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Pubblicato il 2/1/15
LA
MORTE DEL DUCE:
LA
VERITA’ SI FA STRADA
ESCLUSIVA.
I DIARI DI VANNI TEODORANI, NIPOTE DEL DUCE, PUBBLICATI INTEGRALMENTE A 50 ANNI
DALLA MORTE DELL’AUTORE, CONFERMANO CLAMOROSAMENTE LA «PISTA INGLESE»:
MUSSOLINI FU UCCISO PER ORDINE DI CHURCHILL, CHE GIOCO’ GLI AMERICANI
di Luciano Garibaldi
Una
inattesa e clamorosa conferma alla tesi della «pista inglese» nell’uccisione di
Benito Mussolini e Claretta Petacci giunge a distanza di vent’anni da quando la
formulai per la prima volta con una serie di articoli pubblicati sul
settimanale «Noi» della Mondadori e sul quotidiano «La Notte» di Milano. La
conferma giunge dalla pubblicazione integrale dei diari di Vanni Teodorani,
famoso giornalista, storico fondatore e direttore dell’ «Asso di Bastoni»,
voluta, a cinquant’anni dalla sua scomparsa, dai figli Anna e Pio Luigi. Alcune
parti del diario erano state rese note dall’autore sulle pagine dell’«Asso di
Bastoni».
Ma
andiamo con ordine. Che significa «pista inglese»? Significa che Mussolini fu
ucciso per ordine di Churchill onde impedirgli di rivelare – qualora fosse
sopravvissuto – gli accordi intercorsi tra i due per convincere Hitler a
cessare la resistenza in Occidente per fare fronte comune contro l’avanzata
dell’Armata sovietica che stava invadendo l’Europa. Il tutto provato dal famoso
carteggio Mussolini-Churchill, finito anch’esso nelle mani del premier
britannico. Le prove e la documentazione che avevo raccolto in anni di ricerche
furono poi riunite nel mio libro «La pista inglese» (Ares, Milano, 2002), cui
fece seguito «Mussolini: the secrets of his death» (Enigma Books, New York,
2004), il cui capitolo centrale aveva per titolo: «How the British beat the
Americans» («Così gli inglesi giocarono gli americani»).
Ebbene,
oggi vedono la luce le memorie di Vanni Teodorani («Quaderno ’45/ ‘46», Editrice Stilgraf, Cesena,
www.stilgrafcesena.com), ove si legge che l’autore, a fine aprile ’45,
partecipò ad una missione con lo scopo di raggiungere il Duce in fuga da Milano
e consegnarlo all’OSS americano (Office of Strategic Services) d’intesa con i
servizi segreti del Regno del Sud (il SIM, Servizio Informazioni Militari).
Ma
chi era Vanni Teodorani? Nato a Torino nel 1916, divenne un apprezzato
giornalista fin dalla più giovane età e sposò Rosina Mussolini, figlia di
Arnaldo, fratello del Duce. Partecipò, non ancora ventenne, alla guerra d’Africa come direttore del
«Corriere Eritreo» e capitano di Cavalleria impegnato sul campo contro i
ribelli. Assunse poi la direzione de «La Prealpina» di Varese, fu
corrispondente di guerra nel corso del secondo conflitto mondiale (Capo Matapan
ed altri storici eventi), aderì alla RSI dove assunse l’incarico di capo della
segreteria militare del Duce e sottocapo di Stato Maggiore della Divisione San
Marco, incaricato di numerose missioni in Italia e all’estero. Riuscito a
nascondersi dopo la sconfitta del 25 aprile, tenne il diario che viene oggi
pubblicato integralmente. Come scrive Giuseppe Parlato nell’introduzione al
volume di memorie, «Teodorani aveva
trattato con gli americani per la resa dei capi fascisti senza spargimenti di
sangue. L’accordo, stipulato con l’agente Guastoni dell’OSS e con il comandante
della Regia Marina Giovanni Dessy, prevedeva la creazione di una zona
smilitarizzata di raccolta dei reparti fascisti in Val d’Intelvi». Qui i
vertici di Salò avrebbero atteso gli Alleati riuscendo così a sottrarsi alle
vendette comuniste. Ma il piano fallì e lo stesso Teodorani, probabilmente per
una spiata, fu catturato e violentemente malmenato dai partigiani
“garibaldini”, «riuscendo poi
fortunosamente ad evitare il plotone d’esecuzione».
«Oggi finalmente», si legge nel
«Quaderno» di Teodorani, «posso
sciogliere ogni dubbio. Mussolini, e tutti i Caduti del Nord, sono morti
vittime, più che altro, delle discordie fra gli Alleati: occidentali contro
sovietici, ma soprattutto inglesi contro americani. Il piano segreto USA per il
recupero di Mussolini si innestava nella più vasta intesa imperniata sulle
trattative di Wolff che prevedevano la regolare occupazione delle città
abbandonate dalle truppe germaniche, senza consentire sedizioni di piazza.
Tutto non funzionò sia per le intemperanze dei comunisti, e dei CLN da essi
dominati, sia per l’equivoco contegno di Wolff che gettò disordine e scompiglio
nelle nostre file. Saltarono così date e sincronia. Per esempio Milano, che
doveva essere presa in consegna dagli americani il giorno 28 aprile, fu
evacuata la notte del 26, e quando gli americani arrivarono, non fu più
possibile rispettare il piano precedente, a tutto vantaggio dei bolscevichi».
Più
avanti, nel brano che ha per titolo «Il
piano americano sul Duce», Teodorani scrive: «Il piano USA, tenuto gelosamente segreto, prevedeva, con strana
analogia con quanto era successo il 25 luglio 1943, la sparizione pressoché
misteriosa di Mussolini. Ne era responsabile direttamente il colonnello
Snowden, del Counter Intelligence Corps (CIC) dell’esercito americano. […] Egli
avrebbe dovuto immediatamente avviarlo a un determinato campo di aviazione da dove sarebbe subito stato imbarcato per la
Sardegna, con un volo sul tipo di quello del Gran Sasso. Nessuna notizia
sarebbe stata diramata, di modo che il Governo di Roma, gli Alleati e le stesse
autorità americane non interessate al piano non avrebbero, per il momento,
saputo niente. Tutta l’operazione si basava sui servizi segreti americani
operanti nella RSI e sulla Guardia di Finanza. […] Al Nord con i gladi, al Sud
con le stellette, la Guardia di Finanza costituì sempre un organismo unico ed
era perciò perfettamente normale che, nel mare magnum generale, si pensasse ad
essa come a qualcosa di efficiente e fidato. Il compito di coordinamento
generale tra Guardia di Finanza e americani, al fine di garantire un perfetto
collegamento indispensabile alla buona riuscita di un piano così complesso, fu
assunto dal nucleo speciale della GdF operante con il CIC, e personalmente dal
suo comandante Emilio Lapiello».
Che
accadde, a questo punto? Ancora Teodorani: «Quando
il nucleo del CIC che doveva compiere la missione partì per il Nord, il
capitano della GdF Emilio Lapiello, che tanta parte aveva avuto
nell’organizzare e articolare il piano di salvezza del Duce e che avrebbe
dovuto ricoprire una parte decisiva nella fase esecutiva, non poté partire con
gli altri per un incidente stradale occorsogli sulla Roma-Napoli, che lo pose
fuori servizio proprio nel momento cruciale. Si interruppero così i contatti
diretti tra il CIC e la Finanza operante al Nord».
Chi
causò l’incidente? Mistero. Comunque, un classico, nelle storie dei servizi
segreti. Ma continuiamo a leggere il racconto di Teodorani: «Come è noto i partigiani di Dongo (“Bill”
e “Pedro, n.d.r.), fermato il Duce, lo
rimisero al più presto al brigadiere della Guardia di Finanza di Germasino,
Antonio Spadea. Cosa successe, da quel momento? […] Ho assodato, senza tema di
smentite, che quel sottufficiale della GdF doveva consegnare il prigioniero ad
un tenente suo diretto superiore operante in quella zona. Ma il tenente, De
Laurentis, in precedenza paracadutato dal Sud, non arrivò, o meglio, arrivò
tardi. Nel frattempo, con l’intenzione di affidare tanto prigioniero ad una tutela
più sicura e definitiva verso gli incombenti rossi, il brigadiere di Germasino
aveva provveduto a consegnarlo al capitano Alleato che operava nel settore e
che per primo aveva avuto notizia dell’avvenuta cattura».
Chi
era quel capitano? A questo punto, Teodorani inserisce nel suo diario un titolo
che parla da solo («Bogomoloff e Albione
imposero l’assassinio») e scrive un memoriale che è uno straordinario
documento storico e una clamorosa prova definitiva della validità della “pista
inglese”. Leggiamo: «Quel capitano, però,
non apparteneva al Secret Service americano, ma al servizio informativo
britannico. L’errore del brigadiere era da prevedersi, giacché, per un normale
sottufficiale della Finanza, gli Alleati erano un tutto: le stesse
caratteristiche, gli abiti borghesi, l’accento inglese contribuivano ad
alimentare una simile confusione. L’ufficiale in oggetto, preso in consegna il
prigioniero, lo trasferì a nuova sede, sottraendolo al controllo della Guardia di
Finanza, e quindi degli americani, e quando, con malcelata fretta (forse
sapevano?) arrivarono i comunisti di Walter Audisio, di cui egli avrebbe avuto
il dovere di impedire ogni movimento, non trovò di meglio che allontanarsi
senza profferire sillaba. Quello che poi successe al Duce è noto, anche se vi
sono ancora perplessità sul nome dell’effettivo esecutore materiale».
Quanto al Bogomoloff nominato nel titolo, trattasi del diplomatico sovietico
che da Roma impartiva le disposizioni di Mosca a Togliatti, capo del Partito
Comunista Italiano. Il quale, non a caso, nel discorso alla radio del 26
aprile, diede per scontata l’uccisione di Mussolini previa semplice
identificazione.
Non
c’è dubbio. Vanni Teodorani aveva perfettamente intuito la verità: un accordo
inconfessabile tra i comunisti e i servizi segreti inglesi per far tacere per
sempre Mussolini, ma anche Caretta Petacci, al corrente di tutti i suoi
segreti. Che poi, per rendere la messinscena più logica e più credibile,
bisognasse fucilarne altri quindici sul lungolago di Dongo, quisquilie e
pinzellacchere.
Ed
ecco come Vanni Teodorani concludeva la sua ricostruzione dei fatti: «Ancora una volta, come in Spagna, come in
Etiopia, dove il dirigente comunista Barontini organizzava bande ribelli contro
di noi, l’Imperialismo inglese e il Komintern avevano agito in perfetta intesa,
e gli sconfitti, eccezionale nuovissima alleanza, erano stati, insieme, gli
italiani e gli americani».
Naturalmente,
il «Quaderno» di Teodorani contiene numerose altre annotazioni su quel
drammatico periodo della vita italiana. Molto opportuna la decisione dei figli
di pubblicarlo nella sua interezza, affidandone l’introduzione ad uno storico
di prestigio come Giuseppe Parlato. Nel dopoguerra, Teodorani svolse un’intensa
attività giornalistica, come fondatore e direttore dell’ «Asso di Bastoni» dal
1952 al 1956 e dell’autorevole «Rivista Romana» dal 1954 fino al 1964, l’anno
della morte ad appena 47 anni d’età, dovuta ad un male incurabile. In più occasioni,
e soprattutto dalla direzione di «Rivista Romana», Teodorani contrastò sempre
la progressiva scristianizzazione dell’Italia e si batté sul fronte
cattolico-tradizionalista.
Luciano
Garibaldi
