...forse non ricordano le parole del prete quando, in nostra vece, chiede a Dio il perdono per i pensieri, le parole, le opere e le OMISSIONI.
Dite le verità, quanti hanno meditato: "Va bè i pensieri, comunque finchè non li esprimo che vuoi che faccia? Le parole? é stato un moto dell'animo, poi ci chiariamo, chiederò scusa, non lo pensavo sul serio.. Le opere? Ho fatto una cazzata: e allora? poi mi pento e faccio ammenda, magari riparo o ripago... ma 'ste omissioni? che cavolo vuol dire 'sto pretonzolo?".
Eppure se si pensa all'ultima cena, a quelll'ultimo comandamento, il più forte, "Fate questo in memoria di me, amatevi l'un l'altro come fratelli". Questo è tutti i dieci comandamenti insieme, quello che s. Giovanni, l'unico apostolo che non è morto per martirio continuava a ripetere e, quando i suoi discepoli, sull'isola di Patmos, gli chiedevano degli altri comandamenti lui rispondeva: "Questo già basta".
Eppure non lo facciamo, non sempre, magari raramente, quasi mai, il nostro "dovere". Che non è solo andare a lavorare ma anche rispettare la nostra parte immortale, quella che non si può misurare con la bilancia ma che può essere leggera come una piuma o pesante come il piombo, l'anima. E non la rispettiamo nell'altro: gli indù hanno un saluto molto bello, "namastè" cioè circa "riconosco in te la stessa divinità che è in me".
alexfocus