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2 dicembre 1943, disastro per armi chimiche in
Puglia.
Un crimine misconosciuto. Degli Alleati
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IL
BOMBARDAMENTO DEL PORTO DI BARI, 2 DICEMBRE 1943.
Nessun
libro scolastico italiano vi ha mai raccontato questa storia, eppure, chiunque
di voi potrebbe, leggendo i testi di storia della marina militare statunitense,
scoprire che l’episodio del bombardamento di Bari è tuttora considerato dagli
strateghi della marina USA come un grande disastro militare americano, secondo
solo al bombardamento di Pearl Harbor! L’episodio di Bari è stato anche uno dei
più tragici (e finora meglio conservati) segreti della storia della seconda
guerra mondiale italiana.
Prologo
Il
nostro racconto inizia in Italia, in un sonnolento pomeriggio sul finire del
1943, in uno di quei giorni assolati con il cielo terso, come talvolta
l’inverno nel nostro Mezzogiorno ci sa regalare.
Gli
Alleati si erano sistemati nei migliori palazzi e nei migliori alberghi. Nelle
strade c’era grande animazione e movimento, sospeso in pratica il coprifuoco,
riaperta l’Università, ampia scelta di “segnorine” a disposizione dei
vincitori, fiorente mercato nero e file di navi da carico in attesa di entrare
nel porto per scaricare merci ed armi.
In quel
pomeriggio del 2 dicembre 1943 la ricognizione aerea tedesca inviò il primo
tenente pilota Werner Hahn a compiere un volo di perlustrazione del fronte sud
italiano.
Il suo
obiettivo era l’osservazione e l’eventuale rilevazione fotografica del porto di
Bari, in quel momento occupato dagli Alleati.
La giornata
era primaverile ed il cielo era totalmente sgombro di nuvole; il piccolo
ricognitore, incrociando a 23.000 piedi di altezza, lasciò dietro di sé una
scia di condensa, rivelandolo subito agli occhi degli addetti alla difesa
contraerea del porto.
Ma i
reparti incaricati al servizio, parvero non curarsi affatto della curiosità di
quell’innocuo velivolo che ronzava, solitario e noioso, sulle loro teste.
Non
ricevendo molestie dalla contraerea inglese, il pilota tedesco decise di fare
un secondo passaggio, sorvolando la città prima di fare rotta verso il nord,
puntando verso casa.
Werner
Hahn pensò che se quello che aveva visto era vero e le sue previsioni erano
esatte, la Luftwaffe avrebbe potuto lanciare un serio attacco contro
quell’interessante bersaglio.
Bari a
quell’epoca era una città di circa 200.000 abitanti, la guerra aveva
risparmiato in gran parte i suoi quartieri; sia la città vecchia che la Bari
nuova infatti, avevano complessivamente patito pochi danni dall’invasione
alleata.
Questi
ultimi infatti avevano deciso di risparmiarla, pianificando di trasformarla
nella principale base logistica e di rifornimento alleata per tutti i futuri
sviluppi della Campagna d’Italia.
In quel
finire del 1943 a Bari, al torpore sonnolento della città, faceva da contrasto
il grande fermento del porto con l’andirivieni continuo delle navi alleate.
Tonnellate
di rifornimenti venivano sbarcate lungo quasi tutto l’arco della giornata,
trasformando l’antica quiete della città in una specie di alveare operoso.
Quel 2
dicembre, almeno 30 navi alleate erano ormeggiate ai moli del porto od alla
fonda in attesa di scaricare, ancorate spesso così vicine tra loro che alcune
quasi si toccavano.
Il
porto era sotto la giurisdizione britannica; in parte questo avveniva perché
Bari era la base logistica per l’8° Armata del generale Bernard Law Montgomery.
Ma la città era stata al tempo stesso designata come Quartier Generale della
15th Air Force americana, che era stata costituita appena nel novembre
precedente.
La
primaria missione di cui si sarebbe dovuto occupare la neocostituita forza
aerea era quella di bombardare i bersagli individuati nei Balcani, in Italia ma
soprattutto in Germania.
Il
comandante della 15th Air Force era il maggiore generale James H. “Jimmy”
Doolittle e questi era arrivato il 1 dicembre a Bari.
Gli
americani avevano messo a punto, in quel tempo, la strategia dei bombardamenti
diurni “di precisione”, ma l’8th Air Force americana di stanza in Inghilterra
aveva sofferto terribili perdite proprio nel tentativo di verificare la
validità di questa nuova teoria (1).
Gli
organici della caccia della Luftwaffe, nei cieli della Germania sembravano, in
quel frangente, aumentare anziché decrescere.
Il
compito della 15th Air Force doveva essere quello di sottrarre parte della
pressione della caccia tedesca che impegnava in quel momento l’8th.
In
aggiunta agli usuali materiali di guerra, le navi ancorate a Bari, erano
cariche del carburante per i bombardieri di Doolittle e di altri rifornimenti
di prima necessità.
La
scelta di Bari quale Quartier Generale della 15th Air Force americana era
l’evidente vicinanza all’aeroporto di Foggia, designato, a sua volta, quale
base principale dei bombardieri americani ed a quell’epoca in allestimento.
La
città quindi, venne invasa anche da tutto il personale tecnico che avrebbe poi
dovuto insediarsi nell’aeroporto di Foggia.
Erano
giunti così, circa 250 tra ufficiali dell’aviazione americana e tecnici civili
di primo impiego oltre ad altre diverse centinaia di avieri e di personale
civile da impiegare nei lavori di allestimento delle piste e degli hangar.
Totalmente
assorbiti nel compito di dare velocemente una base alla nuova forza aerea, gli
Alleati diedero poco rilievo alla possibilità che i tedeschi potessero
organizzare un raid aereo su Bari.
La
Luftwaffe in Italia aveva, ormai da molto tempo, rallentato la sua attività.
Lo
sviluppo sfavorevole della Campagna d’Italia, l’aveva via via indebolita ed i
suoi scarsi organici difficilmente avrebbero potuto essere impegnati in uno
sforzo maggiore dell’attività di ordinaria routine. O almeno questo, era quello
che i capi Alleati pensavano.
I voli
della ricognizione tedesca su Bari venivano di regola osservati dalle batterie
contraeree britanniche con annoiato distacco.
All’inizio,
gli artiglieri inglesi avevano sparato all’indirizzo di quegli ospiti
indesiderati, ma poi avevano cominciato ad ignorarli nella convinzione di risparmiare le munizioni.
Rispondendo
alle inevitabili polemiche circa le inapplicate misure di sicurezza, il Vice
Maresciallo dell’Aria britannico, Sir Athur Coningham, tenne una conferenza
stampa nel pomeriggio dello stesso 2 dicembre assicurando i reporters al
seguito alleato, che la Luftwaffe in Italia doveva ritenersi semplicemente
disfatta. Egli disse di confidare nel semplice fatto che non riteneva più in
grado i tedeschi di attaccare Bari. Dichiarò di ritenere “un personale
affronto ed insulto” se la Luftwaffe fosse riuscita a tentare la più
piccola e significativa azione in quell’area.
Nessuno
pur tuttavia, era realmente convinto che la resistenza delle forze aeree
tedesche fosse stata realmente spezzata. Ad esempio, il capitano dell’esercito
britannico A. B. Jenks, che era il responsabile per la difesa del porto, sapeva
perfettamente che le misure contraeree adottate erano insufficienti e che la
preparazione dello stesso personale addetto alla difesa era inadeguato. Ma la
sua voce e quella di pochissimi altri ufficiali, rimaneva inascoltata rispetto
ai cori compiacenti della restante parte degli ufficiali, tutti facenti parte
del seguito del Vice Maresciallo dell’Aria, Sir Coningham.
Il
porto
Quando
arrivavano le prime ombre della sera, i docks del porto di Bari venivano
illuminati a giorno perché lo scarico dei cargo potesse proseguire. Nessuna
precauzione ulteriore venne mai presa, nessuno parve mai sentire l’obbligo di
imporre una qualche misura di oscuramento.
Il
capitano Otto Heitmann, ufficiale di rotta della nave tipo Liberty “SS John
Bascom”, osservava dal ponte della sua nave il lento procedere delle
operazioni di scarico.
Sperava
in cuor suo che potessero subire una qualche accelerazione.
Egli
aveva presentato una formale richiesta alle autorità del porto per ottenere una
precedenza nelle operazioni di scarico, ma non aveva ottenuto risposta. Questo
lo aveva molto indispettito, ma non mancò di nascondere il suo disappunto
all’equipaggio.
Se
Heitmann avesse saputo che cosa la “SS John Harvey”, altra nave Liberty
ancorata al loro fianco, portava nelle sue stive, avrebbe avuto ben altre
ragioni di preoccupazione.
La “SS
John Harvey”, comandata dal capitano Elwin F. Knowles, era una tipica nave
Liberty; anonima ed assolutamente simile a tutte le altre navi ancorate in quel
momento nel porto.
Molti
di questi cargo erano carichi delle merci convenzionali per un fronte di
guerra: cibo, munizioni, equipaggiamenti, carburante.
Ma
quella nave così uguale al altre, così prima di significative differenze, aveva
invece un carico segreto: circa 100 tonnellate di bombe cariche di gas
iprite (2).
Le
bombe erano una precauzione, avrebbero dovuto essere utilizzate solo se la
Germania avesse, a sua volta, resuscitato lo spettro della guerra chimica.
Nel
1943, la possibilità che la Germania potesse utilizzare gas venefici appariva
comunque come un’ipotesi remota (3).
A quel
punto del conflitto l’iniziativa strategica era passata agli Alleati e la
Germania era alla difensiva su tutti i fronti. Le forze tedesche avevano subito
l’enorme disfatta di Stalingrado e subito dopo perso il controllo del Nord
Africa.
Gli
Alleati erano adesso sbarcati in Europa e stavano procedendo lentamente nel
tentativo di risalire la penisola italiana.
Il
Presidente americano Franklin D. Roosevelt, si ispirò nella continuazione della
politica perseguita dai suoi predecessori, che tentarono di bandire la guerra
chimica (Trattato di Washington del 6 febbraio 1922 e successivo Protocollo di
Ginevra del 17 giugno 1925) e l’uso dei gas in generale, da parte di ogni
nazione civile. Pur tuttavia, durante l’avanzata alleata sul fronte del Nord
Africa, vennero rinvenuti ingenti quantitativi di gas vescicanti (in realtà si
trattava di materiale italiano risalente ancora al primo conflitto mondiale e
conservato in Libia, più precisamente furono rinvenuti composti di
fenilcloroarsine e iprite). Nonostante il materiale ritrovato dimostrasse di
essere non in condizioni di pronto impiego, gli Alleati ipotizzarono uno
scenario strategico nel quale le scorte di armi chimiche dovessero essere
presenti da ambo i lati. La “SS John Harvey”, venne così selezionata per
convogliare sul fronte italiano il suo carico letale e una volta lì giunto,
poterlo detenere come riserva strategica.
Il
carico letale della “SS John Harvey” era costituito in massima parte da
contenitori per bombe convenzionali, lunghi circa 120 cm, del diametro di 20 cm
e che potevano contenere circa 30 chilogrammi di iprite ciascuna.
In caso
di utilizzo, ognuno di quegli ordigni, avrebbe potuto contaminare un’area di 40
metri di diametro.
L’imbarco
del gas avvenne in una località del Maryland, ufficialmente venne imposto il
segreto militare e l’attività venne coperta con il più completo riserbo.
Persino
lo stesso comandante Knowles non venne subito formalmente informato della cosa.
Ma nel
caso della “SS John Harvey” era stata imbarcata iprite di un tipo
recente, prodotto durante le fasi precedenti del conflitto, ovvero l’Iprite
Levistein H, una sostanza che gassificava facilmente con notevole aumento
di pressione.
Ragione
per la quale era necessario un controllo costante da parte di specialisti che
dovevano seguire il carico.
Per
svolgere questa attività, venne incaricato il 1st Lt. Howard D. Beckstrom del
701st Chemical Maintenance Company, che venne così imbarcato insieme ad un
distaccamento di altri sei uomini.
Tutti
erano esperti nel maneggio e nella manutenzione di materiale tossico.
Quando
vennero imposti dai comandi statunitensi come membri dell’equipaggio della “SS
John Harvey”, al capitano Knowles risultò immediatamente chiara la
relazione che avrebbero avuto quegli improvvisati “ospiti” con il suo carico
segreto.
Il
cargo attraversò l’Atlantico senza incidenti, evitando gli agguati tesi dai
sottomarini tedeschi che infestavano in quel periodo le vie oceaniche di
collegamento all’Europa.
Dopo
uno scalo ad Orano in Algeria, la nave salpò alla volta di Augusta in Sicilia
prima di procedere per Bari.
Il
tenente Thomas Richardson, che era l’ufficiale addetto alla sicurezza, era uno
dei pochissimi uomini dell’equipaggio che ufficialmente era a conoscenza del
carico letale.
I fogli
del suo piano di imbarco indicavano chiaramente la presenza di oltre 2.000
ordigni a gas iprite del tipo M47A1 nella stiva.
Richardson
naturalmente, voleva scaricare quel pericoloso carico il più velocemente
possibile, ma quando la nave raggiunse Bari il 26 novembre, le sue speranze
vennero frustrate.
Il
porto e la rada erano ingombri di navi e già un altro precedente convoglio
attendeva ormai con ritardo di essere a sua volta ammesso alle operazioni di
scarico.
Dozzine
di imbarcazioni stazionavano lungo i moli e le banchine, ognuna di essa attendeva
il proprio turno per essere scaricata. Poiché il gas iprite non appariva
ufficialmente registrato come carico a bordo, la “SS John Harvey” non
era ovviamente autorizzata ad ottenere nessuna particolare priorità.
Per
cinque lunghi giorni la nave rimase inoperosa, ancorata al molo 29, mentre il
capitano Knowles tentava inutilmente di ottenere dagli ufficiali britannici del
porto un’accelerazione delle operazioni di sbarco.
Il
bombardamento
Mentre
Knowles fremeva d’impazienza, Werner Hahn, il pilota del ricognitore tedesco
era di ritorno alla sua base.
Le sue
positive informazioni sulle condizioni di Bari, avviarono subito l’attuazione
del raid che era stato discusso e pianificato appena qualche tempo prima.
La
pianificazione dell’attacco a Bari era il prodotto di una serie di incontri tra
il Feldmaresciallo della Luftwaffe, Albert Kesselring ed i suoi subordinati.
L’aeroporto
alleato di Foggia era stato al centro di una discussione che lo aveva designato
come un possibile bersaglio, ma le risorse della Luftwaffe erano ridotte al
minimo per permettere un bombardamento efficace.
Era
stato quindi il Feldmaresciallo della Luftwaffe, Wolfram Von Richthofen,
comandante della 2° Luftflotte, che aveva suggerito Bari come una valida
alternativa.
Cugino
dell’asso della prima guerra Mondiale, Manfred Von Richthofen il famoso Barone
Rosso, il Feldmaresciallo era un esperto ufficiale che aveva servito durante la
Campagna di Polonia, la Battaglia d’Inghilterra e sul fronte russo.
Kesselring
sapeva che ogni suo consiglio doveva essere ascoltato.
Richthofen
riteneva strategica Bari e pensava che se il porto fosse stato messo fuori uso,
l’avanzata dell’8° Armata britannica avrebbe potuto essere rallentata e anche
l’offensiva della neocostituita 15th Air Force sarebbe stata inevitabilmente
ritardata.
Richthofen
riferì a Kesselring, che gli unici aerei che poteva utilizzare per comporre le
squadre di attacco, rimanevano a suo avviso, i bombardieri Junkers Ju-88 A-4.
Con
molta fortuna, pensava di poter raccogliere almeno 150 aerei in ordine di
servizio per effettuare l’incursione.
Quando
la forza di attacco venne però costituita, all’appello mancavano almeno un
terzo degli aerei previsti, così solo 105 velivoli risultarono disponibili per
la missione.
Ma
l’elemento sorpresa, accoppiato con un attacco al tramonto, avrebbe potuto
rovesciare il risultato a favore dei tedeschi.
Molti
aerei sarebbero giunti dai vari aeroporti dislocati nel Nord Italia, ma
Richthofen propose di utilizzare anche un’aliquota di velivoli facendoli arrivare
dagli aeroporti basati sul territorio jugoslavo.
Pensò
anche a come cercare di confondere le idee agli Alleati, che avrebbero potuto
prevedere di subire un attacco proveniente dal nord. Ai piloti degli Ju-88
venne così ordinato di condurre i loro bimotori lungo la costa est
dell’Adriatico puntando verso sud e poi, giunti all’altezza di Bari, virare
verso ovest.
La
contraerea britannica che avrebbe potuto attendersi un attacco sarebbe stata
comunque sorpresa dalla sua direzione di provenienza.
Gli Ju-88
sarebbero comunque stati aiutati da una nuova arma: il Duppel.
Questa
era un complesso di sottili strisce di carta stagnola, tagliate a diverse
lunghezze.
Quando
le strisce venivano scaricate nell’aria, i video dei radar alleati rilavavano
la stagnola come la traccia che normalmente lascia un aereo, producendo un
enorme eco di bersagli fantasma.
Il
compito dei piloti era di arrivare intorno alle 19,30 della sera.
Bengala
illuminanti avrebbero subito dovuto essere paracadutati per illuminare la via
ai velivoli destinati all’attacco, gli Ju-88 sarebbero allora dovuti arrivare
bassi dal mare e giungendo nel raggio d’azione dei radar alleati avrebbero
dovuto rilasciare il Duppel creando l’inevitabile confusione.
I
piloti tedeschi arrivarono, sul bersaglio all’ora stabilita.
Il
primo tenente pilota Gustav Teuber, che comandava la prima ondata di attacco
fece difficoltà a credere a quanto i suoi occhi stavano vedendo.
I docks
di Bari, con tutte le luci accese, splendevano illuminati a giorno!
Teuber
poteva vedere distintamente le sagome delle gru del porto stagliarsi nette
contro il cielo nelle luci della sera mentre scaricavano i cargo. Il comandante
tedesco riusciva a distinguere addirittura le navi con le stive aperte e
durante il sorvolo, si puntò mentalmente le banchine a est del porto, che
apparivano letteralmente ingombre di navi.
Come
uccelli da preda, gli stormi degli Ju-88 scesero in ondate successive su Bari,
il loro attacco venne illuminato dai bengala che gli aerei tedeschi del primo
gruppo avevano lanciato, ma anche dalle luci della città che non rispettava
nessuna misura particolare di oscuramento.
Le
prime bombe colpirono in particolare i quartieri della Bari vecchia, enormi
geyser di fumo e fiamme si innalzarono ad ogni esplosione, ma fu presto il
turno del porto ad essere colpito.
In quel
momento circa 30 imbarcazioni erano all’ancora, ogni equipaggio a bordo dovette
dare il meglio delle loro possibilità, nel tentativo di fronteggiare
l’improvvisa emergenza.
La
sorpresa fu totale e qualche nave non poté disporre di tutti gli uomini dei
propri equipaggiamenti in quanto molti avevano avuto il permesso di sbarcare a
terra.
Le luci
dei bengala tedeschi furono il primo ostacolo che i marinai incontrarono nel
contrastare l’attacco aereo rimanendo abbagliati.
A bordo
della “SS John Bascom”, il secondo ufficiale, William Rudolf spense
immediatamente tutte le luci della nave ed allertò il Capitano Heitmann. La
squadra addetta al servizio antiaereo si precipitò ai pezzi, unendosi al fuoco
di sbarramento che qualche batteria contraerea del porto cominciava adesso ad
aprire verso gli aggressori.
Il
cielo si rigò della luce dei traccianti e si riempì degli scoppi dei colpi
sparati dai cannoncini antiaerei inglesi.
Il
fuoco di sbarramento si dimostrò largamente inefficace.
Non
c’era più tempo per tagliare i cavi di ormeggio e tentare di defilarsi mettendo
le macchine indietro; gli equipaggi delle navi ormeggiate lungo le banchine
est, attendevano invano che giungesse un aiuto da qualcuno, quando un
terrificante uragano di fuoco cominciò a cadere tutto intorno alle navi da
carico, ferme ed indifese.
La “SS
Joseph Wheeler” ricevette un colpo in pieno ed esplose in fiamme, la “SS
John Motley” fu colpita da una bomba all’altezza della quinta stiva. La “SS
John Bascom” che era ancorata subito a fianco delle due navi colpite, fu la
vittima successiva.
La nave
tremò sotto una pioggia di bombe che la colpirono letteralmente da poppa a
prua.
Una di
queste esplosioni scaraventò a terra il Capitano Heitmann e la successiva onda
d’urto lo mandò a sbattere contro la porta della sala timoni.
Momentaneamente
stordito e con le mani ed il viso coperto di sangue, Heitmann cercò di
rialzarsi e nel farlo, dovette ricomporre il corpo di uno dei suoi uomini,
Nicholas Elgin, che giaceva scomposto vicino a lui, la dove l’esplosione lo
aveva gettato; il sangue gli zampillava da una profonda ferita alla testa ed il
corpo del marinaio era stato letteralmente spogliato dei suoi abiti dalla forza
dell’onda d’urto.
La
plancia della nave era parzialmente distrutta ed i ponti erano stati perforati
in molti punti; rottami e detriti erano ovunque.
Non
c’era null’altro da fare che abbandonare la nave.
Ignorando
il dolore per le proprie ferite, Heitmann ordinò all’equipaggio di ammainare le
scialuppe di salvataggio che risultavano ancora in ordine, quindi lasciarono il
relitto che intanto stava imbarcando acqua dalle falle aperte.
L’intero
porto aveva assunto un aspetto da girone dantesco, enormi lingue di fuoco
giallo arancio si alzavano nel cielo, producendo dense colonne di fumo acre.
Si
potevano vedere le navi colpite mentre bruciavano o lentamente affondavano.
Quando
il fuoco raggiungeva le stive cariche di munizioni, queste esplodevano con
colpi tremendi.
La
superficie dell’acqua cominciò a coprirsi di una pellicola nera e viscosa di
olio e nafta, che accecava e soffocava quei naufraghi che avevano la sfortuna
di doverci nuotare dentro.
In quel
mentre, l’equipaggio della “SS John Harvey” stava combattendo un’eroica
battaglia per salvare la nave.
Il cargo
era rimasto sostanzialmente intatto e non aveva subito colpi diretti o danni da
bomba, pur tuttavia era stato avvolto dalle fiamme e la situazione era
doppiamente pericolosa visto il carico delle bombe a gas che ospitava nella
stiva.
Il
Capitano Knowles ed il tenente Beckstrom insieme ad altri che si trovavano a
bordo, si rifiutarono di abbandonare il loro posto, ma il loro eroismo fu speso
invano.
Senza
segnali che facessero presagire qualcosa, la “SS John Harvey” esplose
letteralmente per aria in una enorme palla di fuoco.
Un’enorme
colonna di fumo si alzò per diverse centinaia di metri, mentre pezzi della nave
vennero scagliati tutto intorno nell’aria. Tutti coloro che si trovavano a
bordo rimasero uccisi all’istante, mentre chiunque ebbe a trovarsi nel raggio
d’azione dello spostamento d’aria, venne gettato a terra.
Gli
uomini a bordo della “USS Pumper”, una nave cisterna che trasportava
carburante avio, furono i testimoni degli ultimi minuti di vita della “SS
John Harvey”.
Essi
raccontarono che l’esplosione venne accompagnata da altissime scie multicolori
che ricordavano a molti i fuochi d’artificio del 4 luglio e di come l’immensa
colonna di fumo che si alzò dalla “SS John Harvey” assumesse la classica
forma a fungo.
L’intera
area del porto venne illuminata a giorno dal bagliore dell’esplosione.
La “USS
Pumper”, venne letteralmente spostata dal vortice di aria bollente che si
creò, facendola sbandare di quasi trentacinque gradi!
Il
dramma
Intanto
Heitmann e i sopravvissuti del suo equipaggiamento tentavano di raggiungere la
punta della banchina est, girando intorno ad un fanale che era stato posto come
riferimento ai natanti in avvicinamento.
Dell’originale
equipaggio, non rimanevano che una cinquantina di sopravvissuti.
Molti
erano feriti seriamente, altri avevano ustioni in ogni parte del corpo, tanto
che ogni tentativo di soccorrerli o persino di sostenerli causava loro enormi
sofferenze.
Quando
raggiunsero il fanale pensarono di essere in salvo, ma presto capirono di non poter
più proseguire mentre l’area intorno sembrava trasformarsi in una trappola
mortale, visto che un mare di fiamme tagliava fuori Heitmann ed i suoi uomini,
dalla lunga spina che collegava la banchina est alla città.
Decisero
comunque di rimanere nell’area ed attendere di essere soccorsi, quando il
Guardiamarina K.K. Vesole, comandante del distaccamento armato di guardia sulla
“SS John Bascom”, cominciò ad avere qualche problema di respirazione.
Molti altri uomini cominciarono ad avere un respiro affannoso, ma fu lo stesso
Vesole che cominciò a notare qualcosa di strano circa il fumo che li
circondava.
“Sento
odore di aglio” disse, senza realizzare a pieno le implicazioni
legate a quanto stava dicendo.
L’odore
dell’aglio era il caratteristico indizio rivelatore dell’iprite nell’aria.
Il gas
aveva iniziato a liberarsi, miscelato con il carburante che galleggiava nel
porto e andava mescolandosi anche con il fumo che permeava l’intera area.
L’iprite,
insieme al carburante poi, rivestiva interamente i corpi degli sfortunati
marinai alleati che lottavano nell’acqua finirono per inalare l’iprite gassosa.
Cominciarono
a verificarsi le prime vittime: “Generalmente il superstite era ricoverato
con ustioni seguite alla vescicazione della superficie corporea. Veniva
sottoposto alle terapie del caso a cui seguiva un sostanziale miglioramento
delle condizioni generali. Poi improvvisamente cominciava ad accusare disturbi
nella respirazione, perdeva la voce, espettorava muco fetido e giallastro misto
a sangue scolorito ed il polso si indeboliva. Infine, nonostante tutte le
misure di emergenza che il caso richiedeva, il paziente cessava di vivere”.
In
questo modo morirono, secondo stime prudenziali di fonte americana, circa un
migliaio di civili.
Ma le
stime esatte non poterono mai essere stabilite, in quanto dopo una prima fuga
dei civili verso le aree del porto, per sottrarsi alla soffocante nube tossica,
essi diedero vita ad un vero e proprio precipitoso esodo verso le campagne
circostanti.
Se e
quante furono le vittime ulteriori nei giorni seguenti tra i profughi
eventualmente intossicati, nessuno fu mai in grado di stabilirlo con certezza.
Intanto
una lancia, inviata dal “USS Pumper” che ancora galleggiava, andò in
soccorso del Capitano Heitmann e degli altri sopravvissuti della “SS John
Bascom”, rimasti sulla banchina est.
Ma i
loro maggiori problemi iniziarono soltanto allora.
Il raid
tedesco era iniziato alle 19,30 della sera e terminò 20 minuti più tardi.
Le
perdite da parte germanica furono irrisorie e di gran lunga inferiori a quelle
che erano state le loro migliori previsioni. I tedeschi infatti, si sarebbero
attesi che gli equipaggi dei bombardieri delle prime ondate di assalto,
versassero un pesante tributo di sangue. Ma non fu così.
Diciassette
navi alleate erano nel frattempo affondate ed altre otto pesantemente
danneggiate, legando indissolubilmente Bari alla definizione americana di una “seconda
Pearl Harbor”.
Gli
americani sostennero le perdite più elevate perché vennero affondate le cinque
navi liberty: “SSJohn Bascom”, “SS John L. Motley”, “SS Joseph Wheeler”, “SS
Samuel J. Tilden”, “SS John Hervey”, gli inglesi persero quattro cargo, i
norvegesi tre, i polacchi fedeli al Governo di Londra due e la Marina
Mercantile italiana, che aveva optato per servire in favore degli Alleati,
altre tre navi.
Il
mattino successivo, ai sopravvissuti, si presentò uno spettacolo di assoluta
devastazione.
Una
parte di Bari era stata ridotta in un ammasso di rovine, particolarmente
colpita sembrava l’area medievale della città vecchia.
Parti
del centro abitato e del porto stavano ancora bruciando e lunghe volute di fumo
nero salivano in cielo. Le perdite tra il personale militare e quello della
marina mercantile furono oltre un migliaio, tra morti e feriti.
Circa
800 uomini dovettero essere ricoverati negli ospedali della zona.
Fortunatamente
Bari era la località dove gli Alleati avevano deciso di concentrare un discreto
numero di ospedali da campo con le relative attrezzature.
Il
Policlinico, che a Bari era stato edificato dal Fascismo, era la sede del 98th
British General Hospital e del 3rd New Zealand Hospital. Queste due strutture
sanitarie militari, furono i principali ospedali che accolsero il maggior
numero delle persone contaminate dall’iprite.
Le
vittime dell’incursione cominciarono ad affluire, all’inizio lentamente poi in
vere e proprie ondate, fino a saturare tutte le strutture di prima accoglienza.
Quasi
immediatamente qualcuno dei feriti iniziò a manifestare la sensazione di
qualcosa di granuloso negli occhi, seguita da bruciori e dolori.
Le loro
condizioni cominciarono subito a peggiorare nonostante tutte le misure di
emergenza adottate. I loro occhi si gonfiarono e la loro pelle cominciò a
ricoprirsi di vesciche
Sin dal
1942 gli Alleati avevano messo a punto un kit di pronto soccorso da utilizzarsi
in caso di contaminazione.
Ma nel
caso di Bari non si fece in tempo ad utilizzarli, anzi siccome il carico era
coperto da assoluta segretezza, non fu diramato nessun allarme ed il personale
medico curò le vittime per le ustioni e le conseguenze delle esplosioni.
I
sanitari e gli infermieri che avrebbero dovuto prestare la prima assistenza ai
feriti, senza nessun tipo di informazione su quanto fosse accaduto, non fecero
levare gli abiti contaminati di dosso a quei marinai che erano caduti in acqua
e che erano stati avvolti dalla letale pellicola oleosa composta da nafta ed
iprite.
Le
vittime colpite dal gas erano scosse da colpi di tosse violenti ed accusavano
difficoltà respiratorie, temporaneamente accecati, con un polso sempre più
debole, l’agonia delle bruciature veniva spesso accompagnata dai danni prodotti
dall’iprite gassosa con tremende ustioni alle ascelle, all’inguine fino a
causare la tumefazione dei genitali.
Gli
uomini iniziarono a morire e qualche medico iniziò a sospettare che un agente
chimico potesse essere una causa dei decessi sempre più numerosi.
Qualcuno
puntò subito il dito verso i tedeschi, immaginando che questi ultimi avessero
in qualche modo riesumato lo spettro della guerra chimica.
Un
messaggio venne subito spedito al Quartier Generale Alleato in Algeri,
informando il Responsabile Aggiunto della Sanità Militare, Generale Fred
Blesse, che decine di pazienti stavano morendo a Bari a causa di una misteriosa
malattia.
Per
risolvere il mistero, Blesse inviò il Lt. Col. Stewart Francis Alexander, un
medico militare inglese esperto di guerra chimica, a Bari.
Alexander
esaminò i pazienti ed intervistò quelli che riuscivano a parlare.
Iniziò
subito a pensare ad una contaminazione da iprite gassosa, ma il medico non
poteva esserne completamente certo.
I suoi
sospetti furono confermati quando un frammento di un contenitore per bomba
d’aereo venne ritrovato alle spalle del porto. Il frammento venne identificato
come una bomba americana del tipo M47A1, un modello che poteva essere caricato
a gas iprite.
I
tedeschi vennero così subito eliminati dalla lista dei sospetti ed i britannici
espressero ai loro alleati americani biasimo per l’accaduto.
Il
Tenente Colonnello Alexander, pur tuttavia, non riusciva ancora a comprendere
come e dove si fosse potuto originare l’incidente delle bombe all’iprite.
Il
medico iniziò a conteggiare il numero dei deceduti, suddividendoli secondo gli
equipaggi originari di appartenenza.
Quindi
ricostruì in un grafico, attraverso le scarne testimonianze, la posizione della
navi nel porto al momento dell’attacco.
La
maggioranza delle vittime risultava in larga parte, proveniente dagli equipaggi
delle navi ancorate vicino alla “SS John Harvey”.
Solo
allora, davanti all’evidenza, gli americani consegnarono alle autorità
britanniche del porto, la documentazione che rivelava loro, la vera natura del
carico della “SS John Harvey”.
Alexander
stilò un rapporto dettagliato che indirizzò direttamente al Comando Supremo
Alleato, quest’ultimo venne approvato dallo stesso Generale Dwigt D.
Eisenhower.
Il
segreto militare venne posto sull’intera faccenda; si decise che nei rapporti
formali con la stampa, sia i britannici che gli americani, avrebbero potuto
parlare dei risultati devastanti del raid germanico ma del ruolo che il gas
iprite aveva giocato nell’immane tragedia non si sarebbe dovuta fare menzione
alcuna.
Il
Primo Ministro britannico, Winston S. Churchill, fu particolarmente scrupoloso
nell’adoperarsi affinché ogni particolare dettaglio della tragedia rimanesse
segreto.
Il suo
imbarazzo derivava innanzitutto dal fatto che l’incursione aerea tedesca era
stata condotta su di un porto sotto la giurisdizione britannica.
Churchill
credeva che la pubblicizzazione del fiasco alleato potesse rappresentare un
formidabile colpo per la propaganda tedesca.
Inoltre
Churchill prodigò i suoi sforzi perché i medici militari britannici
eliminassero dalle liste delle vittime ogni possibile riferimento che potesse
legare le cause del decesso ai danni derivanti dal gas chimico.
Al
Quartier Generale alleato, si suggerì di indicare nelle cartelle cliniche, le
ustioni chimiche con la generica denominazione “cause non ancora
diagnosticate” e di indicare per le vittime decedute la dicitura “bruciate
in seguito ad azione nemica”.
Delle
perdite alleate, sofferte durante il bombardamento di Bari, 628 furono causate
dall’iprite.
La
maggioranza delle vittime fu rappresentata naturalmente dagli uomini della
Marina Mercantile.
Di
queste, 69 morirono nelle due settimane successive all’incursione.
Molti
dei colpiti poi, come nel caso del capitano Heitmann della “SS John Bascom”,
pur sopravvivendo, dovettero essere ricoverati in strutture specializzate,
alcuni sino oltre la fine del conflitto.
Nella
triste contabilità dei morti, come abbiamo già detto, non poterono mai figurare
i civili italiani che furono contaminati dalla nube letale. Le stime
prudenziali di fonte americana, che furono all’epoca formulate, parlano di
circa un migliaio di vittime.
L’esodo
che seguì al raid verso le campagne circostanti, impedì pur tuttavia di
assommare tutti coloro i quali morirono lontano dalle strutture sanitarie
alleate.
Ancora
oggi, peraltro, non è possibile stimare quanti furono i morti causati anche
dalle cure inadeguate se non addirittura inappropriate.
A causa
dell’enorme numero dei colpiti, non fu nemmeno possibile stendere la sola
contabilità dei feriti temporanei.
L’equipaggio
italiano della nave da carico “Bistera”, ad esempio, scampò al fuoco
nemico e la nave rimase nelle vicinanze del porto tutta la notte tentando di
prestare soccorso alle navi vicine.
Il
giorno seguente, la nave salpò verso Taranto, ma durante la navigazione il
personale iniziò a lamentare fortissimi bruciori agli occhi e poco mancò che
l’intero equipaggio diventasse cieco, senza possibilità di arrivare
all’ormeggio in porto a Taranto.
I danni
e le vittime rappresentarono una immane tragedia, ma Bari rappresentò anche un
disastro strategico.
Il
porto, dopo il terribile avvenimento, rimase completamente chiuso per tre settimane.
Il 12
gennaio 1944, la 5° Armata del Generale Mark Clark, lanciò un’offensiva dal
fronte sud nel contesto di un più vasto piano offensivo della Campagna
d’Italia, che prevedeva tra l’altro lo sbarco alleato ad Anzio qualche giorno
più tardi.
Elementi
della 5° Armata attraversarono il fiume Rapido e stabilirono inizialmente una
testa di ponte, l’offensiva presto si arenò e dovette essere interrotta a causa
dei mancati rifornimenti.
Ufficialmente
la causa fu ricondotta alle cattive condizioni climatiche che ebbero a
verificarsi in quel periodo e che crearono dei problemi nei rifornimenti, ma la
chiusura di Bari fu probabilmente uno dei maggiori fattori di quel fallimento.
Anche
la 15th Air Force americana ebbe a soffrire degli ostacoli creati dal successo
tedesco a Bari.
Era già
stata pianificata infatti, un’azione offensiva verso gli obiettivi della
Germania, combinata con l’8th Air Force di stanza in Inghilterra.
L’azione
si sarebbe dovuta svolgere solo due giorni dopo quello che poi risultò essere
il giorno dell’incursione aerea germanica!
Il
bombardamento di Bari compromise la partecipazione della 15th Air Force in
quell’offensiva specifica e quest’ultima non poté contribuire all’andamento del
conflitto fino a dopo il febbraio 1944.
Oltre a
rappresentare un disastro strategico, Bari fu uno dei più notevoli exploits
della Luftwaffe tedesca (che per inciso non si rese mai completamente conto del
brillante risultato ottenuto).
Della
tragedia umana invece poco o nulla emerse, la stampa alleata dell’epoca
(debitamente ammaestrata) dette pochissimo risalto alla notizia dell’incursione
e dell’iprite non parlò affatto.
Le
esigenze di segretezza imposte durante il conflitto prima e le vicende del
dopoguerra legate al clima di guerra fredda poi, insieme all’ossequio verso
l’America imposto dall’Alleanza Atlantica, hanno impedito agli italiani di
riappropriarsi di un pezzetto della loro storia minore.
Eppure
ormai a quasi settant’anni dalla fine del conflitto, sappiamo che in America,
Bari rappresenta oggi un esempio da studiare, da tramandare alle generazioni
dei futuri ufficiali della Marina Militare americana.
Perché
quel carico di iprite? Gli Alleati in quel periodo erano fermi davanti alla
linea di difesa tedesca “Reinhardt”, distesa attraverso le montagne a nord di
Isernia e la cresta di San Salvo, fino a Vasto. Per gli Alleati era necessario
sfondare la linea “Reinhardt” perché dietro di essa i Tedeschi stavano
realizzando una nuova e più munita linea difensiva la “Gustav”.
Il
sospetto è che potesse essere questo l’obiettivo delle armi chimiche che non
furono poi più necessarie perché il primo dicembre 1943, un giorno prima del
disastro di Bari, gli Alleati conquistarono il Monte Camino, baluardo
fondamentale della Reinhardt”, consentendo così il crollo della linea di difesa
tedesca.
L’EPILOGO
Negli
anni a seguire l’iprite continuò ad intossicare ed ad uccidere, nonostante la
bonifica del porto. Stime assolutamente prudenziali parlano di almeno duecento
casi di ustionati di cui cinque con conseguenze mortali.
Esposti
in primo luogo i pescatori, ma anche negli anni immediatamente successivi alla
fine del conflitto, ragazzini che raccoglievano metallo nel porto, e poi, nel
1951, dei civili che raccoglievano legna impregnata di iprite proveniente da una
nave affondata.
L’Adriatico
meridionale è quindi ancor oggi una enorme discarica di munizioni, non solo
bombe all’iprite ma munizionamento di ogni genere, anche riveniente dal
conflitto NATO-Serbia del 1999.
Si
resta attoniti sul dato che nessuno sia mai stato imputato per quello che
sicuramente è stato un crimine di guerra e contro l’umanità con costi umani e
sociali di enorme portata.
Un velo
di misteri avvolge ancor oggi tutta la vicenda la cui portata non fu compresa
nemmeno da Mussolini e dai capi militari della Repubblica Sociale, che non
avendo coscienza della natura della tragedia, non sfruttarono la violazione
delle Convenzioni Internazionali ad uso di utile propaganda contro gli Alleati!
Al
bombardamento di Bari parteciparono infatti anche aviatori italiani della
R.S.I., fra cui un pilota di Cisternino, poi emigrato a Bologna nel dopoguerra,
di cui stiamo cercando di rintracciare le memorie.
Sulla
tragedia dei civili baresi e dei militari Alleati il colonnello medico Stewart
F. Alexander, seguito dal dottor Cornelius P. Rhodhes, costruì un’ipotesi di
terapia per la leucemia, stante il dato che il gas mostarda era capace di
operare rapido calo dei globuli bianchi. Fu così che, grazie a successivi studi
nell’Università di Yale, a New York, un derivato dell’iprite, la mecloretamina,
divenne uno dei primi farmaci antitumorali.
LUGI
ANTONIO FINO
(1) Durante le fasi della guerra aerea nel 1943,
l’8th Air Force americana che operava sull’Europa nord occidentale ( ed era di
stanza in Inghilterra), subì alcune batoste durissime nel tentativo di
applicare la recente strategia dei bombardamenti diurni “di precisione”. Il 4
ottobre, la forza aerea perse circa 60 bombardieri B-17, altri 138 furono
gravemente danneggiati durante la tragica incursione sulle fabbriche di
cuscinetti a sfera Schweinfurt. La superiorità aerea nei confronti della caccia
tedesca parve perduta; diventò così impellente la necessità di attaccare la
Germania anche da sud e quindi dall’Italia. Durante l’inverno, le forze aeree
alleate vennero potenziate. Entro la fine dell’anno fra Italia continentale,
Sardegna e Corsica vennero costruiti più di quarantacinque aeroporti, molti dei
quali con piste asfaltate o in grelle di acciaio, alcune lunghe più di un
chilometro e mezzo. Una speciale base per i rifornimenti fu aperta allora nel
porto di bari, che doveva così provvedere alle necessità di quasi 100.000
membri delle forze aeree americane. Furono costruiti oleodotti, tra cui quello
fra Manfredonia e Foggia in grado di fornire ogni settimana oltre 400.000 litri
di carburante avio. Il 1 novembre il maggiore generale James H. “Jimmy”
Doolittle assunse il comando della 15th Air Force americana, appena creata.
Essa era destinata principalmente all’offensiva congiunta contro la Germania,
denominata in codice “Operazione Pointblank”. La 15th Air Force comprendeva
gruppi di bombardieri pesanti e medi, nonché di caccia a lungo raggio con
compiti di scorta. In fase di prima costruzione essa contava inizialmente circa
500 velivoli di ogni tipo, ma già alla metà del 1944 arrivò ad includere oltre
1.200 bombardieri pesanti! Per sostenere il solo traffico logistico e di
rifornimento di questa enorme forza furono così assegnate alle forze aeree
alleate, naviglio per oltre 300.000 tonnellate.
(2) L’iprite è un gas vescicante, si presenta puro in
forma liquida incolore, mescolandosi con l’aria assume un colore
giallo-verdastro e presenta un caratteristico odore di aglio. E’ persistente
per 1 o 2 giorni in condizioni climatiche moderate. La dose letale per assorbimento
cutaneo è di 100 milligrammi per ogni chilo di peso della persona mentre
l’indice letale per inalazione dei vapori è di 1.500 milligrammi per metro cubo
di aria. Provoca danni agli occhi (miosi, lacrimazione, ulcerazione della
cornea), alla cute (vesciche e bruciore diffuso), all’apparato respiratorio
(tosse, raucedine). Il tempo di azione è ritardato (da diverse ore a giorni).
La terapia d’urgenza prevista è quella di rimuovere la contaminazione dal
soggetto. Prende il suo nome dalla località in Belgio, Ypres appunto, dove il
22 aprile 1915 durante la prima guerra mondiale venne impiegata dai tedeschi
per la prima volta.
(3) Era noto che Adolf Hitler non fosse un fautore
della guerra chimica, egli infatti con i gas aveva un conto sospeso che risaliva
alla notte del 13 ottobre 1918 quando come egli stesso racconta nel suo libro
autobiografico “Mein Kampf”: “un attacco di gas inglesi partì dal fronte
meridionale di Ypres. Fu usato in quell’occasione un tipo “croce gialla” i cui
effetti ci erano sconosciuti, nel senso che non li avevamo ancora provati sul
nostro corpo. Io dovetti sperimentarli quella notte stessa. La sera del 13
ottobre noi eravamo capitati, sull’alto della collina di Wervik, in un fuoco
tambureggiante di granate a gas che durò molte ore e continuò per tutta la
notte. Verso mezzanotte parecchi compagni ci abbandonarono, molti per sempre.
Verso la mattina un dolore acuto si impossessò di me, di quarto d’ora in quarto
d’ora più atroce; e verso le sette, barcollando, con gli occhi bruciati come
carboni ardenti da non vedere più nulla, dovetti tornarmene indietro portando
con me l’ultimo marchio della guerra…”. Questa esperienza, di cui mantenne
sempre vivo il ricordo, non impedì comunque a Hitler, appena giunto al
potere,di avviare una massiccia produzione delle cosiddette armi chimiche. I
tedeschi accumularono ingenti quantitativi di una particolare famiglia di gas
altamente micidiali, i “gas nervini”che i loro scienziati scoprirono e a
cui diedero nomi come “Soman”, “Sarin” ed il micidiale agente chimico “Tabun”.
Si trattava di gas derivati dall’ossido di fosfina che non davano senso di
bruciore, non irritavano, erano inodore ed incolore cosicché l’individuo
colpito si accorgeva di averli assorbiti solo quando era troppo tardi. I “Gas nervini”,
come dice il loro nome, agiscono sui centri nervosi; hanno effetto immediato o
tutt’al più agiscono entro un quarto d’ora. Il soggetto colpito mostra subito
segni evidenti di inibizione dei muscoli da parte dei nervi, perdita di muco
nasale, difficoltà respiratoria, oppressione toracica, restringimento della
pupilla e oscuramento della vista, emissione di bava, sudorazione, nausea,
vomito e crampi. Convulsioni e contrazioni muscolari sempre più violente
accompagnano la vittima che cessa di vivere dopo spasmi agonici con la
cessazione delr espiro entro un paio d’ore dalla contaminazione. Nonostante
l’arsenale chimico tedesco, alla fine del conflitto, ammontasse ad oltre
250.000 tonnellate, non venne mai presa da Hitler o dai suoi generali, nessuna
seria risoluzione di impiego dello stesso.
Note
dell’autore: per poter meglio comprendere come le cause di questa immane
tragedia continui a costituire un concreto pericolo, accludiamo per
l’approfondimento del lettore, una parte degli atti stenografici dei lavori
alla Camera del 22 marzo 2002 relativi ad una interrogazione parlamentare in
cui si fa specifico riferimento alle continue cause di intossicazione (e
persino di morte), patite ancora oggi dai pescatori pugliesi. Riferimento
internet http://www.camera.it/dati/leg14/lavori/stenografici/sed%20121)
Allegato B
Seduta n. 121 del 22/03/2002
INTERROGAZIONI
PER LE QUALI E’ PERVENUTA RISPOSTA SCRITTA ALLA PRESIDENZA
DELMASTRO
DELLE VEDOVE e GIANNI MANCUSO – Al Ministro dell’ambiente e della tutela del
territorio. –
Per
sapere – premesso che: il 2 dicembre 1943 la Luftwaffe scatenò un terribile
bombardamento del porto di ari, che, quel giorno, ospitava un gran numero di
navi alleate; i danni inflitti alla marina da guerra alleata furono ingenti; in
particolare venne colpita ed esplose la nave John Harvey; pare che la John
Harvey avesse un carico di iprite, che, benché vietato dalle convenzioni di
Ginevra, doveva essere usata contro le forze dell’Asse; si manifestarono
subito ustioni, lesioni della pelle e morti improvvise; dal 1946 ad oggi si
sono verificate solo tra i pescatori di Molfetta, 236 casi di intossicazione,
di cui cinque mortali, dovendosi precisare che il dato è riferito ai soli
marittimi iscritti alla cassa malattie dei marinai; alcuni casi si sono
registrati ancora lo scorso anno; nessuno ha mai appurato la verità - : se non
ritenga necessario accertare se effettivamente la nave alleata John Harvey, affondata
nel porto di bari il 2 dicembre 1943, avesse un carico di iprite, sostanza
abbandonata in mare; per sapere inoltre se i casi di intossicazione lamentati
nel corso dei decenni siano sintomatologicamente riferibili all’iprite e se,
comunque, non debba essere valutata la necessità di un intervento di bonifica
(4-00618)
Risposta.
– In riferimento all’interrogazione in oggetto, si deve preliminarmente
confermare che fonti dell’Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e
Tecnologica Applicata al Mare (ICRAM) confermano le circostanze asserite dagli
interroganti relativamente all’affondamento, nel dicembre 1943, della nave John
Harvey; stanziata nel porto di Bari, il cui carico era costituito, tra l’altro,
da bombe d’aereo caricate con iprite. Ciò premesso, è doveroso segnalare che
recenti indagini, programma di ricerca ACAB (Armi Chimiche Affondate e
Benthos), hanno consentito la mappatura di quattro aree del Basso Adriatico,
vaste decine di miglia quadrate e ubicate, con significativa certezza, fuori
dalle acque territoriali, interessate dalla presenza di almeno ventimila
residuati bellici a natura chimica, cui far risalire, sulla base di alcuni
campioni prelevati in prossimità di ordigni corrosi, danni e rischi per gli
ecosistemi marini e per le attività legate alla pesca e alla successiva
commercializzazione.
In tali
già compromesse condizioni, un’eventuale soluzione di bonifica dei vastissimi
habitat marini coinvolti, ancorché auspicabile in linea di principio, si deve
accompagnare alla ponderazione dei rischi ambientali connessi alla rimozione
degli ordigni a causa, principalmente, della possibile rottura degli involucri
metallici con la conseguente fuoriuscita di sostanze inquinanti in quantità
nettamente superiori alle perdite attuali, valutando oltremodo gli aspetti legati
all’operatività al di fuori delle acque territoriali. A ciò si unisce una
valutazione di ordine più strettamente giuridico, considerato che un mandato
operativo dell’ampiezza che si prospetta necessita, di un’espressa previsione
normativa cui associare uno specifico stanziamento, certamente rilevante ma la
cui entità rimane da determinare. A tale fine, per una valutazione orientativa,
si aggiunge che nella passata legislatura è stato elaborato un piano
dall’ICRAM, articolato in due distinte fasi: bonifica “pilota” integrale
dell’area già attentamente monitorata (un rettangolo di mare di circa 10 miglia
quadrate di estensione); e l’avvio di una campagna di monitoraggio di dettaglio
delle ulteriori aree limitrofe, già individuate come luoghi di discarica di bombe,
al fine di successive bonifiche. Tale piano prevedeva una apposita scorta
finanziaria complessivamente ammontante ad oltre 11 mld di lire. Comunque sarà
necessario un coinvolgimento di tutte le Amministrazioni centrali interessate
(Difesa, Affari Esteri, Politiche Agricole e Forestali).
Il
Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio: Altero Matteoli