mercoledì 1 aprile 2015
C'E' UNA UMANITÀ' DIVERSA DAGLI USURAI!!!!!!!!!!!
Daca toti am face asta, lumea ar deveni mult mai frumoasa. SHARE daca sunteti de acord!P.S. Check out this awesome music app: http://www.hickery.netIt's a Music Playlist from your Facebook likes and shares!
Posted by Ellie White on Venerdì 19 dicembre 2014
NOOOOOOOOOOOOOOOO... MA DAI???
GERMANIA: SAHRA DISTRUGGE LA MERKEL, SCHAUBLE, GLI USA, IL TTI...Sahra Wagenknecht, vice-presidente del Partito della Sinistra tedesco, Die Linke, fa a pezzi la politica della Merkel e di Wolfgang Schauble, con un discorso al Bundestag che non si perde in giri di parole, sottotitolato da PandoraTV. Da diffondere senza indugio! http://www.europaleaks.com/
Posted by Claudio Messora on Sabato 28 marzo 2015
RIFLESSIONI AMARE AL CIELO
Hai barattato la "democrazia" che ti da il "diritto" di "chiacchierare a vuoto" e di "votare (forse qualche volta) cedendo tutti gli altri diritti ora cosa vuoi? Preditela con chi ti ha "liberato" e chi li aiutati!
COSI GIUSTO PER RICORDARVELO!!!
Un americano/a per definizione non può mai essere colpevole in un territorio come l'Italia che è colonia degli stati uniti.
Vi ricordate la vicenda del CERMIS?
Vi ricordate la vicenda del CERMIS?
Giuseppe Turrisi
LA RASSEGNA STAMPA DEL 1° APRILE 2015
MISTER X
''10 ANNI ALMENO PER ASSORBIRE L'ATTUALE MASSA DI DISOCCUPATI NEI PAESI DELL'EURO'' SCRIVE IL FRANCESE LES ECHOS
A SORPRESA, TSIPRAS ANTICIPA DI UN MESE LA VISITA IN RUSSIA (A PUTIN) E ANNUNCIA: ''SANZIONI DELETERIE, LE VIOLEREMO''
IL 9 APRILE SARA' G-DAY: GRECIA DICHIARERA' DEFAULT SE NON ARRIVERANNO DA 7 A 10 MILIARDI DI DOLLARI (DA UE O RUSSIA?)
AIIB, GRECIA E PROFONDA CRISI OCCULTA
LA SITUAZIONE MILITARE IN UCRAINA-NOVOROSSIJA
''10 ANNI ALMENO PER ASSORBIRE L'ATTUALE MASSA DI DISOCCUPATI NEI PAESI DELL'EURO'' SCRIVE IL FRANCESE LES ECHOS
A SORPRESA, TSIPRAS ANTICIPA DI UN MESE LA VISITA IN RUSSIA (A PUTIN) E ANNUNCIA: ''SANZIONI DELETERIE, LE VIOLEREMO''
IL 9 APRILE SARA' G-DAY: GRECIA DICHIARERA' DEFAULT SE NON ARRIVERANNO DA 7 A 10 MILIARDI DI DOLLARI (DA UE O RUSSIA?)
AIIB, GRECIA E PROFONDA CRISI OCCULTA
LA SITUAZIONE MILITARE IN UCRAINA-NOVOROSSIJA
Alcune osservazioni sulla scuola italiana
L’istruzione si articola in quattro momenti: innanzitutto la lezione, che fornisce all’alunno l’impulso ad acquisire le conoscenze e le competenze – essa implica che l’insegnante abbia la loro completa padronanza, quindi sia anche capace di affascinare con il suo virtuosismo; poi l’esercitazione, in cui l’insegnamento diventa apprendimento: l’alunno vi arriva a interiorizzare le conoscenze, a capire i problemi e a possederne le tecniche di soluzione – essa è la vera quintessenza dell’istruzione, e se inizia sotto la guida dell’insegnante deve in ogni caso finire con il lavoro autonomo dell’alunno; poi la verifica, in cui l’alunno dimostra di avere appreso: di padroneggiare le conoscenze, di saper risolvere da solo i problemi – la verifica implica nell’insegnante l’attenzione all’espressività particolare delle prove e l’accuratezza della correzione in vista del progresso complessivo dell’alunno. Infine, nella valutazione delle verifiche, l’insegnante dichiara pubblicamente l’avvenuto apprendimento.
Dal punto di vista interno al processo didattico, la valutazione è il momento meno importante – sebbene pochi riescano a restare indifferenti al vanto del bel voto; da quello esterno essa resta il condensato ufficiale della didattica: dichiara ai genitori e alla società in generale che il discente ha raggiunto un determinato livello di apprendimento, che lo rende idoneo a svolgere determinati ruoli sociali. Per la società è dunque essenziale che la correttezza della valutazione sia garantita da un controllo a più livelli. Essa è controllata dal basso da alunni e genitori così che gli insegnanti si attengano a criteri oggettivi e dichiarati. Essa è controllata anche dal lato: forti differenze di valutazione tra i diversi insegnanti sono indice di errore e tendono ad essere corrette dal cosiddetto voto di consiglio. A entrambi questi controlli manca però la possibilità di rilevare se il lavoro didattico ha esposto i contenuti nella loro pregnanza o se si è tenuto sulla superficie, se l’insegnante si sia limitato a leggere i titoli o sia sceso al “perché”; infatti gli alunni, non avendo possibilità di confronto tra diversi insegnanti della stessa disciplina, identificano questa a quelli, dicono di solito che una certa disciplina è noiosa o interessante, non, come sarebbe più corretto, che l’insegnante è noioso o interessante; da parte loro, i genitori e i colleghi insegnanti non sono presenti all’azione didattica, non hanno elementi per giudicare ed è sufficiente la valutazione positiva a rassicurarli (solo pochi genitori eroici si allarmano perché il figlio non studia mai). Affinché la valutazione non sia strutturalmente scorretta così da portare a un sistema scolastico fallimentare, in cui si insegna ma non si apprende, è dunque necessario anche ilcontrollo dall’alto del lavoro didattico; solo esso può accertare se l’alunno abbia effettivamente conseguito gli obiettivi dichiarati, come dichiara la valutazione positiva, o soltanto la loro apparenza.
La scuola gentiliana effettuava questa valutazione in due modi: quantitativo, cioè se il programma fosse stato completato, e qualitativo, attraverso l’esame di stato. Se il primo modo è chiaramente insufficiente, perché fare tutto il programma non vuol dire farlo bene, nel secondo si manifesta l’inaccettabilità di quella didattica – e che l’esame di stato, tra ordini e contrordini, resista ancora oggi, per quanto annacquato in dosi omeopatiche, è indice della profonda confusione di quanto è stato fatto nella scuola italiana negli ultimi venti anni. Con la sua riforma Gentile introduce l’esame finale basato su prove scritte elaborate dal Ministero della pubblica istruzione, e su una commissione esterna che valuta le prove scritte e orali degli alunni. Poiché gli alunni sono ammessi all’esame solo in quanto il precedente scrutinio degli insegnanti interni li ha valutati almeno sufficienti, la valutazione negativa del candidato da parte della commissione esterna, di insufficienza o comunque inferiore a quella d’ammissione, può soltanto significare una doppia valutazione negativa del lavoro degli insegnanti interni: questi non avrebbero consolidato e approfondito abbastanza i contenuti didattici e inoltre avrebbero dato una valutazione esagerata del profitto dei loro alunni. Solo che a pagare questo doppio errore, vero o presunto che sia, non sono gli insegnanti interni, ma gli alunni. L’irrazionalità di questa prassi è manifesta dalla regola vigente fino a non molto tempo fa, quando l’esame aveva ancora pretese di serietà, di non esporre i tabelloni dei risultati prima che tutti i membri della commissione avessero abbandonato i locali della sede d’esame – si temevano reazioni scomposte. Se l’esame di stato ancora oggi fa notizia sui giornali, nonostante si sia trasformato in una commedia, è perché nella sua essenza contiene un’offesa elementare al senso di giustizia e alla logica della didattica, che solo il buon senso (purtroppo non così diffuso come pensava Cartesio) dei commissari impedisce che si trasformi in una vessazione gratuita.
La stessa storia della riforma Gentile conferma la natura impropria dell’esame di stato. Fu voluto con poca carità cristiana dal Partito Popolare e dai cattolici perché anche le scuole pubbliche soffrissero gli svantaggi della commissione esterna che le scuole private cattoliche dovevano accettare a fine corso affinché il loro titolo di studio avesse valore legale. Gentile li accontentò perché era suo obiettivo la formazione di una scuola severa, anzi, più che severa, esclusiva, che riservasse a un ceto ristretto il Liceo classico e i posti più elevati dell’amministrazione statale a cui quel liceo avviava. Negli anni ’20 l’Italia delle caste sociali era in pericolo: il suffragio universale concesso da Giolitti nel 1913 e ancor più il sistema proporzionale introdotto da Nitti nel 1919 avevano gremito la Camera di socialisti e di popolari; come il fascismo neutralizzò per un ventennio il parlamento, così la riforma di Gentile impedì per molto più di un ventennio che la scuola favorisse la mobilità sociale, che aprendo il mondo a chi non fosse un figlio di papà permettesse l’evoluzione della società di casta in quella di classe.
Nonostante il grave difetto di valutare il lavoro degli insegnanti valutando i loro alunni, gli esami di stato gentiliani costituivano comunque un controllo indiretto dall’alto del lavoro degli insegnanti: per anni questi si sono in genere preoccupati dei risultati dei loro alunni all’esame, sia in senso costruttivo, cercando di fare bene tutto il programma, che in senso deteriore: il membro o i membri interni hanno spesso suggerito, a volte distribuito i fogli con le soluzioni, e spesso in commissione ci sono state tensioni, addirittura colluttazioni, anche collassi. Con le riforme da Berlinguer in poi si è fatto un enorme passo indietro. Il loro presupposto socio-economico è che il settore economico privato funzioni, quello pubblico sia inefficienza e corruzione; il loro fine ultimo è distruggere la scuola pubblica per privatizzarla; il loro fine intermedio è diffondere nella scuola pubblica le pratiche proprie delle imprese private trasformando i presidi in dirigenti, gli insegnanti inanimatori e gli alunni in clienti[1]. Se il compito degli insegnanti è diventato divertire, la loro valutazione non riguarda più le conoscenze e le competenze acquisite dagli alunni, ma si riduce a un attestato di partecipazione dei clienti alle attività ricreative, e per la loro maggiore soddisfazione vige la prassi che i voti salgano fino al 10 e non scendano sotto il 6. Nonostante l’apparenza, il collasso della didattica non nasce dagli insegnanti, che certo restano colpevoli di mancata reazione, ma dai ministri riformatori, proprio da quelli che ora si attribuiscono poteri dittatoriali. Agendo dietro la cortina della ribellione sessantottina alle vessazioni della scuola gentiliana, ma in realtà sulla base dei desiderata dei gruppi finanziari impegnati nella distruzione del welfare state, essi hanno spinto la scuola italiana a sostituire la didattica curricolare con l’intrattenimento extracurricolare, la grammatica e la matematica con il giornalino e l’uscita scolastica, nell’ipotesi, caldeggiata da una nuova generazione di pedagogisti, che gli alunni potessero acquisire competenze senza accorgersene, giocando. Per anni i ministri riformatori hanno voluto che gli insegnanti non insegnassero. Quanto all’esame di stato, i riformatori non sono arrivati ad abolirlo sia perché indifferenti alla sua problematicità pedagogica sia perché l’eliminazione di quello che sembrava l’ultimo presidio del rigore avrebbe gettato una luce troppo cruda sul progetto di privatizzazione della scuola; anzi da una parte hanno dato l’apparenza di renderlo più severo imponendo che la prova orale riguardasse tutte le materie, dall’altra lo hanno reso innocuo con i bizantinismi della valutazione e raccomandando ai commissari di valorizzare quello che i candidati possiedono e di ignorare quello che questi ignorano. Nella prassi effettiva esso si è così trasformato in una commedia in cui le parti sono invertite: ora i commissari esterni, preoccupati di eventuali ricorsi, gonfiano i voti, trovando qualche debole ostacolo negli interni, timorosi di fare torto agli alunni più studiosi. In ogni caso è venuto a mancare qualunque controllo dall‘alto delle valutazioni: con questo esame di stato è possibile, e tanto più probabile quanto più è debole il senso civico degli insegnanti, conseguire diplomi con valutazioni anche elevate, senza possedere né conoscenze né abilità.
Poi si sono diffuse le prove INVALSI: si tratta di uno strumento esplicito di controllo dall’alto del lavoro didattico, che ha permesso di scoprire la situazione della scuola italiana: in generale poco lusinghiera, disastrosa nel Sud. Così il ministero e con lui i dirigenti scolastici sono stati posti di fronte al problema dei RISULTATI della didattica che avevano raccomandato. Si è però passati non alla consapevolezza di come sia didatticamente aberrante trasformare il preside in manager, l’insegnante in animatore e l’alunno in cliente: ogni ideologia cerca di conservarsi attribuendo il proprio fallimento all’inettitudine degli esecutori e all’incompletezza della propria realizzazione. Così, dopo aver implicitamente imputato alla scuola il disastro economico provocato della moneta unica europea, l’attuale governo addebita il fallimento della privatizzazione incipiente della scuola agli insegnanti, colpisce la loro indipendenza professionale degradandoli a organico funzionale e, in quanto la libertà dell’insegnamento della scienza è garantita dall’articolo 33 della Costituzione, tenta l’eversione della Costituzione. Gli insegnanti diventano dipendenti dei dirigenti ed è loro attribuito un compito impossibile. Infatti ciò che si richiede loro non è più soltanto l’obiettivo di Berlinguer, di assecondare l’estro creativo dei “giovani di oggi” assottigliando fino alla trasparenza lo spessore scientifico del loro lavoro, ma ANCHE quello di farlo così che non ne sia compromesso il raggiungimento delle competenze. Prima si chiedeva di non insegnare ma soltanto divertire, ora si chiede di non insegnare, certo, ma ANCHE di insegnare. Le chiacchiere sulla meritocrazia da parte di una ceto politico di cooptati servono dunque a insinuare negli Italiani la rassegnazione alla società neoliberista di casta, senza mobilità sociale, quale è nelle visioni dei grandi gruppi finanziari; inoltre esse coprono le responsabilità di chi, dal ministro Berlinguer in poi, ha sostenuto l’incompatibilità tra “i giovani di oggi” e lo studio severo e ha fatto della scuola un luna-park; infine trasfigurano la contraddizione del non insegnare insegnandonell’ideale del super-docente meritevole, che con la potente magia dello strumento tecnologico e della continua innovazione didattica, in uno sforzo infinito, crea competenze senza lo studio e l‘esercitazione degli alunni, ex nihilo; viceversa, l’irraggiungibilità effettiva di quell’ideale giustifica l’umiliazione professionale ed economica degli insegnanti normali, la miseria crescente e la soppressione finale della scuola pubblica.
La decadenza della scuola italiana si è insinuata tra la fine della pedagogia vessatoria gentiliana e l’inizio della pedagogia ricreativa berlingueriana, attraverso la breccia formatasi tra lo svanire di ogni forma di controllo dall’alto della didattica e l’introduzione delle prove INVALSI. Il disegno di legge derivato dalla “buona scuola” di Renzi contiene misure da una parte anti-costituzionali, in quanto consistono nell’attribuire ai dirigenti scolastici le scelte didattiche e il potere di espellere gli insegnanti dall’istituto, come se la loro docilità alle indicazioni dei ministri riformatori non avesse fatto già abbastanza danni; dall’altra irrazionali e anti-liberali, in quanto intendono non migliorare ma cambiare la scuola – come pure l’Italia. Cambiare è distruggere l’esistente e sostituirlo. La razionalità rifugge non solo dal gesto di rifiuto nei confronti dell’esistente, ma anche dall’affidare un compito sociale alla buona volontà di individui o di gruppi; essa realizza i miglioramenti valorizzando istituzionalmente le interdipendenze già presenti nella compagine sociale. Nel caso del controllo dall’alto della didattica di cui la scuola italiana è priva da Berlinguer in poi, è notevole come gli improvvisati riformatori, che siano consapevoli o meno della portata distruttiva del piano che hanno scelto di servire, trascurino il fatto che questo controllo esiste già da sempre, che non c’è affatto bisogno di novità (neppure dei test dell’INVALSI con i loro corollari indesiderabili: l’incompletezza delle discipline coinvolte, la spesa, il rischio che i quiz monopolizzino la didattica), che basta istituzionalizzarlo perché diventi efficace nella vita della scuola. Questa, infatti, si articola in fasi e ogni fase successiva esercita un controllo naturale sul lavoro svolto nella fase precedente: le scuole medie valutano il lavoro svolto dalle scuole elementari, se necessario lo precisano e lo completano, e in modo analogo si rapportano il biennio superiore alle medie, il triennio al biennio, l’università e il mondo del lavoro al triennio superiore. Questa valutazione esiste ovunque da sempre, per lo meno in forma di mormorazione contro i colleghi, raramente come ringraziamento per il buon lavoro svolto, mai come critica aperta; in generale neanche i colleghi di biennio e triennio dello stesso istituto si parlano, presentano le esigenze, lamentano gli errori. Sarebbe sufficiente che gli insegnanti dei gradi inferiori fossero informati sistematicamente dei successi e delle difficoltà dei loro ex-alunni e fossero impegnati a tenerne conto nella loro didattica, perché sia affrontato con efficacia il difetto più grave della scuola italiana. Il primo timido passo in questo senso è stato già fatto dall’indagine “Eduscopio” resa disponibile dalla Fondazione Agnelli, che ha assegnato agli istituti secondari un punteggio calcolato sui risultati nel primo anno di università degli alunni che essi hanno diplomato. Questo controllo dall’alto del lavoro didattico va però in senso contrario a tutto ciò che la scuola da Berlinguer in poi è diventata; implica infatti che non ci si limiti a pascolare gli alunni tra gli ozi extra-curricolari, ma li si impegni in un lavoroverso il loro futuro didattico ben determinato, che si rafforzi la responsabilità degli insegnanti e li si renda protagonisti, anziché abbandonarli all’indifferenza pedagogica dei manager scolastici, che gli istituti scolastici collaborino, anziché degradarsi nella reciproca concorrenza mercantile. Quando sarà esaurito il tempo di quelli che vogliono cambiare l’Italia, verrà il momento di proporre la questione.
AIIB, verso una nuova governance monetaria internazionale
L’adesione dell’Italia, della Germania, della Francia e della Gran Bretagna al processo di creazione della Asian Infrastructure Investment Bank promossa dalla Cina è indubbiamente un fatto molto rilevante nello scacchiere geopolitico.
E' il messaggio che l'Europa e il nostro Paese non intendono restare fuori dai processi importanti dello sviluppo economico globale. Non partecipare, semplicemente per seguire il sentiero stretto e isolato indicato da Washington, ci avrebbe pesantemente penalizzato sui mercati cinesi e asiatici in veloce crescita.
Sarebbe però errato limitare la valutazione soltanto alle grandi opportunità economiche. Insieme alla Banca di Sviluppo dei Paesi del Brics appena varata, l'AIIB è un altro tassello importante nel percorso per ridefinire l'intero sistema monetario internazionale.
In tutti i recenti summit del G20, da ultimo quello di Brisbane, si è ripetuta la stessa scena: i Brics con gli altri cosiddetti Paesi emergenti chiedevano una riforma della governance economica globale e un loro peso maggiore nelle vecchie istituzioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale mentre gli Stati Uniti apertamente bloccavano ogni cambiamento significativo.
Adesso invece i passi verso una ridefinizione dell'intero sistema economico, monetario, finanziario e commerciale mondiale possono e debbono essere fatti alla luce del sole.
Dopo oltre settanta anni dalla sua creazione, il sistema di Bretton Woods ha terminato il suo ciclo storico ed è arrivato il momento per creare un nuovo modello multipolare, più giusto. Solo una pericolosa miopia politica può cercare di ritardare simili profondi cambiamenti, generando inevitabilmente gravi tensioni e conflitti difficilmente gestibili.
In questo processo è centrale e fondamentale il ruolo dei Paesi europei e dell'Unione europea. Occorre essere consapevoli delle strategie necessarie per realizzare la Grande Riforma in modo da diventarne protagonisti e non attori secondari, magari in cerca soltanto di qualche business appetibile. Sembra doveroso sottolineare che senza l'Unione europea e senza un euro stabile qualsiasi tentativo di riforma rischia di deragliare o di diventare una semplice questione regionale. Si tratta, invece, di una sfida che richiede una vera maturazione del ruolo politico dell'Ue.
La Cina ha riserve in valuta e in oro per 4.000 miliardi di dollari. E' una capacità monetaria notevole ma insufficiente a portare gli Usa sul sentiero del cambiamento necessario. Un'Europa politicamente determinata potrebbe farlo. Anche la decisione inglese di partecipare all'AIIB ha una grande valenza in quanto Londra prende una posizione completamente autonoma da Washington. Ciò sta creando riverberi importanti anche in Australia, in Giappone e nella Corea del Sud. Fatto non irrilevante, considerando che questi Paesi finora si sono tenuti in linea con gli Usa
.
Circa 30 Paesi, soprattutto dell'Asia, parteciperanno alla creazione della banca, che parte con un capitale di 50 miliardi di dollari. La Russia ha già espresso il suo interesse anche se per il momento resta l'attore più attivo nella realizzazione dell'altra banca di sviluppo, quella del Brics. In questo contesto l'Unione Eurasiatica ha recentemente annunciato di voler creare una sua unione monetaria per poter giocare un ruolo importante negli scenari di sviluppo dell'intero continente euro-asiatico e fronteggiare gli attacchi speculativi condotti dopo la manipolazione del prezzi del petrolio.
Non meno importante è il fatto che l'AIIB intende essere la banca che vuole sostenere e guidare gli investimenti di lungo termine nella realizzazione delle grandi infrastrutture di cui in Asia c'è un grande fabbisogno. In tal senso sarà un partner delle banche di sviluppo multilaterali esistenti e quindi anche di quelle del Long Term Investors Club, cui partecipa anche la nostra Cassa Depositi e Prestiti.
Si pone di fatto come il fulcro di una nuova industrializzazione e modernizzazione tecnologica nelle zone dell'Asia e del Pacifico dove vive la maggioranza della popolazione mondiale.
E' quindi un modello alternativo alla fallimentare finanziarizzazione dell'economia globale e alle varie "ideologie post industriali". Il che può significare una svolta epocale.
I primi grandi progetti che intende promuovere sono legati alle Nuove Vie della Seta, quello che i cinesi chiamano "One road, one belt", cioè la grande strada di collegamento con il resto del continente fino all'Europa creando un'ampia cintura di sviluppo economico, urbano e sociale lungo il suo percorso. Negli ultimi mesi ci sono stati anche intensi contatti e collaborazioni per collegare la nuova via della seta con il corridoio euro-asiatico "Razvitie" di sviluppo infrastrutturale che collegherà il Pacifico con l'Europa occidentale attraversando e sviluppando i vastissimi territori siberiani.
E' ancora da sottolineare che, per la realizzazione di questi grandi progetti, sarà fondamentale e insostituibile la capacità industriale, tecnologica e professionale dell'Ue.
Fonte: sputnik Italia
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