito vitale nascosto
nella materia grezza. Azoth è ciò che pertanto rende possibile la
cristallizzazione della pietra filosofale, al fine di operare ogni sorta di magica
trasmutazione dell’Essere.

Ma Azoth sta anche per “Mercurio” e, talvolta rappresentato dal caduceo,
finisce con l’esser designato quale indifferenziata sostanza-base di ogni
metallo (Paracelso), portandosi appresso il segreto di una formula occulta, in
grado di far fuoruscire questa sostanza dalle viscere dei metalli. Azoth non è
semplice ed inerte materia sub atomica o particellare, come qualche miope
accademico odierno sosterrebbe. Nel suo equivalersi al mercurio, Azoth
contiene in sé la potenzialità dell’Essere e pertanto, l'inizio e la fine del Tutto
,in quanto veicolo di collegamento fra cielo e terra, a sua volta assimilabile a
quell'etere filosofico, che una volta si riteneva permeasse l'Anima mundi .
Nella sua natura di vero e proprio ieronimo, Azoth è termine riscontrabile in
numerosi e differenti gruppi linguistici. A partire dall’ambito delle lingue
indoeuropee, in cui Azoth ricopre il significato di sinonimo stesso della pietra
«nascosta», in ispecial modo in alcuni idiomi latini come l'italiano ed il
francese, o nell’ambito delle lingue slave, finendo con il designare l'azoto
nella sua valenza di elemento chimico, risultante dalla composizione fonetica
tra alfa privativo greco “α + ζωή, senza-vita”, ad indicarne la natura di inerte
catalizzatore, dotato della capacità di attivarsi, al fine di animare la materia di
vita propria.
Sempre in ambito indoeuropeo, quale vocabolo riscontrabile nel latino
medioevale, esso dovrebbe derivare da un'alterazione di azoch, quale
deformazione fonetica dell'arabo al-zā'būq, «mercurio», oppure del
termine sufi el-dhat, o ez-zat, dal persiano az-zauth/«essenza», «quiddità», o
«realtà interiore». In ambito cabalistico, infine, al termine Ain
Soph, corrisponde il ruolo di sostanza generatrice delle dieci Sephirot.
Ritornando a quanto abbiamo visto sopra, Azoth in quanto, potenzialità
dell’Essere ci riporta a quella mercuriale sostanza a cui, giuocoforza,
corrisponde Mercurio/Hermes che, in quanto divinità psicopompa ed
animatrice della vita, dell’intelletto e della sagacia, nel suo aspetto di
Toth/Hermes sta a lì rammentarci la propria valenza di mistero, riguardante
proprio la scaturigine di questi aspetti, riconducibili ad una coincidenza tra lo
spirito individuale e quello divino, che farebbe di “un” uomo (non di tutti gli
uomini, pertanto...sic!), un vero e proprio nume, nel ruolo di semidio in terra.
Ma Azoth è anche e, prima di tutto, il ponte, il punto di partenza per la grande
trasformazione che ci porta alla Pietra Filosofale. E qui entra in giuoco l’altro
elemento-cardine del processo alchemico: il Sole che, con i propri raggi,
favorisce quel processo di calcinazione e di trasmutazione, all’Alchimia tanto
caro. Sole, al pari di Luna, Zolfo, Mercurio ed altri elementi, costituisce una
delle impalcature del processo alchimico all’interno del quale però, assume
una valenza principiale, perché con i suoi raggi di luce feconda e dà vita a ciò
che, altrimenti, resterebbe inanimato.

Sua “magna” opera consiste nell’attrarre e condensare i propri raggi,
attraverso un corpo materiale appositamente preparato, che funge da
magnete, in veste di fluido proteiforme, conosciuto dai più come "spirito
universale" e nel “corporificarlo”, rendendo visibile e afferrabile questo novello
fluido, che altri non è poi che quel mercurio “filosofico”, di cui abbiamo
poc’anzi trattato. Questo, sottoposto a cottura, conduce alla famosa Pietra
Filosofale.
Sol Invictus/Helios Re è centrale nelle riflessioni di Platone, ma anche in
quelle posteriori dei filosofi neoplatonici come Plotino, Giamblico e Proclo,
ma anche di Aureliano e Giuliano Imperatore nella loro veste di restauratori e
rinnovatori di una Paganitas, tutta all’insegna di un deciso Enoteismo. Sol è
centrale e riunisce in sé tutti i molteplici aspetti del firmamento divino, quella
molteplicità di pianeti a cui corrispondono altrettanti Dèi ed altrettanti elementi
naturali. Proprio quell’universo elementale, quel Cosmos su cui intende
esercitare la propria sacra opera, l’arte alchemica.
Ed ecco allora la riconferma, se mai fosse servita, che quella spasmodica
ricerca che ha accomunato Ruggero Bacone, Nicolas Flamel, Arnaldo da
Villanova, Raimondo da Lullo, Cornelius Agrippa Von Nettesheim, Paracelso,
John Dee, Heinrich Khunrath, Basilio Valentino, Filalete ed altri ancora ma
anche personaggi non direttamente o esclusivamente riconducibili al mondo
dell’Alchimia, quali Botticelli, Marsilio Ficino, Leonardo da Vinci, Pico della
Mirandola, Lorenzo Dè Medici, l’abate Tritemio, Giordano Bruno e tanti altri,

non è e non potrà mai essere di natura meramente razionale e/o pre-
scientifica, bensì un veicolo per l’apertura dell’uomo alla ricerca dell’intima

sostanza di quell’Essere la cui mercuriale volatilità, ci riporta all’idea di una
realtà una e molteplice, a quell’ “ en kai pan/Uno e Tutto”, tanto caro ad un
pensatore del calibro di Hegel.
Nel suo soggiorno universitario in quel di Jena, Hegel, accanto a Schelling ed
Holderlin, in pieno clima romantico, non potè non sviluppare una riflessione
sulla polivalente natura dell’Essere, andando anche ad appuntare la sua
attenzione proprio sul problema della sua scaturigine da quell’indifferenziato
(o “etere”), che non può non riportarci al processo ermetico-alchimico ed alle
sue suggestioni. A ben vedere, lo stesso Cristianesimo, nel suo incentrarsi
sui momenti della vicenda cristologica rappresentati da nascita, morte e
risurrezione, (albedo, nigredo, rubedo...) altri potrebbe non essere che la
umana metafora di un processo alchimico, volto alla autorealizzazione ed al
riscatto dell’individuo, attraverso l’umano palesarsi della sostanza divina.
Il che ci lascia con la considerazione di un percorso, quello appunto
dell’Alchimia, probabilmente, privo di una fine escatologica. Andando a ben
vedere, difatti, le vie alla realizzazione della Grande Opera, vanno via via

palesandosi quali risultanti di una infinita combinazione tra elementi fisici, a
cui corrispondono altrettanti aspetti metafisici della realtà. A spalancarci la
porta all’idea dell’infinità della realtà è, oggidì, scendendo ad un livello più
basso, la Fisica Quantistica e la stessa Teoria della Relatività, assieme alle
Teorie della Complessità che, attraverso lo scardinamento ed il superamento
dei vecchi rigori dell’Illuminismo di matrice cartesiana e della vecchia fisica
meccanica, tutta incentrata sulla paradigmatica visione di Euclide, ci hanno
offerto la suggestione di una Realtà, la cui quintessenza mercuriale,
sfuggente ed indefinibile, ci fa approdare all’idea di una sua insita
molteplicità.
Arrivando al punto finale di questa mia breve disamina. Che non me ne
voglia, l’accorto lettore. Tanto e tanto altro di più e di più preciso, si sarebbe
potuto dire sull’Alchimia. Ma, a voler esser sinceri, questa non vuole né deve
esser una disamina settoriale e di nicchia su di essa, a guisa di un pamphlet
ad uso e consumo di iniziati, bensì l’inizio di un vero e proprio percorso
dialogico e dialettico, volto a ridefinire i paradigmi omologanti della realtà
odierna, all’insegna dell’idea di una politeistica molteplicità dei suoi aspetti,
partendo da alcuni spunti di riflessione, buttati giù, secondo la legge di quel
caso che, “dell’universo è il solo sovrano legittimo” (Honoré de Balzac).
UMBERTO BIANCHI

Il Day After a Milano: salviamoci la pelle!

COSTANTINO NON FU MAI CRISTIANO


Costantino il Grande, imperatore pagano
      Oltre a Filippo l'Arabo, anche Costantino il Grande è oggi ricordato come imperatore cristiano ... stando ad un preconcetto generalizzato, basato su fonti apologetiche esclusivamente fideiste, delle quali Eusebio di Cesarea risulta il teste principale, ma riferite in codici scritti successivamente al X secolo. Tale Vescovo, come attestato in trattati tardo medievali dedicati alla sua opera "Vita di Costantino", avrebbe affermato che il grande imperatore era sempre stato cristiano, ma, stranamente ... chiese di essere battezzato solo in punto di morte "per il divino trapasso verso la vita ultraterrena" (op. cit. IV 60,5). Nella stessa biografia, infatti, Eusebio aveva prima affermato che la conversione dell'imperatore avvenne il 312 d.C., alla vigilia della battaglia di Ponte Milvio, dopo un sogno in cui Cristo apparve personalmente a Costantino ordinandogli di adottare come proprio vessillo il segno prodigioso scritto accanto a una croce: "In hoc signo vinces" (op. cit. I 27,31).

Sempre Eusebio conferma la devozione di Costantino I al cristianesimo anche nella sua "Historia Ecclesiastica":

"Costantino ...  avendo invocato con preghiere quale alleato il Dio celeste e il suo Verbo, il Salvatore stesso di tutti, Gesù Cristo, avanzò con tutto l'esercito, aspirando a conquistare per i Romani la libertà dei loro antenati (op. cit. IX 9,2).
"Questo canto Costantino levò a Dio, Signore dell'universo ed autore della vittoria, ed entrò in Roma con canti trionfali ... Ma egli, che aveva una devozione quasi innata verso la divinità, per niente scosso dalle grida né esaltato dalle lodi, ben consapevole dell'aiuto di Dio, comandò subito di mettere nella mano della sua statua il trofeo della passione del Salvatore (la croce), e ordinò inoltre che, coloro che l'avevano onorato con l'erezione di questa statua nel luogo più frequentato di Roma (?) nell'atto di reggere nella mano destra il segno di salvezza (la croce), vi iscrivessero questa stessa proclamazione con queste precise parole in lingua latina:«Con questo segno di salvezza (in hoc signo vinces), prova veritiera del valore, ho liberato e salvato la vostra città dal giogo del tiranno (Massenzio)» (op. cit. IX 9,9/11).
"Costantino, ornato da tutte le virtù della devozione ..."
e "... coloro che prima erano mesti, con danze e canti, in città come nelle campagne, onoravano innanzi tutto Dio, poi il devoto imperatore" (op. cit. X 9,6-7).

Dunque, in base alle più tardive note biografiche inerenti Costantino I, secondo giudizi agiografici superficiali, costui è tutt'oggi considerato cristiano anche da molti storici laici opportunisti. Studiosi che, oltre a non informarsi sulla datazione dei codici, testimoni della vita di Costantino, fingono di ignorare i precisi riscontri, numismatici ed archeologi, che rendono impossibile dichiarare di fede cristiana il Grande Imperatore. Prova ne è il fatto che, fintanto rimase in vita, oltre alle numerose monete dedicate a divinità pagane, Costantino coniò anche stupendi "solidi aurei" che lo raffiguravano a fianco del
Sol Invictus, con la scritta "comes", quindi "compagno" di tale divinità; infatti molte altre lo effigiano come la personificazione in terra del Dio Sole.
Fra le molteplici monete coniate da Costantino il Grande ne risulta solo qualcuna dedicata al cristianesimo, rappresentato simbolicamente da un cristogramma su un labaro: un semplice richiamo da intendersi come minimo atto dovuto da parte di un Pontefice Massimo in quanto, sin dall'epoca di Giulio Cesare, investito della suprema carica religiosa dell'Impero, gerarchicamente prevalente a quella di qualsiasi Pontefice, Gran Sacerdote o Sommo Sacerdote, (gr.
ρχιερες) "Archiereus", di tutti i Credi professati nei terrritori sottomessi a Roma e da lui rappresentati anche senza esserne affiliato.
      Un Costantino Pontefice Massimo che, dopo aver equiparato il Cristianesimo alle altre religioni*, pur essendo allora un Credo con pochi seguaci, si obbligò ad indire il Concilio di Nicea nel 325 d.C. per sanare i conflitti dottrinali, riguardanti la "sostanza" della nuova divinità, sorti fra Vescovi, che proclamavano diversi Salvatori "Gesù" ideologicamente contrastanti: una incoerenza tale che, nella veste di Pontefice Massimo, Costantino non avrebbe potuto giustificare sin dall'inizio, se ne fosse stato consapevole ... da autentico "cristiano".
* L'Impero Romano non decretò mai illegale alcuna religione, neanche l'Ebraismo nazionalista, né perseguitò adepti di alcuna Fede in quanto tali. La repressione dei Governatori romani diveniva spietata soltanto avverso coloro che non intendevano sottomersi al dominio territoriale imperiale ... non contro chi professava dottrine diverse da quella capitolina. Chi afferma il contrario lo dimostri con precise citazioni storiche extracristiane, riferite dai numerosi cronisti di Roma che si sono susseguiti dal I al IV secolo; ma è essenziale ricordare la falsificazione della testimonianza di Tacito relativa all'eccidio di Cristiani perpetrato da Nerone nel 64 d.C. (vedi le prove nel XII studio).

Da quanto fin qui assodato, grazie alla archeologia ed alla storia, si evince che fu proprio la cognizione di un Costantino mai divenuto cristiano ad indurre, in epoca futura, l'alto clero a far sì che risultasse storicamente un seguace di Cristo. La popolarità conseguita, grazie alle gloriose imprese condotte dal valoroso imperatore, convinse i potenti ecclesiastici ad inglobarlo nel loro Credo ... ma anche con il malcelato fine di non far risultare la necessità storica che obbligò Costantino a convocare il Concilio di Nicea allo scopo di eliminare le contraddizioni teologiche presenti nella nuova fede, ormai già equiparata alle altre.
Pertanto dedichiamoci alla lettura comparata dell'intera documentazione ecclesiastica, relativa alla biografia di Costantino il Grande, per verificarne le attestazioni difformi sino a dimostrare che Costantino I non fu mai cristiano, convalidando, di conseguenza, le risultanze numismatiche che rappresentano l'Imperatore di esclusiva fede pagana.
      Infatti, la credibilità storica di "Costantino cristiano" viene rappresentata in codici attribuiti da amanuensi medievali ad Eusebio, ma, una volta preso visione dei loro contenuti, essa viene smentita dagli atti certificati nell'opera "De viris illustribus" (una disamina delle biografie dei più famosi cristiani, ad iniziare da san Pietro fino a tutto il IV secolo), scritta dallo storico Dottore della Chiesa, san Girolamo Sofronio.
Precisamente, scorrendo i profili dei più celebri personaggi cristiani elencati da Girolamo, risulta che lo storico ecclesiastico non considera tale imperatore degno di essere citato: fatto impossibile qualora l'uomo più "illustre" e potente dell'Impero Romano fosse stato veramente cristiano. Quindi lo storico Girolamo, pur essendo posteriore ad Eusebio di circa mezzo secolo ed aver descritto tale Vescovo fra gli "uomini illustri", elogiandone la sua opera "Historia Ecclesiastica", disconosce Costantino come cristiano. Ergo, nella "Historia Ecclesiastica" originale di Eusebio, letta da san Girolamo mezzo secolo dopo essere stata compilata, nei Libri VIII, IX e X non risultava alcuna apologia di "Costantino cristiano".
      Addirittura, Girolamo elenca l'insieme dei trattati svolti da Eusebio di Cesarea, ma non gli risulta quello già citato sopra "Vita di Costantino": un testo inventato da scribi cristiani secoli dopo ed accreditato al Vescovo Eusebio morto nel 339 d.C. Eppure questa pseudo biografia, inventata nel tardo medioevo, è considerata veritiera da tutti gli studiosi di Storia del Cristianesimo e da ogni mezzo di comunicazione, al fine di indottrinare le masse.
E non solo, Costantino il Grande non è contemplato credente in Cristo neanche da tutti gli amanuensi dei più antichi manoscritti
*, contenenti il "De viris illustribus", risalenti al IX secolo.
      * Le fonti attendibili del "De viris illustribus", convalidate dagli esperti, sono costituite da 84 mss. suddivisi nei seguenti otto gruppi: A. Parisinus (Corbeiensis o Sangermanensisis 7° sec.); T. Vaticanus Reg. Lat., 7° sec.; Veronensis, 8° sec.; Vercellensis 8° sec.; Monspessalanensis 9° sec.; Monacensis 8° sec.; Vindobonensis 9° sec.; H. Parisinus 9° sec. Cui si aggiungono: un codice del 9° secolo, ora a Vienna, e due mss del 9° secolo: uno conservato a Montpellier "Codex Ms H. 406", mentre il secondo è conservato a Monaco. Un altro manoscritto antico, il "Codex Ms Lat. 2 Q Neoeboracensis", risalente al 9° secolo, conservato al General Theological Seminary in New York.
      Tuttavia è doveroso evidenziare che delle stime paleografiche indicate, riguardanti le datazioni dei manoscritti appena citati, si dimostrano palesemente errate quelle antecedenti al 9° secolo; queste ultime in contrasto alle valutazioni dei periti.
Per giungere a questa conclusione ci siamo avvalsi del paragone fra tre antichi manoscritti diversi che ci ha consentito di fissare con precisione storica la datazione di tutti i codici contenenti il "De viris illustribus".
La prova è costituita dal fatto che il primo e più antico manoscritto, dedicato al famoso Padre apologista Tertulliano, è il "Codex Agobardinus Parisinus Lat. 1622" (prima di questo trattato Tertulliano è ignorato in tutti i codici); sebbene, a questo punto, è necessario ricordare ai lettori che la successiva "Tradizione cristiana" considera il Padre "Q. Settimio Fiorente Tertulliano", un importante testimone del Salvatore Universale, collocato fra il II e III secolo ma, in realtà, è sconosciuto da tutti i Padri e Vescovi cristiani, assidui scrittori ecclesiastici, dalla fine del II secolo sino ad Eusebio di Cesarea (IV secolo), il primo a citarlo secondo la "Tradizione". Viceversa, smentendo le apparenze, i primi codici che narrano la Historia Ecclesiastica di questo Vescovo risalgono al X secolo, inoltre, sempre secondo la "Tradizione", Tertulliano è richiamato anche nel "De viris illustribus" di Girolamo.

Ciò premesso, contrariamente alle attestazioni della artificiosa "saga fideista cristiana", considerato che il documento iniziale tertullianeo fu stilato in epoca carolingia dall'Arcivescovo Agobardo di Lione, questo particolare ci permette di fissarne la stesura entro l'840 d.C. (anno della morte di Agobardo: IX secolo). Ne consegue che tutti i manoscritti riguardanti le gesta e le opere di Q. S. Fiorente Tertulliano, inevitabilmente, furono redatti dalla seconda metà del 9° secolo in poi, esattamente come avvenuto per i più antichi codici del "De viris illustribus".
Il successivo manoscritto che tratta l'opera più famosa di Tertulliano è il "Codex Latinus Parisinus 1623" contenente "Apologeticum" e risale al X secolo (questo trattato è ignorato nel testo di Agobardo di Lione, non essendo ancora stato inventato dagli scribi di Dio). 
      Stesso esito vale anche per la "Historia Ecclesiastica" di Eusebio di Cesarea, il quale cita Tertulliano (ricordiamo che questo Padre è ignorato da tutti i Padri apologisti a lui coevi), ma anche i manoscritti di questo lavoro iniziarono ad essere compilati a partire dal X secolo. Pertanto, stabilito che i primi codici, attinenti l'opera di Eusebio, sono successivi di un secolo e mezzo ai codici del "De viris illustribus" di Girolamo, ed entrambi susseguenti al "Codex Agobardinus Parisinus Lat. 1622", si dimostra che la leggenda di Costantino il Grande "cristiano" è stata ideata, sette secoli dopo la sua morte, da amanuensi impostori. Mentre, la contemporaneità della redazione dei codici della "Historia Ecclesiastica" di Eusebio, e del codice inerente "Apologeticum" accreditato a Tertulliano, dimostrano un "pio" coordinamento nella loro stesura dettato dalle eminenze grigie dell'alto clero.
Per definire compiutamente questa indagine invitiamo i lettori a leggere la intera documentazione che dimostra l'irrealtà di Tertulliano nel V studio al cap. "
Le sviste degli scribi tertullianei". In tale ricerca si analizza il contesto delle deposizioni relative alle biografie dei primi Padri apologisti, coevi a Tertulliano, al fine di evidenziarne le rispettive contraddizioni grazie alla comparazione con la storia e la archeologia.
      Anche in questo caso abbiamo adottato l'identico metodo di ricerca (appena descritto sopra, utile a dimostrare l'invenzione di san Babila), per avere la conferma che lo stesso Eusebio di Cesarea non riferì mai di un Costantino cristiano, sia nella "Historia Ecclesiastica", che nella "Vita di Costantino" ... contrariamente a quanto viene fatto apparire oggi da studiosi superficiali che sottovalutano le cronologie delle testimonianze manoscritte.
In dettaglio, tale riscontro lo ricaviamo dalla comparazione delle epoche in cui risultano trascritti i codici più antichi relativi agli storici cristiani del IV secolo: quelli dedicati al "De viris illustribus" di Girolamo, risalgono alla seconda metà del IX secolo, mentre i manoscritti iniziali, contenenti la "Historia Ecclesiastica" di Eusebio, risalgono al X secolo (per i particolari di questi ultimi codici vedi III studio).
Tali risultanze dimostrano che, per gli scribi del IX secolo, che attestarono le biografie di Girolamo, Costantino non era cristiano, mentre per i posteriori amanuensi di Eusebio, viceversa, era seguace di Cristo. Con ciò si prova che Costantino è stato "cristianizzato" dal X secolo in poi.
      E non può essere una fatalità che pure il "Codex Vat. Lat. 1873" sia stato copiato nello stesso X secolo, quando l'alto clero decise la "canonizzazione" di Costantino il Grande. Questo manoscritto contiene le "Res Gestae", redatte dallo storico più importante del IV secolo, Ammiano Marcellino (Antiochia 330 - Roma 397), il cui lavoro originale era contenuto in trentuno libri, ciononostante gli amanuensi del X secolo ne trascrissero solo gli ultimi diciotto (XIV-XXXI) concernenti il periodo compreso tra gli anni 353 e 378 d.C. Viceversa Ammiano scrisse di aver iniziato l’opera "a principatu Caesaris Nervae" (XXXI 16,9), ossia dal 96 d.C., sotto il principato di Cocceio Nerva, dal punto in cui si era interrotta la narrazione di "Historiae" (cfr. Hist. 1,1) dello storiografo latino, Cornelio Tacito.

L'epoca censurata dai copisti del X secolo, nelle "Res Gestae" di A. Marcellino,  conteneva le cronache, riferite nei primi tredici libri, che riguardavano le imprese di tutti gli Imperatori romani a partire da Marco Cocceio Nerva sino ai figli successori di Costantino I.
Vale a dire l'intera epopea delle "grandi persecuzioni cristiane" perpetrate da una sequela di Imperatori ad iniziare da Ulpio Traiano (stando alla pseudo "storiografia ecclesiastica") fino a poco prima dell'avvento di Costantino il Grande. Ovviamente, come dimostrato negli studi precedenti con precise inchieste extracristiane, nessun Imperatore romano ha mai decretato persecuzioni avverso una cristianità inesistente, oltre al primo, anche nei seguenti due secoli.
Orbene se, ammesso che dalla relazione storica di Ammiano Marcellino, riguardante le imprese di Costantino I, tale Imperatore fosse risultato "cristiano", possiamo essere certi che i copisti delle "Res Gestae" dello storico imperiale, nel X secolo non avrebbero escluso il libro che trattava la biografia del grande Cesare. Conseguentemente, la prova decisiva di un Costantino il Grande "seguace di Gesù" sarebbe stata evidenziata subito dagli storici cristiani, quindi oggi nessuno starebbe a discutere su un dato di fatto acquisito storicamente.
      Al contrario, nella cronaca di Ammiano Marcellino risultava un Costantino I pagano, esattamente come provato dalla sua numismatica imperiale, perciò questo fu il movente che impose ai copisti delle "Res Gestae" di eliminare sia la cronaca di Costantino il Grande, sia quelle di tutti gli Imperatori che lo avevano preceduto, e, primo fra questi, Filippo l'Arabo, il quale, come appena indagato sopra, fu spacciato per "cristiano" dal Vescovo Eusebio di Cesarea, quando, in realtà, A. Marcellino sicuramente non lo definì come tale, altrimenti sarebbe stato citato come testimone da tutti gli storici credenti. Invece, alla pari di Costantino I, Filippo, grazie a storia ed archeologia numismatica oltre che da numerosi Diplomi Militari Romani (prima citati), viene accertato come pagano.
In ultima analisi, poiché le relazioni storiche dei cronisti imperiali del III secolo sconfessavano l'esistenza di martiri cristiani ed i loro capi Vescovi, gli esegeti del clero - anziché conservare almeno una copia dei numerosi codici originali, redatti a Roma da Ammiano Marcellino (il cui lavoro fu destinato alla aristocrazia dell'Urbe e delle Province) - decisero di eliminare i primi tredici libri delle sue "Res Gestae", limitandosi a copiare gli ultimi diciotto, relativi al IV secolo, ma escludendo la cronaca riguardante Costantino il Grande ... decisamente "pagano".  
      Dopo questi numerosi riscontri storici ed archeologici, inevitabilmente, decade anche la testimonianza dello scrittore cristiano Firmiano Lattanzio, anch'egli chiamato a "deporre" sulla conversione al cristianesimo di Costantino I. Il nuovo personaggio "Lattanzio" fu inventato ad iniziare da scribi mentitori tardo medievali per convalidare una conversione facilmente smentibile.
Infatti la documentazione relativa a Lattanzio lo descrive come una famosa autorità, scrittore credente e collocato in epoca di poco anteriore a Girolamo. Ma gli scribi non si resero conto che un protagonista così illustre avrebbe poi obbligato lo storico Dottore della Chiesa a qualificare, felicemente, Costantino come imperatore adepto di Cristo. Resoconto che, come accertato, san Girolamo non ha mai fatto.
Addirittura allo storico Dottore della Chiesa non risulta neanche esistito il "famoso" Lattanzio, tanto meno la sua corposa opera apologetica e teologica cristiana, inventata molti secoli secoli dopo da scribi falsari.
      Amanuensi che commisero la dabbenaggine di fare apparire il cristiano Lattanzio come "precettore di Crispo"*, un figlio di Costantino il Grande destinato a succedergli come Imperatore: una assurdità contraria alla logica perché, in tal caso, il vero testimone, ovviamente, sarebbe stato Eusebio di Cesarea (morto nel 339) che, come cronista imperiale di Costantino I, avrebbe avuto l'obbligo di riferire la rilevante interazione, avvenuta fra il "precettore" Lattanzio e Crispo, figlio dell'imperatore, nella sua "Historia Ecclesiastica": fatto che non risulta. Infatti, l'inesistenza di Lattanzio si riscontra proprio da parte di Eusebio di Cesarea, il quale non lo menziona nella sua "Historia Ecclesiastica", ne consegue che, come nel caso di Girolamo, nemmeno gli amanuensi redattori dei manoscritti di questo trattato eusebiano avevano mai sentito parlare di Lattanzio, codici che, i più tardivi, risalgono al XII secolo (vedi III studio).
* Flavio Giulio Crispo, nato il 302, Console nel 318, divenne Imperatore unico nel 324 e governò sino al 326, anno della sua morte.
      Pur di far apparire cristiano Costantino il Grande, (come sopra già dimostrato dal X secolo in poi) le eminenze grigie dell'alto clero chiamarono in causa addirittura un eccellente storico bizantino pagano, di lingua greca, Zosimo di Panopoli (antica città egiziana), vissuto a cavallo fra il IV e V secolo, autore di "Historia Nova" in sei Libri; opera che venne trascritta nel "Codex Vaticanus Graecus 156", datato fra il X e l'XI secolo, oggi conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana.
Nel II libro del testo risulta che, dopo aver ordinato l'esecuzione del figlio Crispo e l'uccisione della moglie Fausta (sospettati di avere una relazione), l'Imperatore Costantino chiese la assoluzione ai sacerdoti pagani "Flamini Maggiori" (Flamines Maiores) che gliela negarono.
Dopo tale rifiuto, Costantino fu contattato da un potente cristiano, definito in modo generico e non individuabile
"Egiziano dell'Iberia", che gli avrebbe garantito l'espiazione dei peccati attraverso i riti della sua religione. Tale impegno indusse Costantino ad affiliarsi al cristianesimo ... stando a questa conclusione.

Il finale "pro cristianizzazione costantiniana", aggiunto ad una cronaca inizialmente vera - nell'intenzione degli amanuensi che lo attribuirono falsamente a Zosimo - avrebbe allargato il ventaglio dei "testimoni" fino a comprendere, addirittura, anche uno storico pagano, avverso al Cristianesimo, allo scopo di rendere più veritiera la conversione di Costantino I. Tuttavia, secondo l'adagio popolare "il diavolo fa le pentole ma non i coperchi", anche in questo caso, come nei molteplici precedenti, la conoscenza e il razionalismo storico finiscono per "scoperchiare" le pie sciocchezze.
Infatti, se la cristianizzazione del Grande Cesare fosse realmente avvenuta grazie all'intervento di un tizio chiamato
"Egiziano dell'Iberia", il primo a riferirlo in dettaglio, da testimone oculare diretto e a lui coevo, sarebbe stato il cronista imperiale di Costantino, Eusebio di Cesarea, il quale non ha mai sentito nominare siffatto personaggio. Peraltro, l'altro esimio storico cristiano, Girolamo Sofronio, come già accertato avanti, mezzo secolo dopo Eusebio, ancora non riconosceva Costantino I come cristiano. Conclusione: anche gli scrivani di Dio, che copiarono "Historia Nova" di Zosimo, mentirono impudentemente falsificando il suo resoconto terminale, di conseguenza, per garantirsi che nessuno lo scoprisse, distrussero tutti i codici originali di Zosimo, sei secoli dopo la loro redazione da parte dello storico bizantino.  
      Prima di concludere l'indagine finalizzata a comparare le testimonianze, inerenti Costantino il Grande, rilasciate dai clericali nel corso dei secoli ... in merito a san Girolamo Sofronio, risulta che successivi scribi falsari - consapevoli della contraddizione derivata dalla mancata testimonianza dell'insigne Dottore della Chiesa, relativa ad un Costantino cristianizzato - in epoca posteriore alla stesura dei codici del "De viris illustribus" di Girolamo trascrissero, nel tardo Medioevo, il "Chronicon" (una lista dei personaggi più famosi a partire da Abramo), attribuendolo a Girolamo Sofronio. Scopo dei calligrafi fu di far apparire cristiano Costantino I, ma, essendo la originale documentazione di Girolamo più antica del Chronicon, testo in cui emerge una testimonianza opposta alla loro, pure questi ultimi amanuensi hanno sottoscritto un trattato menzognero.
Dopo aver esposto numerose prove avverso un Costantino il Grande definito “cristiano”, registriamo che, ad oggi, per la Chiesa Ortodossa questo imperatore è considerato santo, mentre la Chiesa cattolica non lo riconosce tale. In merito a ciò, l'epilogo della nostra indagine chiarisce facilmente questa divergenza teologica: tutti i manoscritti inerenti il raggiro della biografia di Costantino I, come dimostrato sopra, furono redatti da scribi cattolici all'insaputa dei Bizantini ortodossi. Questi ultimi credenti, una volta postulato l’imperatore Costantino come cristiano, "in buona fede" lo hanno beatificato; ma i cattolici, al contrario, essendone stati gli autori, conoscono perfettamente la montatura biografica del Grande Cesare perciò non si azzardano a santificarlo, anche in considerazione di future eventuali scoperte archeologiche ad ulteriore prova contro Costantino I cristiano.      
In realtà, come già riferito avanti, rimarchiamo ulteriormente che l'Imperatore Costantino si limitò ad equiparare il Cristianesimo a tutte le altre religioni, in coerenza con la storica prassi imperiale di Roma che non dichiarò mai "fuori legge" i Credi degli altri popoli; come la stessa religione ebraica, malgrado questa Fede si fosse dimostrata la più nazionalista anti romana (causa di cruenti guerre, contro la dominazione pagana) al punto di determinare la distruzione di Gerusalemme e del Tempio. Ciononostante, anche dopo la definitiva disfatta sciovinista ebraica del 135 d.C., sotto il Cesare Elio Adriano Augusto, l'Impero Romano concesse agli Ebrei di costruire molte Sinagoghe nelle Province, consentendo loro di professare liberamente la ancestrale confessione … fino all'avvento dell'Impero Cattolico Romano sancito con "l'Editto di Tessalonica" del 380 d.C.
Quell'antico Proclama fu solo l'inizio di un processo teologale che, per la prima volta nella storia di Roma, vedrà trionfare la religione unica di Stato: il Cattolicesimo Universale, ovvero l'illusione della vita eterna.


E.S.
     


GLOBALIZZAZIONE CONTRO IL DIRITTO ROMANO di Giorgio Vitali

NOI FACCIAMO LA RIVOLUZIONE, VOI PROTEGGETECI - Claudio Borghi

geopolitica ed esoterismo dic 2015 - GIORGIO VITALI

venerdì 12 ottobre 2018

le confessioni di un italiano

Le confessioni di un italiano
di Ippolito Nievo





Il bello di essere uomini Per una convivenza giusta e libera

Il bello di essere uomini
Per una convivenza giusta e libera

RUDOLF STEINER ORIGINE E META DELL’UOMO

RUDOLF STEINER 
ORIGINE E META DELL’UOMO

Universo Terra Uomo. Considerazioni su Macrocosmo e Microcosmo alla luce...

CESARE E QUEL CHE È DI CESARE di Silvano Borruso



L’unica cosa chiara nella famosa ingiunzione di dare a Cesare il suo, è che è per tutti, ma non specifica né chi sia Cesare, né che cosa gli si debba come suo. Ciò fu lasciato ai futuri cristiani perchè lo studiassero e implementassero. Lo faremo a continuazione.

Prima Parte: Cesare

Per secoli si intese per Cesare l’istituto monarchico, dinastico o meno. Nel mondo antico c’era di tutto un po’: l’Imperator (greco Sebaste) romano, il tiranno ellenico, la diarchia spartana, la democrazia ateniese e via dicendo. Cesare era anche aristocratico, con governi di pochi uomini scelti. Non scenderò a particolari, ma faccio notare che i Somali a tutt’oggi preferiscono governarsi per mezzo di clan autonomi senza governo centrale, e meno ancora monarchico.[1]
La Cristianità adottò la monarchia, per lo più dinastica ma anche elettiva, come in Polonia. L’istituto monarchico aveva due caratteristiche e un problema:
Prima caratteristica: il comando unificato del potere legislativo, giudiziario ed esecutivo;
Seconda: il principio monarchico-gerarchico: il monarca sceglieva il successore e lo formava. Si dava per scontato, non sempre azzeccandocela, che le doti di comando fossero ereditarie. Nella Cristianità il principio monarchico vigeva anche nei corpi intermedi: municipi, giurisdizioni territoriali e personali, corporazioni, famiglie ecc.
Il problema, comune a ogni forma di governo, era il perenne Quis custodiet ipsos custodes? Cioè, chi pone limiti alla tentazione di ogni monarca di trascurare il bene comune a favore del proprio? La Cristianità lo aveva risolto con il principio del dovere, comune al monarca fino all’último cittadino, suddito o vassallo che dir si voglia.
Passati i secoli siamo in grado di osservare, in quello che una volta fu la Cristianità, i risultati pratici del processo sovversivo “divide et impera”, spinto dalla rivoluzione mal chiamata “francese”. I fini di essa vennero particolareggiati dai suoi stessi fautori fin dal principio:
Uguaglianza e libertà erano i diritti dell’uomo nella sua perfezione originaria e primitiva, assegnategli dalla natura. Il primo attacco all’uguaglianza fu sferrato dalla proprietà; quello alla libertà, dalle società politiche o governi. Il solo sostegno della proprietà e dei governi sono le leggi, religiose e civili. Per restituire all’uomo quindi i diritti primitivi di uguaglianza e di libertà, sono da distruggere prima la religione, poi la società civile, e in fine la proprietà.[2]
Il ragionamento non fa una grinza, sempre che l’idillio descritto dalle penne fertili di Jean Jacques (1712-1778) e del suo predecessore Thomas Hobbes (1588-1679) sia storicamente vero. Però nessuno dei due, e meno ancora l’infinito numero di adepti, si è mai preoccupato dell’esistenza storica dell’utopía detta Contratto Sociale.
I primi ad attaccare l’ordine sociale cristiano con successo furono gli Umanisti, intellettuali paganeggianti del XV secolo; seguì l’attacco morale della Riforma protestante del XVI, e quello alle istituzioni con la rivoluzione summenzionata. Il medesimo impegno continua oggi: smantellare qualunque istituzione con tracce residue di unità in diversità, per sostituirla con altre, uniformi e uguali. Vi campeggiano, come vedremo, le prerogative di Cesare.
Il suo comando unificato fu il bersaglio di Montesquieu (1689-1755), che disquisì circa la separazione dei tre poteri. Non ci volle molto per verificarne i risultati. Nel 1851, in poco più di 60 anni di politiche rivoluzionarie, così scriveva Pierre Joseph Proudhon (1809-1865):
Essere governato significa essere guardato a vista, ispezionato, spiato, diretto, legiferato, regolamentato, recintato, indottrinato, catechizzato, controllato, stimato, valutato, censurato, comandato, da parte di esseri che non hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù. Essere governato vuol dire essere, ad ogni azione, ad ogni transazione, ad ogni movimento, annotato, registrato, censito, tariffato, timbrato, squadrato, postillato, ammonito, quotato, collettato, patentato, licenziato, autorizzato, impedito, riformato, raddrizzato, corretto. Vuol dire essere tassato, addestrato, taglieggiato, sfruttato, monopolizzato, concusso, spremuto, mistificato, derubato, e, alla minima resistenza, alla prima parola di lamento, represso, emendato, vilipeso, vessato, braccato, tartassato, accoppato, disarmato, ammanettato, imprigionato, fucilato, mitragliato, giudicato, condannato, deportato, sacrificato, venduto, tradito, e per giunta schernito, dileggiato, ingiuriato, disonorato, tutto con il pretesto della pubblica utilità e in nome dell'interesse generale. Ecco il governo, la sua giustizia, la sua morale![3]
La giustizia e la morale stigmatizzate da Proudhon non erano quelle del “governo” il cui potere si andava affievolendo, ma quelle dello Stato moderno che ne aveva usurpato le funzioni. Ecco come lo giudicava il filosofo spagnolo Joaquín Costa (1846-1911):
La sola personalità, immensa, gigantesca, schiacciante, pancosmica, che violando le leggi naturali della società, monopolizza la legislazione con la legge del più forte.[4]
A 100 anni da codesta seconda citazione, è visibilissimo quel che è successo sostituendo un comando unificato con un non-comando la cui descrizione sfida ogni immaginazione.
I libri di testo di quel che passa per “storia” raccontano che dopo un effimero passaggio di “monarchie costituzionali” siamo arrivati all’agognata Democrazia insieme all’inseparabile “Stato di Diritto”, al di fuori dei quali non è che pianto e stridore di denti.
La realtà è ben diversa. I tre poteri li si esercita, ma non separatamente. Li si esercita temerariamente, cioè a completo casaccio. Innumerevoli leggi e leggine, cambianti come nuvole, vengono promulgate giornalmente da parlamenti, capi dell’esecutivo, tribunali più o meno “supremi”, municipi, burocrati sguinzagliati, e generalmente parlando da chiunque si avvantaggia della “gran finzione” come la chiamava Frédéric Bastiat (1801-1850) del Governo, attraverso la quale ognuno si adopera per vivere a spese altrui.
Detto altrimenti, nello Stato di Diritto nessuno custodit ipsos custodes. Valga un esempio: un mirmidone della specie che pullula in uno dei tanti uffici da dove comanda un pezzettino del fu Cesare, si pianta davanti ad un impresario che dopo un anno di causa giudiziaria ha ottenuto sentenza favorevole: “Ci rendiamo conto che il giudice ha sentenziato a tuo favore, ma ti faremo la vita impossibile fino a mandare a picco il tuo progetto se non ci dai (qui particolareggiava l’ammontare della mazzetta). Ogni commento è superfluo.
La perdita del comando unificato trascinò nella sua caduta il principio monarchico, mentre si affermava, in una corsa ad ostacoli, quello elettivo. È più facile seguirne lo sviluppo nella storia ecclesiastica, più lineare di quella civile.
Secondo una tradizione, S. Pietro scelse personalmente Lino, Cleto e Clemente, i primi tre successori. Ma presto si passò all’elezione per acclamazione “del clero e popolo” di Roma, alla quale si aggiunsero “indicazioni” prima degli imperatori bizantini e poi carolingi. Con le guerre tra i nipoti di Carlomagno, che segnarono la perdita dell’unità politica, le elezioni papali degenerarono, verso il secolo IX, in lotte dinastiche tra poderose famiglie romane, ognuna delle quali mirava a piazzare un rampollo sul trono di Pietro.
Nel secolo X (“di ferro” ssecondo alcuni) il papato lo gestiva un curioso istituto che certi storiografi soprannominano “pornocrazia”. Ne erano in carica due donne della famiglia dei Teofilatti: Teodora e la figlia senatrice di Roma Marozia, che come suggerisce il titolo poco laudatorio, non andavano tanto per il sottile nell’uso di metodi poco ortodossi.
Così che quando l’imperatore del Sacro Romano Impero Enrico III si presentò a Roma per farsi incoronare dal papa, ne incontrò ben tre, senza che nessuno sapesse chi fosse quello legittimo. Espulse i tre e nominò papa Clemente II, che lo incoronò.
Codesto intervento di Cesare nel mettere a salvo le cose di Dio crebbe meno sopportabile con la nomina di una serie di papi germanici ad opera dei tre Ottoni I, II e III. Ne seguì una lotta un tanto controproducente tra Impero e Papato, che affievoliva sempre di più il principio che entrambi avessero il dovere di dare il suo tanto a Cesare quanto a Dio. E così Papa Nicola II istituì il Collegio di cardinali nel 1059. Da un lato voleva sbarazzarsi del potere imperiale, dall’altro salvare il salvabile del principio monarchico. Agì però durante la minoranza di Enrico IV, sotto il quale le due istituzioni, invece di avvicinarsi, cominciarono ad allontanarsi l’una dall’altra. Gli storiografi di tendenza guelfa chiamano “libertà” della Chiesa quella che in realtà fu la sua indipendenza da Cesare, negandogli il contributo alla nomina del Sommo Pontefice.
Nonostante il cardinalato, Gregorio VII fu l’ultimo papa ad essere eletto “per acclamazione” nel 1073. Al conosciutissimo confronto di Canossa (1077) seguì la lotta per le investiture dei vescovi, risoltasi a Worms nel 1122 con la completa indipendenza della Chiesa dall’Impero.
Fuori dalle due istituzioni, il principio monarchico rimaneva in forza tra i Benedettini di Cluny, mentre l’elettivo lo promuovevano i Cistercensi di San Bernardo di Chiaravalle. La debolezza del principio elettivo apparve all’elezione papale del 1130, cuando un contrattempo provvidenziale salvo la Chiesa da un papa giudeo.
Fu costui Pietro Pierleoni, romano e nipote di un convertito, che tra il soborno e l’usura era arrivato al cardinalato. Quell’anno aspettava la morte di papa Onorio II per essere eletto lui. Ma il francese Aymeric de la Châtre, insieme a un ridotto numero di cardinali diaconi, presbiteri e vescovi, rapirono il morente Onorio ad un monastero, ne attesero l’ultimo respiro e immediatamente elessero papa uno di loro, Gregorio Papareschi con il nome di Innocenzo II. Mancavano solo tre ore all’altra elezione.
Pierleoni, eletto come Anacleto II, non ottenne l’appoggio dei Cesare della Cristianità. Nonostante esercitasse un potere de facto a Roma, rimase nella storia come antipapa.
L’intenzione iniziale del Conclave era di ovviare a codeste debolezze, ma ne sorsero altre. Alla morte di Clemente IV a Viterbo nel 1268, il tempo de sede vacante si allungò a 33 mesi, il più durevole della storia. Vi si dibatteva non tanto il merito personale di questi o quegli, ma se il papa dovesse essere francese o italiano.  Il sindaco e il popolo viterbesi, impazientitisi con il ritardo, ridussero prima le porzioni di cibo ai cardinali, e poi scoperchiarono parzialmente l’edificio.
La fame e il freddo ridiressero l’elezione verso l’arcivescovo di Liegi Teobaldo Visconti, che però si trovava in  quel frangente a S. Giovanni d’Acri, in Crociata con Edoardo I d’Inghilterra. Accettò, ma dovette ricevere le ordinazioni sacerdotale ed episcopale prima di essere coronato come Gregorio X. Le sue regole per le elezioni papali rimasero in  forza fino al XX secolo, quando le riformò papa Paolo VI.
Il Cesare Franz Joseph di Austria-Ungheria intervenne nel Conclave del 1903, impedendo che i porporati elegessero un massone. Con il salto da 70 a 120 del Collegio cardinalizio decretato da Giovanni XXIII, l’unica traccia di principio monarchico rimasta nel Conclave fu il Concistoro Segreto, convocato dal Pontefice per far sì che i cardinali potessero sviluppare opinioni circa i papabili e conoscersi tra di loro.
Però l’istituto del Conclave si indirizzò sempre di più verso rappresentare popoli e culture diverse, piuttosto che dare priorità allo scegliere un papabile. Sparito il Concistoro Segreto, l’elezione papale è oggi alla mercè del puro caso, effettivamente al capolinea di un percorso di 959 anni, 1059-2018.
L’assenza di comando unificato ha avuto effetti più deleteri nella società civile del cosiddetto “Occidente”, ossia i frantumi dell’antica Cristianità che sopravvivono alle mazzate rivoluzionarie di secoli. In paesi orientali che hanno fatto caso omesso delle sirene democratiche le cose vanno meglio, nonostante la proverbiale indifferenza culturale verso la verità e conseguente libertà.
Mi si permetta una considerazione aneddotica circa gli effetti sociali di uguaglianza e libertà rivoluzionarie.
Salvo il principio che le analogie non hanno valore probatorio, esse certamente aiutano a capire che le due ideologie non uniscono; possono solo dividere. Proprio come fa una certa sabbia.
Il pricipato islamico di Dubai volle costruire delle isole artificiali sabbiose a forma di chioma di palma, oggi visionabili in internet. Però i milioni di tonnellate di sabbia locale non servirono allo scopo, giacché i granelli di sabbia autoctona sono, come le turbe di una democrazia qualunque, uguali e libere, cioé perfettamente sferiche. Non esiste cemento che le faccia aderire l’una l’altra in unità. Però, invece di abbandonare l’ovviamente folle progetto, il principato importò sabbia dall’Australia, lontana un quarto di circonferenza terrestre.
Gli effetti della Rivoluzione egualitaria e libertaria sono analoghi. Tanto le istituzioni quanto gli individui dell’odierno “Occidente” si assomigliano sempre di più ai granelli di sabbia di Dubai: liberi da ogni legame, indipendenti l’uno dall’altro, e tanto uguali quanto inutili per impartire un che di unità a una società.
A chiederci se esista possibilità alcuna di tornare ad un ordine sociale cristiano di società di società, diverse però unite come l’universo (unum in diversis), sotto un comando unificato e gerarchico, esprimeremmo pii desideri, ma non faremmo storia. La domanda da fare è un’altra: è esistito, nei due secoli e mezzo trascorsi, un solo caso di capovolgimento controrivoluzionario che abbia avuto successo?
La risposta è affermativa, sebbene poco conosciuta. Il ritorno alla Tradizione, con la sconfitta di metodi e princìpi rivoluzionari, ebbe luogo nell’Ecuador di Gabriel García Moreno (1822-1875). Avvenne in una repubblica presidenziale, non in una monarchia. E il successo fu tale che la Massoneria condannò a morte Garcia Moreno, facendolo assassinare il 6 agosto 1875.


Seconda Parte: quel che è di Cesare

Il Fuero Viejo de Castilla, un testo di diritto feudale del secolo XIII, apre così:
Quattro cose appartengono per natura al re, che non deve né cederle ad altro uomo, né separarsi da esse: la giustizia, la moneta, il territorio e la sua rendita.
Andiamo in cerca delle quattro, per verificare che fine hanno fatto.
Giustizia
Che amministrare la giustizia fosse prerogativa reale non vuol dire che il sovrano si occupasse di ogni causa civile o penale: in una società organica, cioè composta di società a tutti i livelli, la giustizia era amministrata il più in basso possibile. Il tribunale del re era di ultima istanza.
Si racconta che tre cose piacessero alla regina Isabella di Spagna: a) una donna incinta, b) un prete che celebra Messa, e c) un malfattore che pende da una forca. Il pittore senese Ambrogio Lorenzetti (secolo XIV) ha lasciato quattro affreschi nella Sala dei Nove del palazzo del Governo, due che rappresentano il buon governo e due il malgoverno. Colpisce che il carnefice del buon governo, dipinto nell’atto di decapitare un uomo, sia nientemeno che un angelo!
La visione di giustizia, condivisa dal pittore e dalla regina, era quella di Ulpiano, giurista romano del I secolo: dare a ciascuno il suo. Per farlo, bisogna però sapere cosa sia il suo di ciascuno, per non rischiare o di non darlo, o di dare il non suo, ingiustizie entrambi.
Nel mondo antico esistevano molte versioni della giustizia di Cesare. L’aggettivo “draconiano” si riferisce a leggi promulgate dal legislatore ateniese Draco (ca 620 a.C.), che contemplavano la pena capitale per una lunga lista di delitti, ridotti da Solone al solo omicidio circa 40 anni dopo. Racconta Erodoto che Cambise II di Persia, nel sapere che un giudice aveva ricevuto una mazzetta, lo fece spellare vivo, conciarne la pelle, farne strisce e impagliare con esse la sede giudiziaria, sulla quale fece sedere il figlio del giudice a mo’ di avvertimento.
La giustizia di Roma non era esente da corruzione (Ponzio Pilato docet), però mostra la sua equità poco comune con Claudio Lisia, tribuno della guarnigione di Siria, che non esitò a mobilizzare una forza di 470 militi per frustrare la congiura di 40 giudei che si erano promessi di uccidere Paolo (Atti 24). La filosofia classica chiamava “distributiva” la giustizia che premiava il dovere e puniva la trasgressione.
I Cesare della Cristianità, nonostante i loro difetti, facevano entrambe le cose. Il Re Sole Luigi XIV di Francia punì l’intendente delle finanze Fouquet con l’ergastolo e la confisca dei beni per malversazione aggravata e continuata di fondi pubblici, coserella oggi generalmente detta “corruzione”. Si può dibattere –e lo si fa- se la pena imposta a Fouquet fosse giusta, però seguì a un processo di tre anni. La differenza è che oggi tutto un sottobosco si abboffa con gli stessi (o peggiori) metodi dello sfortunato intendente, senza conseguenze palpabili. Cioè, con Cesare la giustizia in qualche modo funzionava; remota iustitia, faceva notare Agostino,  quid sunt regna nisi magna latrocinia? La democrazia non ne conosce neanche la definizione.
Cesare non solo premiava il dovere compiuto, ma anche si sottometteva alle leggi da lui promulgate. Negli anni Sessanta del XIX secolo, Franz Joseph di Austria-Ungheria uscì a caccia in una delle riserve imperiali. A sera, stanco, sudato e sudicio, tornò al padiglione dove soleva passare la notte, e gli sovvenne che poteva evitare di aggirarlo facendo uso di una porticina di servizio posteriore. Però una sentinella gli sbarrò il passo: “Ho ordine di non far passare nessuno” disse il soldato semplice all’Imperatore. Il quale, senza dir niente, salutò, battè i tacchi e se ne andò.
Trascorsi pochi giorni, il colonnello fece chiamare la sentinella: “Sei colpevole” gli disse un tanto severamente, “di non aver riconosciuto Sua Maestà Imperiale. Pertanto Sua Maestà ti rimuove dal tuo posto”.  Davanti alla faccia afflitta del giovane, il colonnello seguì: “E ti promuove a sergente. E perché non ti dimentichi delle fattezze di Sua Maestà, ti manda venti ritratti suoi”. E consegnò all’attonito nuovo sergente 20 monete d’oro con l’effigie del sovrano. Si chieda il lettore se qualcosa di simile sia mai avvenuta in regime di democrazia.
L’uguaglianza rivoluzionaria ha devastato la giustizia di Cesare. Lungi dal dare a ciascuno il suo, dà a tutti lo stesso, prima però permettendo loro di fare ciò che vogliono, inventando “diritti” inesistenti e concedendoli a destra e a manca, anche ad animali.
L’Aquinate enumera otto tipi di pena per altrettanti tipi di delitti. L’uguaglianza rivoluzionaria conosce solo il carcere e la multa, per omicidio come per lesioni personali gravi, danni alla proprietà, e per azioni “discriminanti”, nuovo tabù della non-società egualitaria. Azioni intrinsecamente ingiuste rimangono impunite, per esempio citare qualcuno in giudizio senza ragione, o estorcere una mazzetta a cambio di una agevolazione fiscale.
C’è di più: 250 anni di martellìo rivoluzionario hanno inculcato l’idea che un delinquente politico sia di un genere più “nobile” della sua controparte comune: da Platone fino al secolo XVIII costoro venivano considerati nemici del bene comune, e giustiziati senza tanti ambagi. Molti dei loro nomi decorano (se è il termine giusto) strade e piazze di città che devono proprio a loro il disordine sociale che le attanaglia.
La libertà rivoluzionaria penalizza e depenalizza secondo decisioni di “rappresentanti del popolo” crassamente ignoranti di diritto, quando non secondo decisioni di logge massoniche. Quest’ultimo andazzo lo si vide dalla sincronizzazione, non di rado a livello mondiale, di leggi a favore del divorzio, l’aborto e ora la sodomia, che tuttora viene punita con il linciaggio qua e là in Africa e in Islam.
La moneta
Stiamo per addentrarci in una fanghiglia dalla quale non usciremo senza difficoltà. Il problema non è politico, sociale, economico o storico, ma logico e metafisico, e quel ch’è peggio, irrisolto da due millenni e mezzo. Tenterò di spiegarlo.
Il termine “moneta” o l’equivalente “denaro” da sempre occulta due funzioni contraddittorie: mezzo di scambio e riserva di valore.
Invito il lettore a verificarlo hic et nunc: che fa il “denaro” che in questo momento ha in tasca? Può solo rispondere “è mio, fino a quando non decida di spenderlo”. Arriva la spesa: quel “denaro” aiuta l’economia cambiando di mano, ma sparisce dalla tasca del lettore.
La semplice verifica suggerisce delle considerazioni.
Prima: l’uso deallo stesso termine “denaro” per entrambi gli elementi di una contraddizione non può che generare confusione.
Seconda: spendere, o risparmiare, sono azioni tanto contraddittorie quanto i termini “mezzo di scambio” e “riserva di valore”.
Terza: i termini “riserva di valore” e “risparmio” necessariamente implicano proprietà della  “moneta”. La storiella che segue aiuterà a capire.
Un  turista appare alla reception di un piccolo hotel di una cittadina sonnolenta, con scarsa attività economica e un debito diffuso. Lascia 100 dollari di caparra alla cassa e va ad ispezionare le facilità. Il gestore acchiappa i 100 dollari e corre ad estinguere il suo debito al supermercato; il padrone di questo fa lo stesso con il macellaio, che agisce ugualmente con il veterinario, che si ricorda di dover proprio 100 dollari alla signora di facili costumi residente all’hotel, dove costei è debitrice di una somma uguale, che deposita in cassa. Torna il turista, insoddisfatto di quello che ha visto; riacchiappa i 100 dollari e se ne va.
Analizzando l’accaduto, durante i cinque rapidi cambi di mano della banconota, questa non ha avuto padrone. Si è comportata come puro mezzo di scambio, estinguendo debiti per cinque volte il suo valore facciale. E in assenza di padrone, nessuno avrebbe potuto sottrarla alla circolazione per imporre un tributo a chi avesse bisogno di mezzo di scambio: non era altro.
Codesto tributo non è che l’USURA, figlia primogenita della contraddizione suvventilata, il cancro che sta consumando tutta una civiltà passando inosservato.
E l’usura, con le sue confusioni, ha generato una seconda figlia: la crematistica, condannata a suo tempo da Aristotele, ma che è una specie di magia, incantesimo o superstizione che dir si voglia, cioè la credenza che essere ricco vuol dire possedere molto denaro.
Però è impossibile possedere “denaro”, poco o molto: la sola cosa che si può possedere è la riserva di valore, che chiameremo con il suo nome da ora in poi.
Tutta una civilizzazione si è lasciata irretire dall’incantesimo. Trascinando nella sua caduta gente di ogni lega, da intellettuali più o meno accademici a strozzini professionisti che circolano camuffati da benefattori dell’umanità. La confusione concede il titolo di “investitore” a chi, davanti a uno schieramento di schermi di computer, si dedica a estrarre riserva di valore manipolando la medesima, senza prestar attenzione (benevolmente parlando) che guadagnare senza lavorare necessariamente forzerà qualcuno a lavorare senza guadagnare.
La suddetta è la legge inviolabile della crematistica. Funziona a livello personale, sociale, politico, economico ecc. Chiamando le cose con il loro nome aiuta a capire.
Orbene, la “moneta” ambigua non può “appartenere” né a Cesare né a nessun altro. Neanche può il mezzo di scambio, come visto, però è dovere di Cesare emetterlo, per esercitare il diritto di tassazione.
Poco più di un secolo prima della redazione del documento medievale sopracitato, circolavano, nell’Inghilterra di Enrico I ultimogenito di Guglielmo il Conquistatore, i tally sticks (bastoncini combaciantisi), che con una durata di 726 anni (1100-1826) mantengono ancora oggi il record mondiale di stabilità monetaria. Vediamo come funzionarono.
Erano i tallies bastoncini di salice, nocciolo o bosso, di 12 x 3 x 0,8cm circa. Un debitore scriveva il suo nome sulla parte piatta del tally, vi intagliava tacche laterali di dimensioni corrispondenti a sterline, scellini e pence, e poi spaccava il tally longitudinalmente, lasciando così un doppio testimone infalsificabile della transazione. La scarsezza cronica di moneta metallica faceva sì che i tallies fossero accettati come mezzo di scambio, e perfino dallo Scacchiere in pagamento di imposte. La pratica si estese altrove.
Qui interviene la legge inviolabile summenzionata. Come puro mezzo di scambio, i tallies erano inutili come riserva di valore. Si sottraevano pertanto all’usura: non era possibile prestarli a interesse, cioè imporre un tributo a chi ne avesse bisogno.
Alla fine della guerra dinastica tra la casata di York e quella di Lancaster (1485) entrarono le banche nel paese. Queste immediatamente individuarono i tallies come ostacoli ai loro disegni, e mossero loro guerra senza indugio. Ci vollero tre secoli e mezzo prima di vincerla.
Con la fondazione della Banca di Inghilterra (1694) la guerra si intensificò, ma solo nel 1826 le banche riuscirono a liberarsi dei tallies per legge. Ritirati dalla circolazione, vennero immagazzinati negli scantinati del Parlamento. Nel 1834 qualcuno ebbe la malaugurate idea di bruciarli in un caminetto; l’intensissimo calore appiccò il fuoco all’edificio e lo rase al suolo.
Il secolo XIX vide il passaggio lento ma inesorabile dell’emissione di mezzo di scambio da Cesare alle banche, che emettono e manipolano però il cosiddetto “credito”, continuando a muovere guerra senza quartiere al mezzo di scambio, come testifica la sparizione dei grossi tagli di euro e di rupie. Il credito bancario copre più del 95% del potere di acquisto di un paese.
Il credito non è che un atto di fede, con il quale Tizio, autorizzato dal direttore di una banca ad emetterlo, si ritiene prestatario, impegnandosi a pagare interesse su una somma che ha contrattato di emettere però che non esiste fino a quando lui non firma il primo assegno.
La banca, però, non autorizza il prestatario a creare interesse. Questo lo deve produrre o lavorando di più, o facendo lavorare di più un altro prestatario, o indebitandosi ulteriormente per pagarlo. Così che se dieci prestatari autorizzati ad emettere 10mila unità di riserva di valore dopo un anno devono “restituirne” 11mila, è matematicamente certo che prima o poi uno di essi andrà in bancarotta.
Quando le banche prestavano contante, correvano uno di due rischi: lucro cessante, per non usare loro il mezzo di scambio prestato, o danno emergente, se il prestatario non fosse stato in condizioni di resteituire il prestito. Con il credito, i due rischi non esistono, e pertanto non esiste ragione per domandare interesse, o che è lo stesso, imporre usura.
La stessa usura le banche la impongono a Cesare, a cui “prestano” quello che Cesare stesso potrebbe emettere senza indebitarsi. Ma i Cesare che tentano di farlo, leggono con attenzione la lunga lista di quelli di loro che lo hanno tentato, facendo una brutta fine. E i più si astengono.
In ogni caso, sappiamo ora chi ha usurpato la seconda prerogativa di Cesare.
Il territorio
Una qualsiiasi delle seguenti tre condizioni è necessria e sufficiente per determinare la proprietà di qualsiasi cosa: o l’hai fatta tu, o l’hai scambiata con qualcosa fatta da te, o si tratta di res nullius, cioè senza padrone apparente. A quale delle tre appartiene un territorio?
Chiaramente non alla prima. La seconda sarebbe difensibile con un titolo di proprietà, se la storia non insegnasse che all’origine di un titolo fondiario qualsiasi, dovunque, ci si imbatte in un atto di violenza: una invasione militare, una espulsione armata, un assassinio, e “formalità” del genere. Res nullius passerebbe, fino a riflettere che un fondo non è res, ma locus, o meglio situs, una delle dieci categorie aristoteliche.
Ne segue che un titolo di proprietà fondiaria è un costrutto giuridico senza fondamento in re. Può sembrare una  follia una tale affermazione in pieno secolo XXI, ma qualunque analisi: storica, filosofica o scientifica, porta alla stessa conclusione. Vediamolo.
La ragione più naturale è metafisica: la terra, immortale, non può appartenere a un mortale di passaggio. Ma senza di essa non si produce ricchezza, dal che segue che ogni essere umano, sebbene mortale, ha diritto ad occuparne una superficie che gli permetta di lavorare.
La storia corrobora. Nell’antichità, dovunque nel mondo, la proprietà terriera era collettiva, non individuale. Ma avvenne che nelle terre confiscate da Roma ai popoli che ne avevano ostacolato l’espansione, il diritto romano concesse ai senatori proprietari lo ius utendi et abutendi del possedimento, che già nel secolo II a.C. poteva chiamarsi latifondo.
È importante afferrare che l’istituto del titolo di proprietà porta necessariamente dall’agricoltura intensiva a quella estensiva, cioè al latifondo, grazie alle differenze naturali presenti in ogni aggregato di esseri umani, sie esso un municipio, regione, nazione, ecc. Il processo è sempre lo stesso.
Nel momento in cui un proprietario, abile e operoso, arriva all’uso completo della sua proprietà, si accorge che un vicino, meno abile o meno operoso, ha trascurato la sua. Gli offre un prezzo attraente, e così incorpora un secondo fondo all’anteriore. E un terzo, e un quarto... fino al latifondo. Plinio il Vecchio lamentava che latifundia perdidere Italiam. E Plinio il Giovane faceva notare come l’intera superficie coltivabile di Egitto fosse proprietà di sei persone
Ma coltivare un latifondo con la manodopera di un fondo familiare non è fattibile, cosicché il latifondista ne ha bisogno da fuori. La può attrarre in due modi.
1.      Mantenendo una grande superficie in proprietà, ma lasciandola incolta. Così paga salari bassi, che i braccianti non possono rifiutare senza diventare disoccupati;
2.      Affittando la superficie posseduta, con canoni così alti da non lasciare molta scelta all’affuttuario tra accettare o andare altrove.
Altrimenti detto, il latifondo ha la schiavitù come compagno inseparabile di viaggio. Ecco la sola ragione per cui nessuna, ripeto nessuna “riforma agraria” basata sul titolo di proprietà abbia avuto successo in qualunque epoca o parte del mondo sotto considerazione.
Si impone un’osservazione: il valore reale di qualsiasi titolo di proprietà è né più né meno che quello della forza fisica, armata o no, con la quale se ne possa impedire l’occupazione. Cesare, pertanto, non è che un proprietario fondiario, disposto a difenderne l’integrità con le forze armate. Ciò fecero i sovrani Isabella di Castiglia e Fernando di Aragona nel distruggere a cannonate i numerosi castelli di quei baroni che si opponevano all’unità politica di Spagna.
Non è difficile verificare come la proprietà privata del suolo porti a guerre senza fine, quando non inutili e sanguinose. La storia non racconta molto di più.
Dopo aver accettato il battesimo con il nome di Afonso nel 1491, il manikongo (capo del già Kongo, oggi Angola settentrionale) Mvemba Nzinga mantenne contatti politico-culturali con il Portogallo fino alla sua morte nel 1543. I Portoghesi lo onorano ancora come “Costantino d’Africa” per il suoi meriti di evangelizzatore. Orbene, Re Afonso si rifiutò sempre di vendere terre ai Portoghesi. Scherzava con l’ambasciatori di Lisbona: “Castro, qual è il castigo per chi tiene i piedi a terra”?
Nel senso contrario un decreto di Costantino il Grande, datato 321, permise ai terratenenti cristiani di trasferire le loro proprietà (con lo ius utendi et abutendi) alla “Chiesa”. Stiamo ancora pagando le conseguenze, a volte sorprendenti, di codesta decisione.
Secondo quanto affermato poc’anzi la Chiesa, istituzione immortale, può possedere terra, anch’essa immortale. Sempre che lo scopo della proprietà sia anch’esso immortale, come costruire edifici di culto et similia.
Ma il decreto costantiniano riduceva la Chiesa alla sua gerarchia, fatta da mortali in carne ed ossa come papi. vescovi e clero. I quali, per garantirsi il vivere di rendita, inventarono il “titolo” di proprietà. Così lo loda Paul Johnson (1928- )
La Chiesa ne aveva bisogno per la sicurezza delle sue proprietà, e lo inserì nei codici legislativi da essa elaborati, e in maniera così indelebile da far sopravvivere la proprietà alle forme di feudalesimo impostele succcssivamente. Lo striumento giuridico del titolo (o carta) fondiario, che intesta con proprietà assoluta tanto l’individuo privato quanto la corporazione, è una delle grandi invenzioni della storia umana. Insieme alla nozione di Stato di Diritto, si tratta di un istituto economicamente e politicamente importantissimo. In quanto Tizio è in condizioni di possedere terra assolutamente, senza qualifiche sociali o economiche, e in quanto un tale diritto viene protetto, perfino contro io governo. Dallo Stato di Diritto, Tizio gode di una vera sicurezza di possesso.[5]
Le sperticate lodi di Johnson vanno leggermente moderate. La “sicurezza di possesso” della qualo poteva parlare nel 1980, viene smentita oggi dai numerosi casi di governi che proteggono gli occupanti illegali di una supposta “proprietà”. Non è un mistero, ma il verificarsi della profezia di Rousseau circa la “libertà primitiva” anteriore all’immaginario Contratto Sociale. I governi seguono i dettati della Rivoluzione con principi e metodi adeguati al tempo e al luogo. E per di più puniscono la proprietà con tasse ingiustificate e liberticide.
L’affermazione di Johnson circa “le forme di feudalesimo imposta alla proprietà” si riferisce, involontariamente forse, al citato Fuero Viejo de Castilla. che affermava come la fonsadera appartenesse naturalmente al re, così come lo affermava il manikongo Afonso Mvemba Nzinga.
La gerarchia ecclesiastica montò su nei secoli una immensa rete di previdenza sociale, pagata parzialmente con la rendita delle sue proprietà. Era un modo di mitigare lo ius abutendi mettendo in salvo lo ius utendi. In realta si trattava di una foglia di fico che nascondeva profonde divisioni sociali: lo spacco tra il basso e l’alto clero, i privilegi ingiusti accumulati da nobili che sempre più rifiutavano di accollarsi doveri liberamente assunti, specialmente quello militare, la mancanza di libertà di movimento, la servitù della gleba e tantaltro.
Il castello di carte venne giù alla Riforma, che sotto cappa di sola scriptura, sola fides e slogan pseudo religiosi del genere, fu in realtà manovra di “una masnada di ladri” come li apostrofava Hilaire Belloc, a caccia di rendite già ecclesiastiche.
La fonsadera non tornò mai più nelle mani di Cesare, né lo fecero los yantares, la rendita di ubicazione della quale tratteremo sotto.

Rendita
La prova più lampante che la rendita sia il prodotto del lavoro umano e non della superficie del suolo è offerta dagli insediamenti umani abbandonati, ghost towns di tanti film Western. Dovunque si trovano, li accomuna l’assenza totale di canoni di affitto, o altri compensi, per occupare qualunque casa, stanza, castello o altro.
I trattati di economia non distinguono abitualmente tra due rendite: una, prodotta del lavoro del proprietario; una seconda, prodotta dal lavoro di chi vive e opera attorno alla proprietà,
Orbene, codesta seconda rendita (da ubicazione) appartiene in giustizia a coloro che la creano lavorando nello stesso territorio dove si erge la proprietà. La prima fetta di tale rendita, come tassa giusta, pagherebbe un congruo stipendio alle madri produttrici ed educatrici di capitale umano; il resto pagherebbe per vari servizi pubblici. Il tutto in stretta giustizia.
Vengono spontanee due domande: a) non è questa un’utopia? Perché non avviene? È fattibile? Le tre domande le risponde un breve resoconto di quel che avvenne in Libia tr il 1979 e il 2011.
Nel 1979 il colonnello Gaddafi nazionalizzò la terra, le banche e il petrolio. Non ebbe pertanto bisogno di tassare il valore aggiunto dal lavoro dei cittadini; tassò invece quello sottratto alle risorse naturali del paese. Nel 2011 la Libia era il paese più prospero d’Africa: elettricità, istruzione e sanità erano gratis; gli agricoltori ricevevano terra, attrezzi agricoli, il primo bestiame e le prime sementi gratis; la banca nazionale offriva un prestito di 50mila dollari senza interesse ai contraenti matrimonio; la benzina costava 14 centesimi di euro al litro. E come se fosse poco, in 25 anni di lavoro silenzioso e ininterrotto, 1986-2011, si era costruito il Gran Fiume Artificiale, un acquedotto di 6mila km con tubature di 4m di diametro, che dalle profondità freatiche di Kufra convogliavano acqua alla cosa mediterranea. Il tutto senza chiedere un centesimo in prestito a nessuno.[6]
È tutt’altra storia nel Regno Unito, dove le cose vanno in senso opposto. Nel 2016 la rendita del paese ammontava a 493 miliardi di sterline, senza che nessuna andasse a impinguare lo Exchequer, l’erario pubblico britannico. La intascarono i discendenti dei landlords ai quali Enrico VIII aveva dissennatamente venduto le terre di 900 monasteri distrutti dal suo scagnozzo Thomas Cromwell nel 1536-1541. Cesare aveva ceduto il diritto di sovranità sul suolo a cambio di effimere somme sprecate in guerre inutili. E ne aveva rinforzato la sicurezza con... titoli di proprietà!
Ecco la patata bollente tra le mani di Mme May, che continuerà a bollire in quelle del suo successore chiunque egli (or ella) sia. Brexit non risolverà il problema se chi lavora verrà sottomesso a tasse che, come un tapis roulant, forzano i creatori di rendita a correre sempre piu veloci per rimanere nello stesso posto.
Nel lontanissimo 1899 Thorstein Veblen (1857-1929), economista norvegese emigrato negli Stati Uniti, pubblicò Theory of the Leisure Class, dove dettagliava il “consumo cospicuo” di tutta un’accozzaglia di persone con più denaro (riserva di valore, non dimentichiamo) che buonsenso. Ma gli sfuggì la natura di un tale consumo come rendita della fonsadera di Cesare. Detto consumo è visibilissimo: costosissimi yachts da crociera, auto Ferrari, Rolls Royce ecc., abiti e profumi griffati, viaggi senza meta eccetto ostentarli in faccia a rivali, e capricci quanto più cospicui e cari tanto meglio. Un duca britannico morì nel 2018 lasciando un’eredità di otto miliardi di sterline. Ecco dove dovrebbe rivolgersi l’attenzione di chi lamenta “non ci sono soldi” per le spese pubbliche. Ci sono e come, ma non dove dovrebbero essere.
Che il lettore tragga le sue conclusioni, e smettiamo di lamentare il divario tra i ricchi e i poveri. Aver sottratto a Cesare l’emissione di mezzo di scambio e la rendita di ubicazione del suolo è causa più che sufficiente per portare un apparente mistero alla luce del sole.


29 settembre 2018

  Silvano Borruso



[1] Nonostante gli sforzi della cosiddetta  “comunità internazionale” che tenta imporre loro il sistema centralista occidentale, senza riuscirci.
[2] Augustin Barruel (1741-1820). Citato da H. Delassus, in Le problème de l’heure presente, XIII 4.
[3] Idée générale de la Révolution au XIXe siècle (1851).
[4] Citato da J. Vallet de Goytisolo, in Verbo n. 561-562 (2018) p. 104.
[5] “Is there a Moral Basis for Capitalism?” in Democracy and Mediating Structures, ed. Michael Novak (Washington D.C.: American Enterprise Institute, 1980, p. 52). Neretto aggiunto. Corsivo nell’originale.
[6] Il contenuto del paragrafo è verificabile in Rete. La política economico-sociale del colonnello è reperibile nel libretto The Green Book, di 33 pagine, scaricabile.