venerdì 31 ottobre 2014

Merle Haggard & Jerry Lee Lewis - Good Night Irene

Eric Clapton - Good Night Irene

Un Dante Alighieri ghibellino e alla scoperta del Socialismo Mazziniano

LA RASSEGNA STAMPA DEL 31 OTTOBRE

OPERAI AST SONO SOLO UNA PICCOLA PARTE DELLA CATASTROFE: 155.000 DIPENDENTI A RISCHIO LICENZIAMENTO IN 160 VERTENZE!

"DA QUANDO L'ITALIA HA LANCIATO LA MARE NOSTRUM, AUMENTO SENZA PRECEDENTI DI CLANDESTINI E DI MORTI (GOVERNO INGLESE)

PAOLO GENTILONI NUOVO MINISTRO DEGLI ESTERI. (GENTILONI, IL "NUOVO" AVANZATO)

PADOAN ANNUNCIA CHE LO STATO GRAZIE ALLE RIFORME SE NE FREGHERA' DEI LICENZIATI

LIBIA: I PARTIGIANI DI GHEDDAFI CONTRATTACCANO

The winter is coming...





Kiev non ha presentato le garanzie del pagamento anticipato del gas russo. Lo ha annunciato Aleksandr Novak, ministro dell’energia della Russia. Le trattative trilaterali sulle consegne del gas all’Ucraina vanno avanti. Secondo le parole di Novak, tutti i documenti sono pronti e concordati ma senza le garanzie Mosca non li firmerà.

 Lo schema sembra semplice. Kiev paga il denaro, Mosca fornisce il gas. Ma dove Kiev può prendere il denaro? A questo deve provvedere l’Europa vitalmente interessata a che il gas destinato alla stessa non scompaia senza lasciare traccia nelle sconfinate steppe ucraine. Di ciò si è parlato durante l’incontro a tre, ossia tra Kiev, Mosca ed Eurocommissione, tenutosi a Berlino. Di questo si parla adesso a Bruxelles.

Ma, a quanto risulta, i dirigenti del settore energetico ucraino non lasciano la speranza di ottenere il gas gratis. Pertanto i negoziati procedono a stento e tanto a lungo: le parti hanno condotto trattative tutta la notte tra il 29 e 30 ottobre e le continueranno la sera del 30 ottobre. “Se ci sarà il denaro, ci sarà il gas”, ha riassuto la posizione russa il ministro Novak.

A causa della vicenda del gas l’Europa è venuta trovarsi in una situazione assai ambigua, dice Igor Juškov, analista del Fondo per la sicurezza energetica nazionale:

Sorge la questione della sicurezza energetica degli stessi europei. Gli americani occupano una posizione opposta agli interessi dell’Europa, ossia contano sul fatto che le consegne del gas dalla Russia saranno interrotte, che di conseguenza i prezzi sul mercato europeo aumenteranno e gli americani potranno in futuro fornirvi gas. Gli europei rimangono di fatto soli. Devono pagare con i propri mezzi per il gas invernale per l’Ucraina ed anche per i suoi problemi politici. Naturalmente, non se lo aspettavano.

Il rappresentante della Eurocommissione alle trattative, l’eurocommissario Günther Oettinger, ha dichiarato in precedenza: entro la fine dell’anno l’Ue è pronta a stanziare per Kiev 760 milioni di euro. Ma per il momento Bruxelles non riesce ad ottenere dagli ucraini le garanzie che questo denaro sarà destinato al pagamento delle fatture del gas. Oettinger ha dovuto ammettere che tutto si spiega con il fatto che l’Ucraina non vuole pagare per il gas. Ma le somme richieste sono imponenti, rileva Serghej Pravosudov, direttore dell’Istituto dell’energetica nazionale:

I parametri concordati dalla Russia e dalla Eurocommissione sono i seguenti: estinguere entro la fine dell’anno il debito di 3,1 miliardi di dollari e pagare per il gas un anticipo di circa un miliardo e mezzo di dollari. Allora inizieranno le forniture. L’Ucraina possiede questi 3,1 miliardi, il Fondo monetario internazionale le ha concesso il relativo credito. L’FMI promette un nuovo credito solo in primavera. Per trovare ancora un miliardo e mezzo bisogna – ha detto Angela Merkel – concedere agli ucraini un bridge credit, ossia il denaro da restituire poi in primavera grazie al credito dell’FMI. Ma tutti capiscono che senza il pagamento dell’anticipo il gas non sarà fornito in inverno all’Ucraina che comincerà quindi a prelevare il gas appartenente agli europei.

Eppure questa volta esiste la probabilità di raggiungere un accordo grazie ad alcuni fattori. In primo luogo, è arrivato il freddo che ha messo a repentaglio la sicurezzaa dell’Ue. Stando alle stime della Eurocommissione, senza il gas russo possono gelare 24 paesi dei 28. Pertanto per Oettinger il compito di chiudere al più presto il problema è una questione di principio. Non solo, ma entrano in carica la nuova composizione della Eurocommissione e il nuovo commissario per l’energia. Oettinger dovrà trasmettere gli affari al successore, lo slovacco Maroš Šefčovič, che non si è occupato ancora del tema del gas. Per l’esame della questione ci vorrà parecchio tempo, ma l’Europa non ne dispone in quanto sta per iniziare l’inverno.
Anche la parte russa, dice il ministro Novak, spera di terminare i negoziati con questo round a Bruxelles. Se due negoziatori hanno convenuto su qualcosa, esiste la probabilità di persuadere finalmente il terzo.

giovedì 30 ottobre 2014

Paolo Maleddu "la moneta é un documento contabile"



UN PO' DI MEDITAZIONE - GOVINDA .- MY SWEET LOORD - HARI PURSHAM - HARI KRISHNA





SANTO MANGANELLO

SANTO MANGANELLO

Ricordo uno dei tanti episodi di “Don Camillo”, dell’immenso Guareschi. In una trasferta a Milano, ciascuno sotto mentite spoglie, i due eroi, Don Camillo e Peppone finirono bastonati. Con il contrappasso, però:  Don Camillo fu bastonato dai “neri” , mentre invece Peppone le buscò dai “rossi”. Nemesi storica.
Oggi si sono viste cariche della Polizia contro gli operai.
Cancellati di colpo sessanta anni di storia. La macchina del tempo renziana ed alfaniana ha fatto rivivere Scelba ed il mitico Terzo Celere di Padova, il più duro fra i duri.
Mi sono tornate alla memoria scene di Napoli, quando l’allora ministro dell’Interno Napolitano mandò i suoi uomini a manganellare i disoccupati partenopei.
Deve esserci un diavoletto nascosto ed invisibile fra gli scranni del Governo, che obbliga i rossi (perché sempre trinariciuti sono e restano, comunque cambino il nome) a prendere a botte gli operai. Si ripete la nemesi storica di don Camillo e Peppone.
Sia chiaro che personalmente sto dalla parte degli operai, Mica sono figli di papà, con gli abiti firmati, quelli che vanno in piazza. Sono gente, padri di famiglia, che si sono trovati sulla strada senza lavoro. Poveracci. Come poveracci sono i Poliziotti costretti dalla divisa ad ubbidire. Scontro fra poveri.
Altra cosa sono i black bloks, mascalzoni professionisti prezzolati per creare disordini. Altra cosa sono i “centri sociali”, giovani spaccati, senza voglie né mete, dediti a certi consumi, che odiano tutto ciò che è altro dal disordine, dal vuoto, dal nulla. Contro questi figuri usare il manganello è oggettivamente un atto di misericordia corporale.
Però.
Va bene che al ministero degli Interni c’è una ameba ruggente, tale Alfano, vera pubblicità delle uova pasquali ridanciane. Cioè il nulla. Ma il mio personale diavoletto custode mi sta insinuando nella zucca certe idee….
Non mi tornano i conti. Delle due, una.
O il Governo ha dato ordini severissimi di non turbare la pax germanica, in ossequio all’Angela, oppure ha dato ordini così confusi e elastici da assomigliare ad un piano economico quinquennale della fu Unione Sovietica.
Oppure c’è altro. Cioè la casta sa che di scene come quella di ieri se ne vedranno sempre di più, perché chiuderanno sempre più Aziende, e sempre più grandi.
In altre parole, stanno venendo al pettine i regali della democrazia, della partitocrazia, del servilismo, dell’incapacità.
Annaspa, la casta.
Ciancia di TFR (liquidazione), inventata da Mussolini, che creò, lui sì, lo Stato Sociale: oggi cercano di svuotare la piscina col passa brodo, col setaccio.
E allora cercano di difendersi dalla marea montante di ribellione.
Sia chiaro che gli operai, come i “colletti bianchi” della marcia di Torino, come i contadini (quei pochi rimasti), come gli impiegati privati o pubblici che siano, sono il Popolo. E scontrarsi col Popolo vuol dire perdere. Sempre.
Sia chiaro che le cinture hanno esaurito i buchi da stringere.
Sia chiaro che, come sempre, il Popolo italiano, buono e scanzonato per natura, proprio come i buoni, quando non ce la fa più diventa più feroce di altri. Di prove storiche ne abbiamo a bizzeffe.
Da anni sbraito che si avvicina la stagione dei conti. E che saranno salati. Salatissimi.
Vuoi vedere che è cominciata?
Forza, Gente, che la va a pochi.

Fabrizio Belloni 

Eurogendfor: la denuncia di Igor Gelarda, Segretario Nazionale sindacato di polizia (CONSAP)



Lezione di Morales alla Sapienza



Evo Morales, primo cittadino della Bolivia dal 2006, ha tenuto il 29 ottobre 2014 una "Lectio Magistralis" all'università "La Sapienza" di Roma ed ha rilasciato una piccola intervista a "La Repubblica":



Presidente, è giusta l'analisi secondo la quale il suo miglior risultato è stato quello di riunificare politicamente la Bolivia?
"Sì, non ci sono più le due Bolivie di quando arrivai al potere. Quella delle indios delle Ande e quella dei discendenti europei delle pianure. Il 12 ottobre hanno votato tutti per me, abbiamo vinto in ogni regione del paese, tranne una".

Come è stato possibile? Solo alcuni anni fa si temeva una secessione nel suo paese fra le aree più ricche e le aree delle Ande dove vivono gli indios più poveri. Era anche nato un partito che lottava per l'indipendenza della "mezzaluna", le quattro regioni non andine.
"Non c'è più la mezzaluna, siamo diventati una Luna piena. Per me era molto importante l'unità del paese. Non solo quella territoriale, anche quella culturale, sindacale, sociale. I secessionisti sono stati sconfitti. Abbiamo ottenuto questo risultato lavorando insieme con tutti i Comuni e insieme ai movimenti sociali".

Un'altra cosa che sorprende è la situazione economica. I conti sono in ordine, l'inflazione bassa, la disoccupazione è scesa al 3%, il Pil continua a crescere. Perfino l'odiato Fmi oggi indica la Bolivia come un modello
"Quando il Fondo monetario dice qualcosa di positivo su di noi, mi preoccupo. Ma la verità è che oggi siamo noi a fornire ricette e esempi di amministrazione al Fondo e non più loro a noi. Il nostro ministro dell'Economia non discute solo con il Fondo monetario, ormai lo invitano le Università americane e va a spiegare il nostro modello. E in cosa consiste il nostro modello? Superare l'economia delle risorse naturali e passare da un'economia delle materie prime ad una industriale senza perdere di vista gli aspetti sociali".

Quando Lei arrivò alla presidenza nel 2005 la Bolivia era un paese nel caos, c'erano rivolte contro la privatizzazione delle risorse, i presidenti duravano pochi mesi, uno addirittura fuggì. Cos'è cambiato con l'elezione del primo indio nativo?
"Penso che siamo riusciti a cambiare anche la percezione del fare politico. Prima di noi la politica era gli interessi e gli affari dei politici, l'élite bianca che saccheggiava il Paese. Per loro la politica era la scienza di come utilizzare il popolo. Per noi la politica è la scienza di servire il popolo".

Lei che vince in Bolivia, la Rousseff in Brasile, il partito di Pepe Mujica in Uruguay, la Bachelet in Cile. C'è una sinistra in America Latina che ha dimostrato di saper governare...
"Ero un contadino, un cocalero, coltivavo le foglie di coca, e nel mio Paese si diceva che i contadini servivano solo per votare, mai per governare. Abbiamo dimostrato il contrario. In America Latina c'è un sentimento diffuso di liberazione democratica, di rifiuto delle vecchie politiche di dominazione e saccheggio. Non dico un sentimento anticapitalista ma di certo anticolonialista".

Crede ancora nel "socialismo del XXI secolo"?
"Ogni Paese ha le sue peculiarità. In Bolivia abbiamo un'economia plurale con molta attenzione a ridurre le differenze nel reddito. In meno di 10 anni la povertà estrema è scesa dal 38 al 18% e scenderà ancora. La disoccupazione è al 3%. Tutto ciò lo abbiamo ottenuto nazionalizzando le risorse naturali che prima venivano saccheggiate".

Nel suo Paese c'è tuttora il grave problema del lavoro infantile?
"C'è una differenza culturale. Io ho iniziato a lavorare nella mia famiglia appena ho imparato a camminare. Purtroppo quando si è poveri anche i bambini aiutano le famiglie. Riducendo la povertà risolveremo anche questo dramma".

Fonte:http://www.repubblica.it/esteri/2014/10/30/news/la_lezione_di_morales_cos_ho_fatto_della_bolivia_un_modello_di_sviluppo_copiato_anche_dagli_usa-99362202/

LA RASSEGNA STAMPA DEL 30 OTTOBRE 2014

CRONACA DI UNA GIORNATA "ANNI SETTANTA" A ROMA: BOTTE DA ORBI DELLA POLIZIA A OPERAI IN SCIOPERO (STILE SCELBA)

CAMERON: "ALZO LA SOGLIA DI ESENZIONE TOTALE DALLE_TASSE A 12500 STERLINE E IL MASSIMO CALERA' AL 40% SOPRA LE 50.000"

MISTERIOSO ACQUIRENTE CINESE REGISTRA IL CARICHI DI GREGGIO

LA VITTORIA DEL BANDERISMO RIDURRA' L'UCRAINA AL SOLO BANDERISTAN



L’Ungheria minaccia di uscire dall’Unione Europea





László Kövér, speaker del parlamento ungherese, ha fatto capire che se Bruxelles indicherà all’Ungheria come va governato il paese, l’Ungheria può abbandonare l’Ue. È già il secondo paese che minaccia di uscire dall’Ue. È possibile parlare ormai di una tendenza?

Nell’Ue è difficile trovare un altro paio di Stati tanto dissimili. La Gran Bretagna è un veterano, l’Ungheria è un “coscritto”. La Gran Bretagna è un donatore, e lo scandalo scoppiato tra Londra e Bruxelles è dovuto appunto al fatto che Bruxelles ha chiesto alla Gran Bretagna contributi supplementari. L’Ungheria non pretende affatto al ruolo di donatore. La Gran Bretagna si esprime per l’irrigidimento delle sanzioni antirusse, mentre l’Ungheria ne soffre forse più della Russia stessa.
In altre parole, l’Ungheria e la Gran Bretagna sono sue casi limite. Se quello che le unisce ancora nell’Ue è l’intenzione di uscire dall’Unione Europea e i dubbi in merito alla solidarietà europea, allora si può dire che questi paesi sono arrivati al limite. Anche se è vero che la stessa Ungheria, malgrado tutti i suoi buoni sentimenti nei riguardi della Russia, non revoca la propria firma sotto il cosiddetto terzo pacchetto di sanzioni e non si rifiuta di rafforzare la NATO con un centinaio di militari ungheresi inviati in Lituania, i quali vi sono arrivati il giorno prima nell’ambito della nuova dottrina militare della alleanza per la garanzia della sicurezza dei Paesi baltici.
L’Ungheria non è convinta che l’Ue sia capace di difenderla. Bruxelles non ha fatto niente per proteggere l’Ungheria davanti agli USA e, quindi, ha fatto il gioco degli americani nel tentativo di punire l’Ungheria. Tutti si rendono, infatti, conto che le accuse di corruzione contro una serie di altolocati funzionari unheresi servono solo da copertura. Ciò in primo luogo perché la corruzione in Ungheria non supera il medio livello europeo. In secondo luogo, questi fatti di corruzione non sono stati nemmeno provati.
È invece ovvia l’intenzione del premier Orban e del suo team, malgrado le pressioni esercitate, di mantenere i rapporti con Mosca. Pertanto, stando ai politici ungheresi, i tentativi di punirli per questo rappresentano un’ingerenza negli affari non solo esteri ma anche in quegli interni. Lo speaker László Kövér ha fatto capire che se Bruxelles indicherà all’Ungheria come va diretto il paese, l’Ungheria può uscire dall’Unione Europea. Il deputato dell’Europarlamento, Thomas Deutsch, molto influente in Ungheria, ha detto che i valori europei sono "troppo lontani". "Spetta a noi stessi determinare il nostro fututo nell’Ue ", ha detto il deputato.
Già in agosto Viktpr Orban ha avvertito l’Occidente che la Russia rimane il principale partner economico dell’Ungheria fuori dell’ambito dell’Unione Europea: "In politica cio si chiama segare il ramo sul quale stai seduto”. Se è così, allora l’unica possibilità di non cadere insieme con il ramo è saltare giù dallo stesso da solo.
Riuscirà l’Ungheria a farlo? Risponde Vasilij Koltašov, vicedirettore dell’Istituto della globalizzazione e dei movimenti sociali:
Adesso l’Ungheria non ha dove uscire. Ma le sue autorità cominciano, probabilmente, ad esercitare una seria pressione sulla euroburorazia per strappare cedimenti e per ottenere una migliore posizione nell’ambito dellUe. Si tratta ancora di ricatto. Ma l’Ungheria dimostra di essere pronta ad uscire. Questa disponibilità non è fittizia. Tale quadro è nuovo per le élites europee. Ciò vuol dire che tra qualche tempo anche altri paesi dell’Europa Orientale possono occupare questa posizione. Allora l’Ue avrà a che fare con un’opposizione molto più seria alla propria politica. Alla fine avremo in Eurasia un’integrazione assolutamente nuova.
L’Ue può dare all’Ungheria risorse finanziarie attraverso la Banca Centrale europea. Può allargare le possibilità delle autorità ungheresi per il finanziamento della politica sociale, per la legislazione sul lavoro. L’Ue può persino chiudere un occhio sul fatto che l’Ungheria non eseguirà i molteplici memorandum dell’Ue e non peggiorerà ancora la situazione materiale della popolazione. Ma l’Ue non può proporre all’Ungheria lo sviluppo della sua economia. Pertanto le piccole concessioni che le autorità ungheresi riusciranno a strappare alla burocrazia europea non metteranno il punto nella crisi dei rapporti. Successivamente l’Ungheria dovrà lo stesso sollevare la questione dell’uscita dall’Ue. Ma anche la sola dichiarazione dell’Ungheria cambia già la situazione, in quanto dimostra che la crisi economica, la crisi sociale nell’Unione Europea si è trasformata già non solo in una crisi politica ma anche in preludio alla disgregazione politica.

la storia della crisi economica - doppiato in italiano

Le ragioni nascoste della crisi economica - Croce - Vitali - Pucciarelli

CANCRO LE CURE PROIBITE a cura di Massimo Mazzucco

CANCRO LE CURE PROIBITE a cura di Massimo Mazzucco


-------------------------------------------------------------------

L'EURO E' UNA TRUFFA INFORMATI