Se uno lo va a vedere senza alcuna profondità d‘intenti, che non sia quella del puro
svago, allora “Il primo Re”, altri non passa che per un bel brogliaccio d’azione, dal
ritmo sicuramente avvincente, accompagnato da alcune panoramiche e da una
fotografia niente male ma se, invece, qualcuno pensa di ravvisare un qualche, sia
pur lontano elemento della vicenda della fondazione dell’Urbe, allora si sbaglia di
grosso. Quella di Matteo Rovere costituisce un’evidente ed indebita falsificazione e
deformazione della storia dei primordi di Roma, lontana anni luce da quel contesto
di cui pretenderebbe narrare le vicissitudini.
Tanto per andare sul concreto, esaminando più da vicino la trama del brogliaccio. La
vicenda inizia con l’immagine bucolica di due bruti, nei panni dei gemelli Romolo e
Remo che, barbe e capelli incolti, alle prese con il proprio pecorume, sono presi
dall’improvviso sopraggiungere di una piena del Tevere nel proprio alveo, che tanto
ricorda un Universale Diluvio in versione laziale. I due giovanotti, sbattuti qua e là
dalla furia di quello “tsunami”, riescono a sopravvivere non si sa come ed, in un
contesto di abbandono e desolazione, tra carcasse di armenti e masserizie varie,
vengono raccolti, legati e caricati come salami su un carro bestiame, dopo aver
ricevuto una scarica di legnate dagli abitanti di AlbaLonga, ivi sopraggiunti a
saccheggiare i resti di quel disastro.
Condotti in una preistorica Alba, i due gemelli, rinchiusi in gabbia assieme ad altri
disgraziati, vengono costretti a prender parte ad un mortale torneo di lotta,
all’insegna del “vale tutto”, sotto gli occhi di una turma di sporcaccioni, barbe e
capelli lunghi, in un perfetto “rastafari style”, ricoperti di laidi perizomi e di una
allucinata Vestale che inaugura le tenzoni in nel nome di una fantomatica “Triplice
Dea” (?????). Il racconto prosegue incalzante, con la ribellione dei prigionieri che
sopraffanno i propri carcerieri e fuggono attraverso un’oscura foresta, portandosi
appresso Romolo ferito in modo quasi mortale e la scalcinata e nevrotica Vestale,
con tanto di fuoco sacro in versione da viaggio, rinchiuso in un bel vaso a tracolla,
tipo borsa di Tolfa, (tanto per non smentire le neorealistiche aspirazioni del film).
Tra vicissitudini varie, tentativi di tradimento e quant’altro, Remo assume il
comando della lieta brigata e dopo un feroce scontro con i guerrieri della tribù che
vantava la proprietà e l’esclusivo diritto di accesso a quella oscura foresta, si erge a
signore e re del villaggio di questi ultimi. A seguito di una profezia della Vestale,
profferita leggendo le interiora di un agnello(???), Remo viene informato che, per
assurgere a grandezza, uno dei due fratelli avrebbe dovuto uccidere l’altro.
Sconvolto da quanto udito, il nostro combattivo gemello, va letteralmente “nel
pallone”. Dopo aver lasciato la povera Vestale incatenata nella foresta, alla mercè
delle fiere, incendia e distrugge il villaggio conquistato e si allontana con i suoi. Nel
frattempo Romolo, ritornato non si sa come in salute, si erge a rappresentante della
primigenia “pietas” latina, offrendo onori religiosi alle vittime della furia del fratello
e riaccendendo il fuoco sacro, spento dalla furia iconoclasta di questi.
Il film si conclude con una battaglia in riva al Tevere tra gli uomini di Alba ed il
gruppetto degli accoliti di Remo. Romolo, ivi giunto per un senso di gratitudine
fraterna, a conclusione della battaglia e dopo l’ennesima alzata di capo del fratello,
dopo aver dichiarato la sacralità di quel sito e la inviolabilità di un “limes”, da lui
identificato in un pezzo di legno (???), di fronte all’ennesimo atto di tracotanza del
Remo, da questi aggredito, dopo aver passato il sacro “limes”, si trova costretto ad
ucciderlo. Un bell’e commovente discorso finale di Romolo sulla futura grandezza di
quel primigenio sito, chiude un film, stracarico di inesattezze e totalmente campato
in aria, in relazione alle vicende della nascita di Roma.
Punto primo. Il fatto che, all’epoca della fondazione dell’Urbe, il Lazio fosse
sicuramente più selvaggio di quanto non lo sia oggidì, è innegabile. Ma che nella
regione attorno al Capidoglio, vi fossero capanne, non significa che i popoli laziali
fossero totalmente primitivi o degradati, anzi. Attorno a quell’epoca l’Italia Centrale
pullulava di città autonome e civilizzate, Latine (Tibur, Praeneste, etc.), Etrusche
(Tarquinia, Pyrgi, Caere, Chiusi, etc.), senza contare la presenza di Umbri,Volsci,
Sanniti, Ernici, Sabini, ivi presenti a vario titolo con tradizioni e civiltà consolidate. Le
testimonianze, i riscontri archeologici ad oggi in nostro possesso, ce la dicono lunga,
a riguardo. Ora, fare dei primitivi Latini una manica di sudici e sanguinari pezzenti,
privi di quel senso di “pietas” che si sarebbe trasmesso quale valore aggiunto ai
Romani, ci pare una grossolana ed offensiva inesattezza.
Punto secondo. Dalle raffigurazioni in nostro possesso l’intera “koinè” greco-italica,
già a quell’epoca, possedeva una certa foggia nel vestire e nel curarsi, non
assolutamente riscontrabile nel film. Qui ci sembra, piuttosto, di aver a che fare da
una parte, con un insieme di rasta-hippy, abbrutiti e degradati. I volti della turma al
seguito dei due gemelli, tra orecchie mutilate, sorrisi da deficienti e minus habens
dai tratti fisici lombrosiani, non corrispondono affatto alle rappresentazioni del
mondo classico. A tal proposito, fa bella mostra di sé, un esemplare della turma, un
ciccione basso, brutto e pelato, tale “Cai” (???? Nome mai sentito in Latino, sarà
forse una versione onomatopeica di un latrato canino???). Il ciccione, in mezzo alla
foresta, preso dallo sconforto e dalla paura assieme ai suoi compari, cerca per la
seconda volta (dopo un primo tentativo concluso con l’accoppamento, da parte di
Remo, di un componente di quella allegra comitiva ...), di far fuori il Romolo
agonizzante, perché costui, nel toccare ed essersi fatto toccare dalla premurosa
Vestale avrebbe, a loro dire, attirato l’ira degli Dei e la sfiga più nera.
Al pari del primo tentativo di far fuori Romolo, anche questo, però, grazie alle
maledizioni lanciate dalla Vestale dal terreo sguardo, non riesce e, non si sa come,
passa sotto silenzio. Remo, al rientro da una fortunata caccia, di tutto ciò non verrà
informato ed il nostro “Cai” continuerà impunemente nella sua opera molesta,
stavolta però contro le donne del villaggio occupato, sinchè, a fine film, dopo
l’ennesima sbrasata, non finirà infilzato da Romolo. A ben guardare, gli stessi
abitanti del villaggio, tra capelli ricci a palla e pelli di capra, hanno molto più a che
fare con una versione miserella dei rispettabilisssimi indigeni della Papua Nuova
Guinea, che non con gli antichi Latini.
Punto terzo. Tutte le vicende narrate sono inventate di sana pianta. Nella leggenda,
il Tevere non ha mai travolto Romolo e Remo, né il primo risulta esser mai stato
ferito, né Remo ha mai ucciso una Vestale o incendiato villaggi e così via dicendo. La
religiosità latina e centro-italica dell’epoca, che vedeva i vari pantheon intersecarsi
vicendevolmente e già in possesso di determinati requisiti, (ricordate la Triade di
Iguvium, etc.?) è qui volutamente ignorato e distorta, in favore di improbabili
invocazioni a Triplici Dee (???) o a remoti e quanto mai generici”Dei”. Né si capisce
chi sia il tizio pelato avvolto di fiamme che il Remo, forse in preda a cattiva
digestione, dopo aver mangiato la carne cruda di un cervo da lui ucciso, vede far
capolino da non si sa dove, durante una sosta nella oscura foresta. Forse un
inconscio presagio o un mortifero augurio nei riguardi del molesto “Cai”, anch’egli
pelato e robusto, al pari della figura che appare al Nostro...
Assolutamente surreali e privi di fondamento i tentativi di approccio del Remo con la
Vestale e la lettura che costei, a sua volta, fa delle viscere di agnello (pratica, questa,
l’aruspicina, di stretta competenza dei Lucumoni Etruschi, sic!), Né vi è traccia o
menzione alcuna, di Giano e Saturno, di Pico, di Marte e Rea Silvia, di Amulio, della
Lupa, della fondazione della Roma quadrata, dell’omicidio rituale di Romolo e così
via dicendo... l’aver voluto ignorare l’intero corpus mitico romano, in favore di una
versione all’insegna di un presunto e belluino “storicismo” d’accatto, a proposito
della genesi dell’Urbe, significa non aver capito assolutamente nulla dell’intera
vicenda e dello spirito che ne anima lo svolgimento.
Qui, mito e storia sono strettamente interrelati e assolutamente non disgiungibili,
almeno sino al settimo ed ultimo Re di Roma. L’Urbe, al pari di Atene ed altre
famose città dell’antichità, nasce nelle nebbie del mito, facendosi essa stessa
archetipo vivente ed il cercare di dare un’interpretazione prettamente storica alla
cosa, è insensato ed inutile, al pari dello stesso lavoro, volto a ricercare un riscontro
razionale e quasi matematico al mito ed all’archetipo. Questo perché, vi sono realtà
che nel loro manifestarsi presentano degli insondabili limiti, dati proprio dalla
analogica “circolarità”, dal continuo rimando, tipici della forma-cultura tradizionale,
che invece, la attuale cultura di matrice illuminista, non può, se non minimamente,
penetrare, a causa dei diversi parametri, su cui ambedue sono imperniate. Eppure, il
mito è in grado di fornire emozioni al pari e molto più, di una storia cinematografica
inventata a tavolino.
Mi si permetta. Detesto i Kolossal americani, ma stavolta, un Ridley Scott o il regista
de “Il Signore degi Anelli”, avrebbero saputo far di meglio. Meglio sicuramente, della
nostra cinematografia afflitta da un complesso di inferiorità che trova la sua origine,
nel post bellico catto-comunismo e nei suoi pasoliniani “accattoni”. Se le nostrane
squallide versioni televisive anni ’60 e ’70 dell’ “Odissea” con Bekim Fehmiu e
dell’”Eneide”, ci trasmisero l’immagine di un’antichità di Dei ed eroi vestiti da hippy
pezzenti e stravaganti, il Remo de “Il primo Re”, ci riporta all’immagine di un
bell’esemplare di “coatto” di periferia, dagli occhi sbarrati da un bel mix di coca ed
anfetamine, un tizio che urla e mena di coltello senza tante storie, affiancato da un
Romolo che, più che l’eroe-fondatore di Roma, sembra riportarci ad una versione
giovanile di Massimo Ferrero, il presidente della Sampdoria, dal Crozza nazionale
rappresentato sempre barcollante e semi ubriaco, qui infilzato a mò di tordo ma,
egualmente in grado di sopravvivere e combattere non si sa come, circondato da
una turma di ragazzini in abito rasta-papuasico.
A ben guardare il film, c’è da chiedersi come una sgangherata combriccola del
genere, sia riuscita a sconfiggere un’orda di cavalieri armati di tutto punto ed abbia
poi potuto addirittura fondare l’Urbe...Domanda inutile e capziosa. Film come
questi, sono fatti apposta per deprimere, distorcere ed offendere una vicenda che,
con tutto il suo portato mitico, dovrebbe rappresentare orgoglio e vanto per un
paese, le cui origini affondano nelle radici di un pluri-millenario archetipo. Il risultato
invece, è stato un truculento canovaccio, una via di mezzo tra l’ “Apocalypto” di Mel
Gibson, i recenti film americani a base di una mitologia greca totalmente sfalsata,
con un briciolo di italico e pezzente neo-realismo...E quel che, in tutto questo, fa più
male, sono alcune entusiastiche recensioni cinematografiche, scritte da giornalisti
professionisti, pertanto da gente che si suppone abbia studiato e che, in questo
caso, invece, ci dimostrano un’ignoranza ed una mala fede, veramente senza limiti
né vergogna.
UMBERTO BIANCHI