domenica 2 agosto 2015

BREVE STORIA DELLA VERITÀ di SILVANO BORRUSO


Inizi
Così esordisce Erodoto nel primo dei suoi nove libri:
Ecco le ricerche di Erodoto di Alicarnasso, che egli pubblica sperando di preservare dall’oblio le memorie di umani eventi, e di impedire che le grandi, prodigiose imprese di Greci e di Barbari perdano la gloria loro dovuta; e allo stesso tempo lasciare un ricordo di quelle che furono le cause delle loro ostilità.
Sembrerebbe un’introduzione come un’altra, eppure  rivela al lettore attento, e solo a lui, il tratto che fa della cultura ellenica un unicum al mondo: l’amore per la verità.
Quel che spinse Erodoto a viaggiare, e a descrivere popoli e luoghi “di Greci e di Barbari” fu una curiosità che non si incontra in altre culture. Persiani, Cinesi e Orientali in generale, ragionano così: noi siamo il centro, i migliori; i nostri vicini vengono secondi; i vicini dei nostri vicini, terzi; e via dicendo.
Storicamente l’approccio etnocentrico ha portato al rinchiudersi di una cultura in sè stessa, senza voglia non solo di scoprire quello che possono offrire altre culture, ma anche di offrire quello che la loro ha di suo. È di memoria relativamente recente la riluttanza di Cinesi e Giapponesi verso la forzata “apertura” dei loro porti ad opera delle cannoniere britanniche e statunitensi durante il secolo XIX.
Possedere la verità vuol dire esser liberi, ma niente affatto sicuri. La storia di Socrate fa al caso.
Il capo di accusa era che Socrate corrompesse la gioventù affermando che gli déi fossero del tutto irrilevanti. Atene, invece, li considerava di suprema importanza per il mantenimento dell’ordine sociale. Quale delle due parti aveva ragione?
La risposta, paradossale per quanto sembri, è che avevano ragione tutte e due, ma per motivi diversi.
Atene, come ogni sistema di governo, era al tanto che senza una sanzione superiore le leggi non hanno forza coercitiva. E queste forze erano gli déi. Ma chi erano codesti déi?
Un’educazione piatta e deficiente non permette di far luce su quello che fu l’Era delle Catastrofi, durata grosso modo dal XV al VII secolo a.C. Le orbite dei pianeti, specialmente Venere e Marte, si avvicinavano ogni tanto alla Terra. Quando a una certa distanza critica corrispondeva una differenza di voltaggio anch’essa critica, scoccava un arco voltaico che ionizzava tutto al suo passaggio, obliterando popolazioni e territori lungo un arco di Grande Cerchio per diverse ore. I popoli, terrorizzati, si rifugiavano in caverne, spesso artificiali, per uscirne a passaggio (e rovina) avvenuti. Ecco l’origine dell’idea ciclica della storia.
I dettagli si possono consultare altrove.[1] Fermiamoci qui al fatto che al tempo di Socrate la configurazione del Sistema Solare aveva raggiunto la presente Era di Tranquillità da 300 anni, e che quindi l’antico terrore era effettivamente cessato.
Aveva quindi ragione il vecchio filosofo di beffarsi degli déi, ma senza niente da mettere al loro posto per garantire l’ordine sociale ateniese. E dovette bere la cicuta.
La Cristianità
Che la rivelazione cristiana abbia avuto luogo nel punto di incontro di tre continenti e non altrove, è un dato di fatto. L’incontro però non fu solo geografico, ma anche di tre civilizzazioni, ognuna con le sue caratteristiche.
Gerusalemme apportò il genio per la tradizione, la storia, le genealogie; Atene quello per la verità, e Roma quello per la giustizia e per l’esecuzione di opere importanti. Qui ci fermeremo alla verità.
La rivelazione cristiana, fondata su origini giudaiche, mostra una linea ininterrotta di verità, nel senso che tutto quello che insegna è riconducibile a realtà che esistono, siano esse spirituali che materiali. È inutile, d’altro canto, chiedere a un indù se il dio Ganesha esiste: la questione l’interlocutore non se la pone neanche.
Così la verità fece il suo ingresso nella direttrice religiosa dell’umana esistenza. Vi sono sempre state tre maniere di raggiungerla. Vediamole.
Si comincia dai sensi. Quando diciamo che qualcosa è “ovvia” vogliamo dire che non c’è bisogno di dimostrazione. I sensi non ingannano, a meno che non se ne vogliano pretendere prestazioni indebite. Per esempio: il senso della visione percepisce forma e colore. Se si pretende di percepire le dimensioni di un oggetto guardandolo, si incappa in possibili errori di prospettiva, o di altro tipo. E così via.
Si prosegue per dimostrazione: deduttiva, che partendo da principi generali arriva a conclusioni particolari, o induttiva, se avviene l’opposto. Qui l’errore è di casa: basta sbagliare un passo nel ragionamento per raggiungere conclusioni erronee, e possedere il falso equivale a non conoscere.
E si finisce per fede: accettare una proposizione sull’autorità di qualcuno che la afferma: genitori, amici, maestri, libri, programmi televisivi, eccetera.
Non sarà nostro compito sviluppare tutto questo, ma solo indicare un punto fermo: non esiste il libero pensiero. Si è liberi di pensare o no, ma non lo si è affatto di farlo a piacere. Arrivare alla verità comporta osservare regole e limiti sviluppati dalla logica. Con ragionamenti a casaccio non ci si arriva.
Esistono anche vie mistiche per arrivare a certe verità, ma hanno tutte lo stesso difetto: non sono comunicabili, e pertanto esulano dal trattamento.

La Scolastica
La logica, vera ferramenta della conoscenza, raggiunse la perfezione con Aristotele e il suo Organon (Gk = ferramenta). La si applicò nelle scuole per la formazione dei presbiteri, prima vescovili e poi cattedrali, nate e gestite per lo scopo.
E per mille anni logica, grammatica e retorica formarono il Trivio, l’ossatura dell’istruzione nella Cristianità. Il Quadrivio: aritmetica, geometria, musica ed astronomia facevano da fonte di informazioni sulle quali applicare le ferramenta della conoscenza.
San Tommaso aveva ammonito:
Lo studio della filosofia non è fatto per conoscere quello che pensano gli uomini, ma la verità delle cose.[2]
E aveva notato, al principio della Contra Gentes, che “è del sapiente ordinare”, cioè che l’ordine è la conditio sine qua non della ricerca filosofica.
Non aveva proposto che codesti principio e metodo dovessero essere applicati esclusivamente alla teologia, ma così avvenne. La teologia, considerata -non a torto- come la regina dello scibile, rimase il solo campo di applicazione della filosofia; il detto scolastico  philosophia ancilla theologiae impedì di arrivare, come si sarebbe dovuto, a capire che dovesse essere ancilla omnium scibilium, cioè uno strumento capace di imporre ordine a tutti i livelli della realtà, non ultimi quelli delle scienze: diritto, economia, politica, medicina, fisica e un lungo eccetera che tempo e spazio non permettono di esaurire qui.
Il secolo XIV vide gli Umanisti paganeggianti in assetto di guerra contro la cultura cattolica, specialmente la morale che consideravano restrittiva della libertà umana. Costoro capivano perfettamente come la filosofia scolastica facesse da baluardo inespugnabile eretto nei secoli attorno alla fede e alla morale cattoliche, per cui ne fecero il loro bersaglio preferito.
Ma ciò era impossibile dialetticamente, cioè con un pensiero rigoroso che facesse uso di strumenti altrettanto rigorosi. Fecero uso del dileggio, l’insulto, le mezze verità, sofismi triti e ritriti, ecc.
Al dileggio degli Umanisti si aggiunse la rivolta più propriamente filosofica con l’attacco agli universali di Ockham (1280-1349). Come nota Weaver[3], dal negare gli universali si arrivò a negare la verità; ciò richiese una nuova dottrina della natura, con il diniego del peccato originale, dell’affermazione della supremazia della ragione, della sopravvivenza del più dotato come causa causans, dell’economia come forza trainante delle intenzioni umane, arrivando così dall’essere creato a immagine e somiglianza di Dio a uno ridotto a consumatore puro e duro.
L’attacco alla verità indusse gli scolastici, se per codardia o debolezza intellettuale non è dato sapere, a seguire l’esempio degli Umanisti. Entrambi si occuparono sempre meno di verità e sempre più di forme. I cultori del “rinascimento” dei canoni pagani fecero rivivere la letteratura e le arti classiche; gli scolastici invece fecero slittare la logica da vere loqui a recte loqui, trasformandola a poco a poco in grammatica.
La perdita del principio e metodo scolastici è stata esiziale, ma continua a passare inosservata ai più. Un breve, necessariamente incompleto, excursus fa al caso nostro.
La prima a soffrirne fu la stessa filosofia. Facendo caso omesso dell’ammonimento dell’Aquinate, l’anti-intellettualismo di Ockham condusse necessariamente a Locke, Hobbes e Hume lungo la direttrice empirista e a Descartes, Kant e Hegel lungo quella idealista. Da una filosofia con un corpus di dottrina, principio e metodo si arrivò a una moltitudine di “sistemi”, ognuno costruito a partire da zero dal suo ideosofo.[4] Quello che usurpa il nome di “filosofia” oggi non si occupa di verità alcuna, ma di… filosofia. Le cosiddette “facoltà” sono come altrettante officine meccaniche equipaggiate con le macchine utensili più efficienti, dove si discute sulla modalità di uso e l’efficienza di torni, fresatrici, seghe a nastro, e tutto l’armamentario tecnologico a loro disposizione, ma nell’assenza più completa di materie prime su cui lavorare: legno, metalli ferrosi e non ferrosi, plastiche ecc. Prestigiosissimi “filosofi” scrivono di colleghi vivi o defunti altrettanto prestigiosi, viaggiando perfino ai loro paesi di origine per potere consultare i loro scritti “nella lingua originale”. A che pro? O a pro di chi? Evidentemente di filosofi, gli unici a capire il filosofese, e capaci di scambiarsene le “conquiste”. E pubblicano tomi ponderosi destinati a raccogliere polvere negli scaffali di qualche biblioteca dove vengono letti forse una o due volte per secolo.
Il sopradetto lo fanno addetti ai lavori che si autoproclamano Tomisti (!). Non sta a me giudicare se abbiano mai letto –o capito– l’ammonimento di S.Tommaso citato all’inizio.
Per i non-Tomisti c’è solo l’imbarazzo della scelta circa le ilarità che rifilano come “filosofia”. Una di costoro che va per la maggiore ha recentemente pontificato su “sentimenti politici” elencando come tali (anche) la compassione, il disgusto, la paura, l’invidia e la vergogna, senza naturalmente darsi la pena di definirle.
A farlo, con una elementare classifica di fattura scolastica, avrebbe notato che:
1.       La compassione non è un sentimento, ma una virtù eminentemente cristiana: gioire con chi gioisce e soffrire con chi soffre. È completamente assente dall’induismo, che considera la sofferenza altrui ben meritata per aver fatto chissà che magagna durante una reincarnazione precedente; non parliamo poi del paganesimo: non vi è un solo esempio di compassione nei nove libri di Erodoto.
2.       Il disgusto e la paura sono sì sentimenti (rectius passioni) il primo concupiscibile e la seconda irascibile, ma che come tutte e undici che sono, da educare con la volontà illuminata dalla ragione. Specialmente la seconda, se soppressa contro natura, diviene letale: è recentissima la notizia di un intrepido venticinquenne sfracellatosi con il suo passeggero dopo un volo di 300 metri dopo aver infranto il guardrail a velocità folle lungo una strada alpina.
3.       L’invidia, da non confondere con l’emulazione, è un vizio capitale, consistente nel rattristarsi per il successo altrui. Se quel successo è di natura spirituale, l’invidia è peccato mortale, come insegna(va)no i trattati di teologia morale. Che poi sia l’opposto di equità, come afferma la Nostra, è impossibile affermare senza definire quest’ultima.
4.       La vergogna è una sensazione, oggi largamente soppressa. La stessa filosofa sorride in minigonna (a 63 anni) nell’articolo a lei dedicato da Wikipedia, con completo sprezzo del ridicolo. Chi si vergogna oggi, e di che? Perché poi afferma che “frustra le aspirazioni di solidarietà”?
A chi riceve istruzione filosofica (dove questa esiste) viene ammannita una “storia della filosofia”, sciorinatura noiosissima di caratteri succedutisi cronologicamente, ma senza mai indicare chi avesse dato nel segno e chi no, e perchè.
La logica, divenuta inutile, è stata paulatinamente messa alla porta, per cui ragionamenti su tutto ciò che ha da fare con lo scibile umano hanno raggiunto livelli infimi, castigati da Hilaire Belloc (1870-1953) e Dorothy Sayers (1893-1957) ben 100 anni fa.
Diceva il primo:
È tutt'affatto incredibile che uomini come Mr Asquith e Mr Lloyd George, Mr Balfour e Mr F.E.Smith possano in qualunque circostanza proferire le imbecillità che costantemente adornano i loro discorsi pubblici. Non parlerebbero così a una cena, o nei loro club. Ma lo standard intellettuale in politica è così basso che uomini di capacità mentale media devono piegarsi in due per raggiungerne il livello"[5].
Aggiungeva la seconda:
Avete mai provato ad assistere a un dibattito tra persone adulte e presumibilmente responsabili? Vi ha inquietato comprovare la straordinaria incapacità dell’interlocutore medio di concentrarsi sull’argomento, o di affrontare e confutare quello dell’opposizione? Avete a volte ponderato l’alta incidenza di materiale del tutto irrilevante che sorge durante discussioni di gruppo, o quanto rare siano le persone veramente capaci di presiedere a tali discussioni? Riflettendo che la maggior parte delle questioni di Stato viene decisa in riunioni e dibattiti di questo tipo, non si prova a volte un certo senso di vuoto allo stomaco?[6]
Errori filosofici di confusione, separazione e riduzione, generalmente seguenti all’abbandono della verità, infarciscono ogni campo dello scibile e del fattibile. Ci si rifila come “fatto” l’evoluzione, un vero insulto (se non beffa) alle leggi della chimica e remora a quelle biologiche specialmente tassonomiche; si sbandiera una cosmologia costretta a inventarsi “buchi neri” inesistenti per fare caso omesso dell’elettricità, con forze 39 ordini di grandezza superiori alla gravità; eccetera.
Dall’abbandono della verità si è passati prima all’avversione e da questa a un odio viscerale sempre più vivo e vegeto verso essa.
Difesa e Contrattacco
Chi ama, però, la verità, non si lascia intimidire, come il bimbo nella favola di Andersen. I re nudi sono oggi una fiumana, ma solo chi sa di esser libero è in grado di gridarlo, tante volte quante sia necessario.
Cominciamo con la verità per se. Essa non è semplice conoscenza; questa ne è solo il primo stadio. Il secondo è l’intelligenza, cioè il capire che due o più elementi di conoscenza già acquisiti, e che sembravano sconnessi, in realtà fanno parte dello stesso insieme. Chi fa una tale esperienza si sentirà sempre meno invogliato a cercare soddisfazioni a livello animale o vegetativo: userà queste nuove scoperte come piattaforme di lancio per altre, sempre nuove, in un crescendo di gioia intellettuale inesauribile e del tutto incomunicabile, ma divisibile con chi ne ha fatto delle simili, anche se in campi diversi.
Il terzo stadio nell’avanzata verso la verità è la sapienza, cioè l’avvertire che le verità possedute e da possedere formano una gerarchia, e che quanto più alto è il livello raggiunto, tanto più comprendente diventa l’intelligenza del resto.
Il triplo progresso di conoscenza-intelligenza-sapienza, una volta cominciato, non finisce più. Ci si rende sempre più conto che quanto più si conosce tanto più si ama, così progredendo verso un fine oltre questo mondo.
Ecco quello che sembra perduto. Cosa può fare chi intravede ciò che da sempre cerca, ma senza aver ricevuto i mezzi per ottenerlo?
Pietas
Il punto di inizio nel restaurare l’ordine perduto non può che partire da sé, e non può che esserne la conoscenza. Ma non si dà piena conoscenza di sé senza la virtù della pietà, confusa dai più con la devozione, specialmente religiosa, e per estensione con la bigotteria.
La pietà è la virtù che sovrasta la giustizia quando il dovuto eccede le possibilità del debitore nella natura delle cose. Si articola in tre componenti:
·         Pietà filiale, cioè il rispetto per i genitori, datori della vita, impagabile su questa terra;
·         Patriottismo, cioè rispetto per i componenti la stessa cultura, che include accettare il passato, con le sue glorie ma anche con le sue vergogne;
·         Religione, cioè rispetto per il Creatore, sola attitudine che permette di essere penetrato dai sette livelli di essere, tanto nel loro insieme (ammettere di essere radicalmente creatura) quanto singolarmente, da quello della materia a quello divino passando dal vegetale, animale, umano, angelico e santificante (grazia).
La pietas conduce verso un’intelligenza sempre più profonda di sé stesso e del mondo circostante, e pertanto ad una sempre maggiore capacità di vaglio di teorie proposte come vere da chi opera nell’ordine cosmico.  
La pietà fa notare che nel bel mezzo del caos che caratterizza il mondo moderno, quattro realtà rimangono fisse ed immutabili: a) la filosofia scolastica; b) la dottrina cattolica; c) il suolo e d) la tecnologia. Qui ci occuperemo solo della prima.
Nonostante secoli di improperi ed epiteti avvilenti, la filosofia delle Scuole mantiene la sua vitalità intatta. È ancora capace di ordinare e definire, scoprendo così le confusioni, separazioni e riduzioni che piagano il pensiero moderno; e può ancora ridurre a sillogismo qualunque ragionamento, confermandolo nel vero se obbedisce le regole della logica, o sbugiardandolo nel caso contrario.
Non è necessario un trattato per dimostrare tutto ciò; pochi esempi basteranno. Avendo confermato che la filosofia esiste per arrivare alla verità delle cose, applichiamone i princìpi all’economia, la medicina, la fisica e il femminismo.
Economia e Verità
Poco dopo la Seconda Guerra del secolo XX, una nuova definizione di economia è andata apparendo nelle facoltà omonime: “scienza dell’assegnazione di risorse scarseggianti”.
Chi è provveduto di principi e metodo scolastici si chiede immediatamente: a) quali risorse “scarseggiano”?, e b) chi deve/può assegnare?
Non gli ci vuol molto a scoprire che se e quando una risorsa scarseggia ciò non è mai dovuto a cause naturali, ma a decisioni di chi ha il potere di renderle scarse; e che il termine “assegnazione” esautora il capofamiglia, il piccolo contadino/imprenditore e l’anziana vedova, autorizzando invece il burocrate pubblico e privato, il magnate, la grande corporazione, eccetera, ad “assegnare”.
Si tratta, in parole povere, di un inganno. La definizione naturale di economia è “scienza della produzione e distribuzione di ricchezza” dove per “ricchezza” si intende servizi, sia prestati da persona a persona sia incorporati in oggetti divenuti “beni”.
Ma c’è un corollario: produrre ricchezza è un esercizio fisico, che ha solo bisogno di terreno sotto i piedi e di lavoro, tanto intellettuale quanto manuale; distribuirla è un esercizio morale dovuto a una moltitudine di operazioni: compravendite, leggi, specialmente fiscali, donazioni, furti, frode, malversazione e chi più ne ha più ne metta; l’esperienza di secoli abbondantemente dimostra cosa si nasconde dietro la frase apparentemente innocua “distribuzione di ricchezza”.
Fanno da chiave al capire l’economia due questioni: quella fondiaria, praticamente dimenticata da professori e manuali, ma esiziale da sempre nel creare quell’inspiegabile lacuna tra ricchi e poveri, e quella monetaria, che completa il quadro con il perverso misuso del mezzo di scambio conosciuto come usura.
Quest’ultima ha depistato l’intelligenza di milioni di persone dalla ricchezza reale alla crematistica, cioè l’illusione che “essere ricco” equivale ad “avere molto denaro”. Sviluppi il punto chi vuole e può, meglio se armato di filosofia Scolastica.
Medicina e Verità
Si chieda a qualsiasi medico, generalista o specialista, di definire la salute. Se risponde “assenza di malattia” siete in presenza di un seguace di Paracelso. Se invece risponde “ordine e armonia a tutti i livelli di corpo e anima” il soggetto è seguace di Ippocrate. Seguiamo prima gli insegnamenti di quest’ultimo (che storicamente vennero molti secoli prima di quelli di Paracelso).
Ippocrate (460-375 a.C.) mantenne che le cosiddette “malattie” non sono che sintomi di disordine metabolico: le sostanze tossiche prodotte durante il metabolismo invece di essere espulse come dovrebbero, vengono ritenute da un difettoso sistema emuntore. L’intestino, i reni, i polmoni e la pelle non funzionano come dovrebbero.
I sintomi di malattia sono innumerevoli, e per di più infinitamente diversi. Quelli della salute, al contrario, sono sette, facilmente gestibili. Eccoli:
1.      L’appetito vero, cioè da stomaco vuoto (quello falso appare anche a stomaco pieno ma viziato: si beva acqua per farlo sparire).
2.      Il sonno, tempestivo e profondo;
3.      La defecazione, inodora se si è digerito il 100% delle sostanze digeribili, completamente separate dalle scorie;
4.      La minzione, che se registra un pH 8 è sintomo di salute perfetta;
5.      La forma fisica, che permette di raddoppiare il ritmo cardiaco senza ansimare;
6.      La sudorazione, inodora e libera. Se la si impedisce con depilazioni o anti-perspiranti, si rischia il cancro alla mammella, anche in uomini.
7.      La chiusura delle ferite, praticamente istantanea.
Da ciò segue che nel momento in cui un sintomo di salute sparisce, è tempo di prendere rimedi, senza i quali arriva la malattia. Questa non è che la reazione del corpo per liberarsi di tossine indebitamente ancora dentro di esso. A non riuscirci, è una intossicazione crescente fino alla morte.
Questa visione olistica di salute/malattia ricevette un colpo mancino ad opera di Teofrasto Bombasto von Hohenheim detto Paracelso (1493-1541), che scoprì come fosse più facile (e remunerativo) trattare i sintomi con medicamenti vari piuttosto che le cause. E da lì venne il montaggio correntemente conosciuto come “medicina ufficiale” o “moderna”.
I suo principio di base è che le malattie sono effetti di attacchi da microorganismi. In un dibattito un tempo famoso tra Louis Pasteur (1822-1895) e Antoine Béchamp (1816-1908), quest’ultimo riuscì a convincere il primo che “il microorganismo è niente, il substrato è tutto” ma troppo tardi, sul letto di morte.
La medicina moderna continua ad applicare cerotti sulle ferite, ritardandone la guarigione, a uccidere cellule “cancerogene” con la chemioterapia, che uccide il 95% dei pazienti, a darsi alla caccia di “virus”, “batteri” e altri microorganismi credendoli “cause” di malattia, e altre intraprese che sarebbe troppo lungo anche menzionare. Se esaminasse i suoi principi alla luce della filosofia Scolastica, scoprirebbe che la malattia, che è disordine e disintegrazione per definizione, non può essere effetto di invasione da esseri viventi, che sono ordine e unità. E ritornerebbe così alla saggezza di Ippocrate, allontanandosi dalla follia di Paracelso, che morì a 48 anni dopo aver bevuto un intruglio che si illudeva fosse elisir di chissà che cosa.
Fisica e Verità
La fisica moderna ha un’avversione viscerale per la filosofia, e non a torto. La filosofia cosiddetta “moderna”, in fatti, ha perduto ogni strumento per un’analisi del cosmo, e da Descartes in poi si è ritirata negli anfratti della psiche umana per non uscirne più. Non ha niente da dire circa il mondo fisico.
Se i fisici applicassero l’analisi scolastica ai loro principi, scoprirebbero che la loro scienza è crivellata di confusioni, separazioni e riduzioni che, eliminate, la farebbero progredire dal punto morto in cui si è cacciata tanto tempo fa. Per sommi capi:
1.      Si continua a separare lo spazio dalla materia da più di 300 anni, senza chiedersi, nel ricevere (o mandare) segnali telefonici attraverso strati notevoli di vetro o di muratura,  se questi sono “spazio” o “materia”. A farlo, ci si renderebbe conto che sono entrambi, e che la separazione dello spazio dalla materia è indebita.
2.      Viene accettata acriticamente, da quasi 2500 anni, la definizione aristotelica di tempo come arithmós kinéseos katá to próteron kaí ýsteron (misura di movimento secondo un prima e un dopo), slittando su una riduzione, una confusione e una cattiva traduzione. In particolare:
-          Il termine greco kínesis vuol dire movimento locale, riduttivo quindi di cambio in generale che il latino rende più correttamente con motus. Quello corretto sarebbe stato metabolés.
-          Il “prima e il dopo” sono operazioni psichiche che non hanno nulla a che vedere con il mondo fisico. La loro inserzione nella definizione di tempo causa una confusione indebita.
-          La traduzione di arithmós con “misura” è indebita. Un termine migliore sarebbe stato “sommatoria”.
Riassumendo: Il tempo non è che l’immersione in un universo fatto di infiniti cambi di quantità, qualità, relazione ecc. Scegliere un cambio regolare e affidabile, estrarne una unità, e misurare gli altri cambi con essa è un esercizio proficuo, ma sottomesso alla legge dell’errore come tutte le misurazioni. La patacca da 5 euro e l’orologio atomico al cesio hanno diversi standard di accuratezza, ma misurano esattamente solo il proprio movimento. Nessun movimento di orologio misura “il tempo”.
Aggiungiamo un paio di considerazioni. Quando Georg Simon Ohm (1789-1854) promulgò l’omonima legge (1827) ci si sarebbe dovuto accorgere che i tre elementi componenti l’elettricità: voltaggio, corrente e resistenza, avevano i loro analoghi meccanici nella forza, movimento e attrito/inerzia. Invece i ritardanti dell’azione meccanica vennero assimilati a forze, così introducendo una confusione dalla quale la fisica non si è mai liberata.
E venne inventata una fantasia detta “cinematica” che descrive movimento uniforme e accelerazione in termini di apparenze, senza rendersi conto che il primo è inseparabile dall’energia e la seconda dalla potenza. Si fece così spazio alle elucubrazioni einsteiniane fondate essenzialmente sul nulla.
Non è mio compito continuare. Gli errori sono filosofici, e vanno corretti con la sola filosofia capace di farlo: la Scolastica.
Femminismo e Verità
Il sillogismo non è, come affermano i denigratori della Scolastica, uno strumento di conoscenza attraverso il ragionamento: chi è abituato a pensare si accorge presto che il sillogismo ingombra piuttosto che facilita conclusioni. È invece estremamente utile per analizzare ragionamenti per confermarli o falsificarli.
Quello femminista, ridotto ai minimi termini, è  “Tutto quello che può fare un uomo lo può fare una donna; ergo lo faccia.”
Milioni di femministi di ambo i sessi sottoscrivono questo ragionamento senza batter ciglio. Eccetto, come prima, chi è all’erta con la logica aristotelica. Costui si accorge senza fallo che il “ragionamento”, ridotto a sillogismo, manca di una premessa, non obbedendo così alle regole del pensare. Esprimendo la premessa si arriva a “ma tutto quello che può fare un uomo è superiore a tutto quello che può fare una donna; ergo eccetera.
E qui casca l’asino. La premessa mancante, che poi è quella maggiore, non è affatto ovvia come quella minore; va dimostrata. E chi se lo sente? C’è qualcuno disposto ad argomentare che stare ai comandi di un velivolo, di una nave, di un taxi, di una macchina utensile (o da costruzione, o altro), progettare una grande opera ingegneristica, difendere delinquenti, rischiare la vita al volante di una Formula Uno, o sfoggiare una tuta da astronauta sia proprio più importante che dare la vita a, e per, un essere umano da portare alla perfezione virtuosa?[7]
Chi se lo sente lo faccia, meglio se riesce a dimostrare che la massiccia diserzione femminista dal focolare domestico sia dovuta alla superiorità dei compiti e non agli stipendi che vanno in tasca alle un tempo dominae oggi degradate a homunculae (come le chiamava Weaver).
Smetto, conscio di aver esaurito la pazienza dei lettori. Se anche uno di essi si sia sentito venire in cuore un amore per la verità che prima non aveva, mi sentirò più che ricompensato del tempo e dello sforzo impiegati nel redigere questo scritto.
Silvano Borruso
29 luglio 2015





[1] Chi legge Le Metamorfosi di Ovidio senza i paraocchi della “squola” gramsciana, si rende conto di scorrere un vero catalogo di catastrofi naturali, ammannito in linguaggio antropomorfico.
[2] Studium philosophiae non est ad hoc quod sciatur quid homines senserint, sed qualiter se habeat veritas rerum. In I de coelo et mundo, lectio 22 n.8
[3] Richard, 1910-1963. Le Idee Hanno Conseguenze, 1949.
[4] Termine usato da J.Maritain, che viene al caso.
[5]The Party System, Stephen Swift 1911 p. 172.
[6] Le Ferramenta Perdute della Conoscenza, Lectio Magistralis, Oxford 1947
[7] Promotio prolis ad perfectum statum hominis in quantum homo est, id est status virtutis. Summa Th. Suppl. Parte III Q. 41, 1.

preghiera laica della sera 02/08/2015

Lo studio della filosofia non è fatto per conoscere quello che pensano gli uomini, ma la verità delle cose,
San. Tommaso

Non usare mai il nome Jahvè!!! (YHWH) - e perchè?

FONTE
http://bugiesvelate.blogspot.it/2011/07/perche-la-chiesa-cattolica-nasconde-il.html#axzz3hgI3VlZw
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Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti

Città del Vaticano, 2008/06/29

Eminenza/Eccellenza,

La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha inviato la qui allegata lettera contenente alcune direttive sull'uso del 'Nome di Dio' nella sacra liturgia. Diamo il benvenuto a questa guida all'uso di una particolare terminologia per il Nome Divino, in quanto aiuta a prestare attenzione all'accuratezza teologica del nostro linguaggio e all'appropriata riverenza, così forte nella nostra tradizione, al Nome di Dio.

... omissis ...

In Cristo,

Rev. Arthur J. Serratelli, Vescovo of Paterson, Presidente

CONGREGATIO DE CULTU DIVINO ET DISCIPLINA SACRAMENTORUM
Prot. No. 213/08/L

Lettera alle Conferenze episcopali sul 'Nome di Dio' 

Eminenza/Eccellenza,


Su direttiva del Santo Padre, in accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede, questa Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ritiene conveniente comunicare alle Conferenze episcopali quanto segue, riguardo alla traduzione e pronuncia, in contesto liturgico, del Nome Divino significato nel sacro tetragramma, ed un certo numero di direttive.

I. Esposizione

1. Le parole della Sacra Scrittura contenute nell'Antico e nel Nuovo testamento esprimono verità che trascendono i limiti imposti dal tempo e dallo spazio. Esse sono la Parola di Dio espressa in parole umane e per mezzo di tali parole di vita, lo Spirito Santo introduce i fedeli alla conoscenza della verità completa ed intera in modo tale che la Parola di Cristo viene ad abitare nel fedele in tutta la sua ricchezza (cf. Gv 14:26; 16:12,15). 
... omissis ...

Riguardo al Nome di Dio, i traduttori devono usare la più grande fedeltà e rispetto. In particolare, è dichiarato nell'Istruzione Liturgiam authenticam (n. 41): in accordo con una immemore tradizione, già evidente nella versione dei 'Settanta' sopra menzionata, il Nome di Dio Onnipotente espresso dal tetragramma ebraico e reso in latino con la parolaDominusdeve essere tradotto in qualunque vernacolo da una parola di significato equivalente [Iuxta traditionem ab immemorabili receptam, immo in (...) versione “LXX virorum” iam perspicuam, nomen Dei omnipotentis, sacro tetragrammate hebaraice [sic] expressum, latine vocabulo “Dominus” in quavis lingua populari vocabulo quodam eiusdem significationis reddatur.”].

Nonostante questa chiara norma, (Dottrina di uomini - ndrin anni recenti è invalsa la pratica di pronunciare il Nome proprio del Dio di Israele, conosciuto come santo o divino tetragramma, scritto con quattro consonanti dell'alfabeto ebraico nella forma [testo ebraico: Yod-Hay-Vav-Hay], YHWH. La pratica di vocalizzarlo si trova sia nella lettura dei testi biblici che nel Lezionario, come anche nelle preghiere e negli inni, e ricorre in diverse forme scritte e parlate, come, per esempio, “Yahweh,” “Yahwe”, “Jahweh,” Jahwe,” “Jave,” “Yehovah,” etc. Pertanto, con la presente lettera, è nostra intenzione esporre alcuni fatti essenziali che soggiacciono alla norma menzionata e stabilire alcune direttive da osservare in questa materia.

2. La venerabile traduzione greca dell'Antico Testamento, chiamata Settanta, mostra una serie di appellativi divini tra i quali vi è il sacro Nome di Dio rivelato nel tetragramma YHWH ([Hebrew text: Yod-Hay-Vav-Hay]). Come espressione dell'infinita grandezza e maestà di Dio, fu ritenuto che fosse impronunciabile e perciò [fu sostituito] nella lettura della Sacra Scrittura mediante l'uso di un nome alternativo: "Adonai", che significa "Signore."

La traduzione greca dei Settanta, datata all'ultimo secolo prima dell'era Cristiana, ha regolarmente reso il tetragramma ebraico con la parola greca 'Kyrios', che significa 'Signore'. Poiché il testo della Settanta ha costituito la Bibbia della prima generazione dei cristiani di lingua greca, nella cui lingua furono scritti tutti i libri del Nuovo Testamento, anche questi cristiani dal principio non pronunciarono mai il tetragramma divino (???) Qualcosa di simile succedeva anche per i cristiani di lingua Latina, la cui letteratura iniziò ad emergere dal secondo secolo, come la Vetus Latina prima e la Vulgata di San Girolamo poi, affermano: anche in queste traduzioni il tetragramma era regolarmente sostituito dalla parola latina "Dominum", corrispondente sia all'ebraico "Adonai" che al greco "Kyrios". Lo stesso accade per la recente Neo-vulgata che la Chiesa utilizza nella Liturgia.

..... omissis...

3) Da parte della Chiesa, evitare di pronunciare il tetragramma del nome di Dio ha, perciò, le sue ragioni. A parte il motivo puramente filologico, c'è anche quello di restare fedeli alla [TRADIZIONE] della Chiesa degli inizi, che mostra come il tetragramma sacro non fu mai pronunciato nel contesto cristiano, né tradotto in nessuna delle lingue in cui la Bibbia è stata tradotta.

II. Direttive:

Alla luce di quanto esposto, dovranno essere osservate le seguenti direttive:

1) Nelle celebrazioni liturgiche, nei canti e nelle preghiere, il nome di Dio nella forma del tetragramma YHWH non deve essere NE' USATO NE' PRONUNCIATO. [!!!]

2) Per la traduzione dei testi biblici in lingua moderna, destinata all'uso liturgico della Chiesa, dev'essere seguito quanto già prescritto nel n. 41 della Istruzione ' Liturgiam authenticam', cioè che il tetragramma divino venga reso col suo equivalente Adonai/Kyrios: “Lord”, “Signore”, “Seigneur”, “Herr”, “Señor”, etc.

3) Traducendo, in contesto liturgico, testi in cui siano presenti, uno dopo l'altro, sia il termine ebraico 'Adonai' che il tetragramma YHWHil primo deve essere tradotto con 'Signore' e il secondo con 'Dio', similmente a quanto avviene nella traduzione greca dei Settanta e nella traduzione latina della Vulgata.

Dalla Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti, 29 giugno 2008

Francis Card. Arinze, Prefetto
Albert Malcolm Ranjith, Arcivescovo, Segretario

------------ FINE DEL DOCUMENTO -------------


Continua a leggere: BUGIE SVELATE: PERCHE' LA CRISTIANITA' FALSA [NASCONDE] IL NOME DEL CREATORE? http://bugiesvelate.blogspot.com/2011/07/perche-la-chiesa-cattolica-nasconde-il.html#ixzz3hgIVASBQ
Original: Bugie Svelate (c) 2007-2012
Under Creative Commons License: Attribution Non-Commercial No Derivatives


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E Ratzinger apre agli ebrei Non usare mai il nome Jahvè


FONTE
http://www.cattoliciromani.com/16-liturgia/19199-vaticano-non-usare-il-termine-yhwh/page4

CITTA' DELVATICANO -

Non nominare il nome di Jahvè invano. Anzi, non usarlo mai. La Chiesa cattolica si mette sulla stessa lunghezza d' onda dell' ebraismo e prescrive a tutti i sacerdoti di non pronunciare mai il nome sacro durante i riti. L' invito, anzi un ordine, è contenuto in una circolare inviata dalla Congregazione per il Culto divino prima dell' estate a tutte le conferenze episcopali. Il documento, non pubblicizzato, è riemerso in margine ai dibattiti sinodali sul legame tra cristianesimo ed ebraismo. Firmato dal cardinale Francis Arinze prescrive tassativamente: «Non si deve pronunciare il nome di Dio sotto la forma del tetragramma YHVH nelle celebrazioni liturgiche, nei canti, nelle preghiere». Quanto alle traduzioni della Bibbia nelle lingue moderne, che servono alla funzioni liturgiche, il divino tetragramma dovrà essere letto come Adonai (ebraico), Kyrios (greco) e dunque Signore, Herr, Lord, Seigneur. E' uno dei cardini della tradizione ebraica che il nome di Dio sia indicibile. Solo il Sommo Sacerdote nel Tempio di Gerusalemme poteva pronunciarlo in rare occasioni. Nell' ultima fase, prima della distruzione del secondo Tempio, soltanto nel giorno del Kippur e unicamente in quella sala denominata Santo dei Santi. Il documento vaticano parte dalla premessa che non si sa nemmeno quale sia la pronuncia esatta. Jahvè? Jahweh? Jave? Jehowah? I testi ebraici, infatti, riportano nella scrittura soltanto le consonanti. Ma questo rimane un dettaglio filologico. La Congregazione per il Culto richiama invece l' attenzione sul fatto che le prime comunità cristiane si sono sempre attenute alla tradizione di ritenere ineffabile il nome di Dio e di renderlo con un altro termine. I primi cristiani, in effetti, hanno adottato la parola che già la traduzione della Bibbia in greco - fatta in pieno ellenismo dagli ebrei grecizzanti - usava: Kyrios, che significa Signore. Ma c' è anche una sottigliezza del magistero papale. Se Signore è il termine che qualifica Jahvè, cioè Dio, allora quando nei testi dei Vangeli e nelle Lettere di san Paolo si legge che Gesù Cristo «è il Signore», questo significa confermare la sua divinità. E' indubbio che la decisione vaticana riflette la particolarissima attenzione di Benedetto XVI verso l' ebraismo. E c' è un retroscena. E' stato il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, andando in udienza da papa Ratzinger il 16 gennaio 2006, a sollevare il problema spiegando al pontefice il disagio dell' ebraismo, quando viene usato nei riti il nome divino. «Il Papa - ricorda oggi Di Segni - si mostrò molto attento e disponibile, dicendo che in realtà si trattava di una deviazione dalla tradizione». La risposta papale alla richiesta del rabbino capo si trova nella lettera ai vescovi delle Congregazione per il Culto e non è un caso che la data della firma sia il 29 giugno 2008, festa di Pietro e Paolo, festa del papato. «Per direttiva del Santo Padre» è scritto nel preambolo del documento. E' una decisione che avvicina molto, dal punto di vista liturgico, la Chiesa cattolica all' ebraismo. «Lo considero un segno di rispetto nei confronti della sensibilità ebraica», commenta Di Segni. D' altra parte l' uso di "Jahvè" è sempre stato più diffuso fra i protestanti. Tuttavia non sempre fra gli ebrei dell' antichità il nome divino è stato impronunciabile. Come altri popoli dell' antico Oriente gli ebrei avevano l' abitudine di comporre i nomi propri usando il nome della divinità preferita. «Jahvè o El o Baal-mi - protegge», ad esempio. Giovanni, Giosuè, Gesù sono tutti nomi del genere, che hanno nella loro radice il termine divino. E sono state trovate anche iscrizioni che invocano espressamente la benedizione di Jahvè (comunque sia stato pronunciato) e persino graffiti che raffigurano il dio Yahvè con la sua (compagna-dea) Asherah. (m. pol.)

LA ERA QUESTA MA E' STATA TOLTA
fonte:
http://ricerca.repubblica.it/repubbl...non-usare.html

Vaticano: Non usare ebraico 'YHWH' in preghiere cattoliche?

COME LORO CI RIPETONO SEMPRE LE STESSE COSE PER PROTEGGERE LA LORO VERITÀ' STORICA ANCHE NOI RIPETIAMO MA VOI NON DOVETE ANNOIARVI, DOVETE DIFFONDERE IN CONTINUAZIONE


COME LORO CI RIPETONO SEMPRE LE STESSE COSE PER  PROTEGGERE LA LORO VERITÀ' STORICA ANCHE NOI RIPETIAMO MA VOI NON DOVETE ANNOIARVI, DOVETE DIFFONDERE IN CONTINUAZIONE

I TRE LIVELLI DEGLI EGGREGORI

I TRE LIVELLI DEGLI EGGREGORI 

I TRE LIVELLI DEGLI EGGREGORI 

I TRE LIVELLI DEGLI EGGREGORI 

I TRE LIVELLI DEGLI EGGREGORI 

I TRE LIVELLI DEGLI EGGREGORI 

I TRE LIVELLI DEGLI EGGREGORI 

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I TRE LIVELLI DEGLI EGGREGORI 

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I TRE LIVELLI DEGLI EGGREGORI

 I TRE LIVELLI DEGLI EGGREGORI 


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L'EURO E' UNA TRUFFA

L'EUROPA E' UN GOLPE

TU SEI VITTIMA DI USURA

E ANCHE COMPLICE

SE NON FAI NULLA

TRATTO DAL DIZIONARIO DI VOLTAIRE

Sezione VII 
Voi sapete, mio ​​caro Lettore, il Che in Spagna, pressoterapia le coste di Malaga, fu scoperta al tempo di Filippo II Una piccola tribù sino ad Allora sconosciuta, nascosta nel mezzo delle montagne di Las Alpujarras; sapete also Che this catena di alture inaccessibili Sono separati da valli incantevoli; e non ignorate Che QUESTE valli Sono coltivate Ancora Oggi da discendenti dei Mori, Che per la Loro felicità have been costretti a diventare, o Almeno un sembrare Cristiani. Tra QUESTI Mori, come vi dicevo, C'era sotto Filippo II Una Piccola Comunità Che abitava Una valle, alla which non si Poteva giungere Che Attraverso delle caverne. This valle si TROVA Tra Pitos e Pórtugos; Gli abitanti of this Luogo sconosciuto erano quasi ignoti Agli Stessi Mori; parlavano a language Che Non era né lo spagnolo né l'arabo e che sì credette Derivata Dall'antico cartaginese. La comunità si era accresciuta poco. Si volle individuarne la ragione nel in that Gli Arabi Loro Vicini, e prima di ESSI Gli Africani, rapivano le ragazze Di quella zona. This popolo misero, ma felice, non AVEVA mai sentito Parlare della religione cristiana né Di quella ebraica; conosceva Qualcosa Di quella di Maometto, ma non vi Faceva alcun Caso. Da tempo immemorabile offriva latte e frutti di Una statua di Ercole: era this Tutta la SUA religione. Del resto, QUESTI Uomini sconosciuti vivevano in Uno Stato di inattività e di innocenza. Un amico fidato dell'Inquisizione alla multa li scopri. Il grande inquisitore li FECE Mettere Tutti al rogo; e fu l'unico this evento della Loro storia. I Sacri Motivi of this Condanna Furono Che Essi non avevano mai pagato le Imposte, per Quanto non fossero stato Loro mai chieste e non conoscessero la moneta; Che non possedevano delle bibbie, Visto Che Non capivano il latino; e Che nessuno si era Preso la briga di battezzarli. Li si dichiarò stregoni ed eretici; Furono Tutti Vestiti col sambenito e arrostiti in pompa magna376. E chiaro Che E Così Che bisogna Governare Gli uomini: nulla contribuisce Di Più alla bontà della società377. [Df]


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