venerdì 18 settembre 2020

CATASTROFICO COSMO ANTICO di SILVANO BORRUSO (archivio)

                                 CATASTROFICO COSMO ANTICO

 

Chi ha fatto l’esame di “maturità”, sia l’anno in corso sia dieci sia 50 anni fa, si chieda se abbia mai osato fare domande scomode a qualche insegnante come

Una: Perchè i giorni della settimana hanno i nomi di corpi celesti, dalla Luna a Saturno?

Due: Se gli ultimi quattro mesi dell’anno furono una volta il settimo, ottavo, nono e decimo come i loro nomi chiaramente indicano, quando è avvenuto il cambio, e perchè?

Tre: In che senso il sistema copernicano è “vero” e quello tolemaico “falso”? Dopo tutto, dalla Terra continuiamo a osservare il secondo.

Quattro: ci si dice che gli antichi conoscessero quattro elementi: Terra, Acqua, Aria e Fuoco. Questo quarto “elemento” sarebbe stato rubato agli dèi da Prometeo, punito dalle aquile che gli mangiavano il fegato. Perché agli dèi proprio questo e non gli altri?

Cinque: Il Pharos di Alessandria fu una delle sette meraviglie del mondo antico. La sua luce si captava a 100 miglia dalla costa. Le immagini (moderne) del Pharos mostrano fumo e fiamme uscire dall’abitacolo superiore. Ma nessuna luce prodotta da combustibili terrestri è visibile da poche decine di metri, figuriamoci poi da 100 miglia. Che luce emetteva il Pharos?

Sei: Carete di Lindos, a Rodi, costruì il Colosso, una statua bronzea alta 30 metri (o più secondo le fonti). Oggi una statua così sarebbe oltre le possibilità di fonderie industriali. Che tecnologia aveva Carete a sua disposizione?

Sette: le Piramidi sono l’unica delle sette meraviglie del mondo antico ancora in piedi. Non portano una sola iscrizione che ne indichi le funzioni. A che cosa veramente servivano?

Se quindi chi ha “superato”, come crede, l’esame di “maturità”, non ha mai fatto le domande di cui sopra, o per non ritenerle importanti o per non inimicarsi i professori (o peggio le professoresse), quello che ha raggiunto non è affatto maturità ma un guazzabuglio di nozioni slegate tanto dalla realtà quanto l’una dall’altra.

Il discorso da fare è un altro, ma non imponendo al mondo antico i parametri della “cultura” occidentale “moderna”; va fatto ascoltando quello che gli antichi ci vanno ripetendo ad nauseam da secoli, ma stranamente continuando ad essere marginalizzati, tergiversati, mal capiti, e ritenuti prodotti di menti “primitive” “sotto-evolute”, “ignoranti” eccetera. Cosa tentano di dirci costoro?

Un Altro Cosmo

I sonnolenti accademici delle torri di avorio malchiamate “università”, vennero un giorno non lontano improvvisamente svegliati da una bomba che esplose in faccia a geologi, astronomi, paleontologi, storiografi, geografi ecc., e le cui schegge, penetrate in profondità, sono ancora da rimuovere.

La bomba fu la pubblicazione, nel 1950, di Worlds in Collision di Immanuel Velikovsky (1895-1979). Questi, psicologo, era estraneo alla comunità scientifica, proprio come lo era stato William Herschel (1738-1822), di professione oboista. Mentre però la sua identificazione della Via Lattea come la nostra galassia era stata accettata a denti stretti dagli astronomi degli anni 1780[1], il libro di Velikovsky venne accolto con una furia degna di miglior causa. L’eccitazione fu tale che l’editore MacMillan fu minacciato con il boicottaggio dei suoi libri di testo a non ritirare WiC dalla circolazione. Il ricatto ebbe successo. I diritti furono ceduti a Doubleday, che continua a pubblicare WiC e a guadagnarci su.

Velikovsky venne coperto di contumelie (e continua ad esserlo), ma il suo spettro, come quello di Banquo, non se ne va. Il suo libro non fece che rivivere la dottrina catastrofista, morta, come si credeva, da più di un secolo. Non solo WiC è ancora in stampa, ma le scoperte geologiche ed astronomiche da allora non fanno che aggiungere munizioni di guerra all’artiglieria del numero crescente di neocatastrofisti.

Perchè tanto scalpore? Per le risposte sorprendenti e inaspettate a domande che durante gli ultimi 300 anni si erano andate separando, nascondendosi negli schedari di discipline diverse.

        Riassumiamo il pensiero di Velikovsky con una serie di botte e risposte.

D.         Cosa ha formato la superficie della terra come la vediamo oggi?

R.         Catastrofi.

D.         Causate da chi?

R.         Dagli déi.

D.         Che déi?

R.         I pianeti: Saturno, Giove, Mercurio, Venere e Marte, più uno che si sarebbe disintegrato in una collisione cosmica.

D.         Come lo sappiamo?

R.         Perchè le fonti storiche di tutte le nazioni lo raccontano. Siamo abituati a chiamare codeste fonti “miti” perchè abbiamo perduto la chiave della loro interpretazione. Lo sappiamo anche perchè le catastrofi hanno lasciato la loro firma non solo sulla superficie terrestre ma anche su quelle di tutti i corpi celesti coinvolti.

D.         Ma come possono i pianeti aver causato tutti questi sconvolgimenti da distanze così enormi?

R.         Le distanze sono enormi oggi, ma nell’antichità, e fino a quando non si stabilirono in orbita come li vediamo oggi, le orbite planetarie si intersecavano regolarmente, scombinando e sconvolgendo la Terra non una, ma diverse volte.

D.         E quando si sarebbe assestato il Sistema Solare nell’ordine odierno?

R.         Verso la fine del secolo VIII a.C.

Questo il nocciolo del catastrofismo planetario. Lo si può cominciare a verificare dando un’occhiata a un mappamondo veritiero, cioè che non nasconde il fondo degli oceani sotto una ingannevole coltre di colore più o meno blu. Le spaccature che solcano le profondità marine da polo a polo lasciano sbigottiti, tanto più quanto più uno abbia famigliarità con l’argomento che ci occupa.

Se oltre alle spaccature sottomarine si presta attenzione a quelle di terraferma, entrambe con sollevamenti in contropartita, non è difficile immaginare come la Terra sia stata capovolta, bruciata, inondata, colpita da scariche elettriche di dimensioni cosmiche, tempestata da asteroidi e rottami cosmici assortiti,  e scossa da terremoti globali di vari ordini di grandezza più intensi di quelli sperimentati oggi.

I continenti si sollevarono e sprofondarono, immensi tratti di foreste in fiamme coperte da sedimenti divennero carbone fossile, le rocce si fusero, gli oceani evaporarono riprecipitando in miscugli di ghiaccio surgelato e torrenti d’acqua, e niente di strano che popolazioni di esseri umani, di animali e piante di tutti i tipi venissero distrutte: li chiamiamo “fossili”, ma non sono che resti incastrati in sedimenti solidificati.

Fenomeni come catene montagnose, faglie di carreggiamento, vulcanismo, e tutta una gamma di indovinelli geologici ancora inspiegati in termini di uniformità, vengono inseriti di colpo nel gran fiume della storia. L’uomo fu testimone oculare di codesti sconvolgimenti, e ne lasciò ricordi, scritti e pittorici, moltissimi dei quali esistono tuttora. Possiamo leggerli, e con le chiavi opportune capirli e interpretarli.

Le sonde interplanetarie che dal 1950 ad oggi fotografano i componenti del Sistema Solare nei minimi particolari non fanno che portare acqua al mulino del catastrofismo, lasciando evoluzionisti e uniformitari a bocca aperta ad ogni rivelazione.

Elettricità come Fattore Unificante aggiunto alla gravitazione

Alla scoperta dell’elettricità, a cavallo dei secoli XVIII e XIX, la fisica si era sviluppata senza di essa, per cui non pochi pensarono che avrebbe potuto continuare a farlo.

 


Il secolo XIX vide uno sviluppo straordinario di questo fenomeno, capace di forze 39 ordini di grandezza superiori alla gravità, ma che la scienza convenzionale continua a disattendere. Dal 1950, l’anno di Velikovsky, se ne sono fatte di ricerche, ma da non addetti ai lavori. Questi homines novi stanno pazientemente ricostruendo un puzzle il cui tassello più significativo si è rivelato la figura rappresentata qui sopra. Cos’è?

Prima di rispondere, torniamo al mondo antico. Oggi si distingue tra “elementi” definiti chimicamente, e “stati della materia” noti come solido (terra) liquido (acqua) gas (aria) e fuoco (plasma). E’ quest’ultimo che ci interessa, giacché benché notissimo, è poco capito.

Si chiama plasma la somma praticamente infinita di cariche elettriche che riempiono il cosmo. Positive o negative, ionizzate o no, costituiscono un miscuglio di potenziale energetico infinito. È un moto perpetuo, ma disorganizzato a meno di non riuscire a convogliare cariche di uno stesso segno lungo una stessa direzione.[2]

Il plasma esiste in tre modalità: oscura, nella quale viviamo giornalmente senza accorgercene; fluorescente, visibile in natura nelle aurore boreale e australe, e in una immensa congerie di tecnologie come le lampade al neon, il fuoco ordinario, ecc. La terza modalità è l’arco voltaico, visibile in natura nel Sole, nei fulmini, e in tecnologia nella saldatura autogena. È importante capire che le tre modalità sono stadi dello stesso fenomeno, non fenomeni di specie diversa.

Vediamone il meccanismo: ogni pianeta è circondato da un involucro di plasma in modalità oscura. Coalescendo con l’involucro di un altro pianeta ad una certa distanza critica, i due involucri passavano a modalità fluorescente dovuta ad eccesso di cariche. Per Marte, che ha una massa di 0,15 volte quella della Terra, codesta distanza si aggirava attorno ai 100mila kilometri, un quarto della distanza Terra-Luna. Fluorescendo, il plasma acquisiva forme strane variamente descritte nelle varie culture come Gorgona, Medusa, Dragone (cinese), e tante altre rappresentate in petroglifici di tutti i continenti.

Una di codeste forme è l’Ometto Accovacciato, tracciabile nella figura di cui sopra. Per secoli le teorie più bizzarre circa il suo significato hanno occupato mitologi, letterati, filosofi e dotti in tutto lo scibile tranne che nella fisica del plasma, che solo nel 2007 ha svelato la natura dello strano ometto riprodotto in migliaia di petroglifici sparsi per il mondo.

Lo scopritore è il fisico americano Anthony Peratt (1940-) sostenitore dell’elettricità come tipo di energia che governa l’universo, relegando la gravità al secondo posto. Orbene, nel 2007 Peratt, che aveva già catalogato centinaia di Ometti Accovacciati, se ne vide apparire uno in laboratorio, a scala maneggevole.

L’Ometto Accovacciato è quindi lo spaccato longitudinale di un plasmoide, riprodotto da tutti i popoli dell’antichità che non a torto lo consideravano una divinità malevola al punto di scattare dalla modalità di plasma fluorescente a quella di arco voltaico.

Quando l’Ometto Accovacciato appariva nei cieli con dimensioni allarmanti, era tempo di rifugiarsi per non rischiare non tanto l’incenerimento quanto la completa ionizzazione, cioè la sparizione nel nulla indotta da temperature dell’ordine di decine di migliaia di gradi.

Ne vedremo alcuni particolari. Qui va sottolineato che aver identificato l’Ometto Accovacciato con una forma particolare di plasma in modalità fluorescente è il certificato di legittimità più inoppugnabile del catastrofismo planetario. Il circuito è chiuso. Non è più possibile negarlo con interpretazioni più o meno fantasiose.

Diciamo d’acchito che in questo scenario l’evoluzione diviene di colpo ridondante. I plurimilioni di anni che ancora distraggono scienziati e scientisti di varie leghe da 200 anni a questa parte vengono spazzati via come il prestidigiatore che rimuove la tovaglia da una tavola apparecchiata lasciandovi su le stoviglie. Per di più, il tassello finalmente in posizione ci permetterà di interpretare il mondo antico secondo i suoi parametri reali, cioè forniti da testimoni oculari senza distorsioni dovute a percezioni difettose soprannominate “miti”.

Tutta una gamma di discipline apparentemente scollegate: mitologia, geografia fisica, storia antica, archeologia, astronomia e fisica del plasma si erano sviluppate in compartimenti stagni, ognuna per conto suo. La visione catastrofista permette di farle convergere.

Politeismo e Monoteismo

La vexata quaestio del titolo si risolve scrutando Le Antichità Giudaiche di Flavio Giuseppe, il quale scrive:

Abramo fu il primo a rendere pubblica la nozione che vi fosse un solo Dio, creatore dell’universo; e che gli altri déi, se proprio contribuivano qualcosa alla felicità degli uomini, lo facevano ognuno di essi per incarico ricevuto da Dio, non per iniziativa propria. Questa opinione la derivò Abramo dalle mozioni irregolari visibili a terra e a mare, nonché nel Sole, la Luna e gli altri corpi celesti. Ragionò Abramo: “Se codesti corpi avessero potere proprio, regolerebbero i loro movimenti da sé; ma non lo fanno, quindi è chiaro che se proprio agiscono in favore nostro, non è per abilità propria, ma perché obbediscono a Chi dà loro ordini, e a cui dobbiamo noi rendere onore e ringraziamento.” Per queste dottrine i Caldei e altre genti della Mesopotamia lo attaccarono violentemente, cosicché pensò bene di emigrare, e per comando di Dio e con il suo aiuto si recò in terra di Canaan.[3]

Si noti che Giuseppe non nega l’esistenza degli dèi; li identifica con i corpi celesti, i pianeti. In questa luce, il ragionamento di Abramo non fa una grinza, come non la fanno gli Hindu che ancora oggi praticano il politeismo ma senza più avvertirne il significato. Il panteon Hindu continua infatti ad elencare i pianeti, ma con una multiplicità di nomi che ne rende il districarli impossibile. In ogni caso politeismo e monoteismo sono ancora con noi, a 2700 anni dalla fine subitanea dell’Era delle Catastrofi come vedremo.

Tolomeo v. Copernico

Claudio Tolomeo era astronomo nonché astrologo. Ai suoi tempi la distinzione era divenuta necessaria, ma durante l’Era delle Catastrofi, terminata nove secoli prima, le due scienze coincidevano. Gli astrologi erano tutt’altro che ciarlatani. Il loro compito era predire quanto più accuratamente possibile il passaggio di un corpo celeste a distanza critica tale da far scoccare la modalità di arco voltaico, capace di ionizzare tutto al suo passaggio, anche le rocce, lungo una traiettoria di Grande Circolo.[4]

L’Astronomia rimase una delle quattro parti del Quadrivio medievale. Avendo perduto il Trivio, e con esso le nozioni di logica, si parla di “verità” e “falsità” di geo-ed eliocentrismo senza capire né i principi né il metodo di studio di codesti fenomeni. Andiamo per ordine.

Primo: nell’universo tutto si muove.

Secondo: per misurare qualsiasi movimento, è necessario un punto fisso dal quale far partire gli assi di riferimento x, y, z.

Terzo: la posizione del punto fisso non è privilegiata: la si può scegliere dovunque detti la convenienza di chi misura.

Claudio Tolomeo (c.100-160) lo mise sulla Terra, istituendo il sistema geocentrico. Nicolò Copernico (1473-1543) lo mise sul Sole. Che differenza c’è?

Il geocentrismo deve fare uso di tre tipi di equazioni per descrivere i movimenti planetari: uno per il Sole e la Luna, uno per i pianeti interni Mercurio e Venere e uno per i pianeti esterni da Marte in fuori. L’eliocentrismo fa uso di una sola equazione per dar conto dei movimenti planetari dalla Terra in fuori. A voler poi mettere il punto fisso fuori dal Sistema Solare, si farebbe uso di una equazione per il Sole e di un’altra per i pianeti del sistema.

Pertanto la questione di “vero” o “falso” è oziosa. Si è in pura relatività (non-Einsteiniana).

Qui vanno particolareggiati i movimenti della Terra, senza capire i quali è impossibile ricostruire la storia antica, e pertanto l’Era delle Catastrofi.

I Movimenti Terrestri

Tralasceremo le conosciutissime rotazione attorno a un asse e rivoluzione attorno al Sole per concentrarci sugli altri due.

La precessione (di equinozi, solstizi ecc.) venne scoperta e descritta da Ipparco di Nicea nel secolo II a.C. Se ne accenna a scuola, ma troppo superficialmente per l’importanza come uno dei fattori chiave per capire cosa veramente succedeva nei turbolenti secoli del cosmo antico.

L’asse di rotazione della Terra è inclinato di 66o 30’ rispetto all’eclittica[5]. Postulando un asse terrestre perpendicolare a questa per definizione, e chiamandolo asse di precessione, i due assi: rotazione e precessione, formano un angolo di 23o 30’. Ipparco scoprì che il primo asse descrive un cono attorno al secondo, al ritmo di un grado ogni 72 anni, e quindi di 360 gradi ogni 25 800 anni.

Chiunque abbia dato il nome di Tropico del Cancro alla linea di latitudine 23o 30’ N, il significato è chiaro: il 21 giugno, solstizio di estate, la costellazione del Cancro, la Terra e il Sole formavano una linea retta.

Oggi non lo fanno più. Al solstizio di estate la linea Cancro-Sole-Terra forma un angolo di ~140o, indicando che l’inizio del movimento di precessione ebbe luogo circa 2700 anni fa, la fine dell’Era delle Catastrofi. Da allora, al ritmo di un grado ogni 72 anni, l’allineamento cambia unidirezionalmente.

La disattenzione con cui il catastrofismo viene trattato non permette di districare se non i sommi capi del bandolo della matassa, ma vale la pena farlo anche sapendo di non azzeccarla al 100%. Pertanto i fenomeni seguenti verranno trattati singolarmente, non in sequenza cronologica come sarebbe desiderabile ma per il momento impossibile.

A suo tempo identificheremo, anche se non con precisione, cosa interruppe le catastrofi cicliche dando origine all’Era della Tranquillità come la conosciamo. Va premesso che tutte le catastrofi ebbero l’elettricità come protagonista e la gravitazione come deuteragonista.[6]

Qui va inserito il quarto movimento terrestre: si tratta di un barcollìo dei Poli appena percettibile, ma misurato giornalmente dall’osservatorio astronomico di Parigi. Il movimento descrive un circuito molto irregolare di circa 15 metri di diametro, misurabile a partire dagli anni Settanta del secolo scorso con l’aiuito di satelliti artificiali.

Un dondolio dei Poli postula l’esistenza di un asse terrestre equatoriale, che fa da bilanciere a due emisferi in equilibrio di massa.

È relativamente facile identificarli: un asse che attraversa la sfera terrestre dal Lago Vittoria in Africa all’Oceano Pacifico equilibra le masse continentali a E e W del meridiano 32°E. Codesto meccanismo, generalmente ignorato, è in condizioni di spiegare tutta una gamma di fatti storici e geografici altrimenti condannati a rimanere misteriosi.

Erodoto racconta:

I sacerdoti egiziani asserivano che da quando l’Egitto è un regno, quattro volte in questo intervallo di tempo il Sole cambiò direzione. Due volte sorse dove ora tramonta, e due volte tramontò dove ora sorge.[7]

Nonostante tentativi rocamboleschi di far combaciare il testo di Erodoto con la scienza moderna, il passaggio rimane “la disperazione dei commentatori” nelle parole di Alexander von Humboldt (1769-1859). Esiste un movimento che possa dar conto del testo?.

  Il movimento esiste. È quello di una trottolina autocapovolgentesi[8], illustrata qui sotto.




Impartendo un movimento rotatorio nella posizione ritrattata, in pochi secondi la trottolina si capovolge senza sforzo. La rotazione continua nella direzione di prima, ma con i poli invertiti. La Terra non ha un perno a cui impartire una rotazione, ma non sarebbe difficile postulare un impatto di un corpo celeste di dimensioni atte a causare codesto movimento a una latitudine di circa 45o, che se non troppo forte intercambierebbe l’Equatore con i poli, ma se forte abbastanza li invertirebbe, descrivendo quello che asserisce Erodoto.

Il quale non è il solo a fare una tale affermazione. Lo accompagnano le tradizioni meso-americane, cinesi, nordiche, e chi più ne ha più ne metta. Tutte codeste tradizioni asseriscono esservi state cinque età del mondo o giù di lì, separate da catastrofi con  il fuoco o l’acqua come agenti di distruzione e di rigenerazione.

Questo come visione generale. Ma anche episodi particolarri sono assegnabili al quarto movimento terrestre.

Il più famoso (nonchè misinterpretato) è l’arresto del Sole da parte di Giosuè, che ha fatto scorrere fiumi di inchiostro, allo stesso tempo dando immeritati elogi ed altrettanto immeritati biasimi ad attori completamente ignari di quello che realmente successe nei cieli dell’Età delle Catastrofi, durante la quale avvenne il famoso episodio. Analizziamo.

Il testo biblico (Giosuè 10:11 ss) dice tre cose:

1.      Una scarica cosmica di sassi immensi uccise più Madianiti di quanto non facessero gli armati di Giosuè;

2.      Il Sole obbedì Giosuè, fermandosi nel cielo;

3.      Lo fece anche la Luna, fermandosi nella valle di Ajalon.

Ora, non sarebbe scientifico concentrarsi su uno dei tre fenomeni lasciando disattesi gli altri due. O si considerano insieme, o non è possibile far senso di nessuno.

Non è credibile che il Sole possa fermarsi assolutamente, come considerato più sopra. “Fermo” può solo voler dire “rispetto al punto di osservazione di Giosuè, cioè al 34o N di latitudine circa.

Che si sia fermata anche la Luna ci dà la chiave per un’intepretazione corretta: non si fermò nessuno dei due corpi celesti. Era la Terra che subiva un movimento anomalo (il quarto) o in seguito alla gran scarica di sassi la cui massa combinata fu capace di destabilizzarne il moto abituale, o in seguito al passaggio troppo ravvicinato di Baal (Marte) o ai due fenomeni insieme.

Dal lato opposto da dove si trovava Giosuè bisognerebbe trovare una cotroprova, e così è: racconta Bernardino de Sahagún (1499-1590) che in America Centrale durante una catastrofe “il Sole sorse un poco sull’orizzonte e colà si fermò senza muoversi. Lo stesso fece la Luna”.

La Terra si inclinò, ma non si capovolse. Rimangono indatati i quattro capovolgimenti che segnarono le varie età del mondo.

La mitologia ci viene incontro con la storia del ratto di Europa da parte di Giove.

Notiamo d’acchito che i nomi “Europa” e “Arabia” sono due ortografie dello stesso termine “Erev” che vuol dire “terra di ponente”.

Il mito racconta che Zeus, invaghitosi della vergine Europa figlia di Agenore re di Sidone, assunse forma di toro, la convinse a sederglisi sul groppone, e nuotando verso Ovest la portò all’isola di Creta della quale divenne regina.

Abbiamo tutti gli elementi che danno conto di un capovolgimento della Terra completo attorno al quarto asse. Giove sarebbe stato il pianeta responsabile. Europa e Arabia sono l’Est che diviene Ovest.

Quando sarebbe avvenuto ciò? Agostino, in De Civitate Dei,[9] mette l’evento dopo l’Esodo e prima della morte di Giosuè, ma senza mostrare di capire il fenomeno catastrofico

La visione catastrofica, anche senza averne tutti i particolari, permette una descrizione plausibile dell’episodio di Giosuè, senza tirare in ballo il geo- o l’eliocentrismo, che entrano nei due casi come i cavoli a merenda.

Descrizioni del globo terracqueo “che si muove avanti e indietro, destra e sinistra, su e giu, barcollando nelle sei direzioni” fa parte del Timeo di Platone tra i vari testi della letteratura catastrofica di tutto il mondo.

Esempi del Sole che inverte parzialmente il corso sono non solo biblici (Is 38:6-8 e 2Re 20:9ss) ma anche del Tieste di Seneca e altrove. Questi piccoli ma significativi esempi servono solo a stuzzicare la curiosità di chi ha voglia di penetrare in profondità nelle tradizioni del mondo antico e con esso nel paradigma catastrofico.

Mentre il quarto movimento terrestre ci permette di render conto di tutta una serie di enigmi, il terzo, la precessione degli equinozi, permette di fissare se non l’inizio, per lo meno la fine dell’Era delle Catastrofi.

Storia e Areografia[10]

Per captare l’importanza del catastrofismo planetario è indispensabile uno studio un po’ approfondito del pianeta Marte, che ebbe un ruolo di primo piano nell’Era Catastrofica, e che una istruzione più soddisfacente potrebbe far conoscere meglio.

Partiamo dalle dimensioni: se alla Terra assegnamo le dimensioni di una palla da tennis, a Marte vanno date quelle di una palla da golf, circa la metà. Ma essendo meno denso della Terra, la sua massa arriva a poco più del 10% di essa. Alla stessa scala la Luna ha le dimensioni di una comune biglia di vetro. Le dimensioni reali sono facilmente reperibili in Rete. E’ l’areografia che riserva sorprese, e della quale bisognerà dare ragione quanto più completamente possibile. Ecco il pianeta rosso in tutta la sua maestà:

 



La scala verticale è esagerata di 200x. Il polo Sud è a sinistra, una macchia bianca appena visibile. La spaccatura dall’alto in basso sono le Valles Marineris, un sistema di canyons fotografato per la prima volta nel 1971-72.

Qui cominciano le sorprese: Marte, con un diametro di 6800km,  sfoggia una spaccatura lunga 4000km e profonda da sette a dieci, più grande di qualunque configurazione geografica esistente. L’orientamento è equatoriale, Est-Ovest.

Le sorprese continuano con l’osservazione di quattro vulcani: Olympus Mons, il più grande, è alto 27mila metri, tre volte il Monte Everest. Gli altri tre, Ascreus, Pavonis e Arsia, sono più alti di qualsiasi vulcano terrestre. I fianchi di Olympus non sono scoscesi: l’angolo è attorno al 2-5%. Per gli altri tre il gradiente arriva al 28%.

Insieme ai quattro vi è un discreto numero di vulcani minori, tutti dallo stesso lato. Non vi sono catene montagnose.

La configurazione più asimmetrica è l’emisfero Sud, che appare come impallinato da un fucile da caccia cosmico. Mostra migliaia di crateri superimposti fino a due-tre volte. Il 91% di codesti crateri stanno tutti dallo stesso lato. Una minoranza ha ricevuto un nome.

È evidente che forze immani hanno cooperato nel produrre queste configurazioni. La firma di eventi catastrofici è dappertutto.

Cominciamo con una visione d’insieme dell’Età Catastrofica.

La Visione Ciclica della Storia


Fiumi di inchiostro sono stati fatti scorrere per giustificare la visione ciclica che gli antichi avevano della storia. Non perderemo tempo a riportare gli argomenti, ma lo impiegheremo a giustificare quella visione. La storia era ciclica, ma non nel senso che gli eventi di un tempo si ripetessero con reincarnazioni di eventi precedenti. I cicli erano di distruzione e di rigenerazione, che per tutta l’Era Catastrofica avvenivano a intervalli regolari.

Nel diagramma di sopra vengono riportate tre orbite:

·         Marte con rivoluzione di 720 giorni, estremamente eccentrica (perielio di 100 milioni di km, afelio di 400 in cifre rotonde);

·         Terra con rivoluzione centrica di 360 giorni, in risonanza di 1:2 con Marte;

·         Venere con rivoluzione di 225 giorni, in risonanza di 5:8 con la Terra e 5:16 con Marte.

Si osservino le intersezioni. Ogni due anni l’orbita di Marte intersecava quella della Terra, entrandovi ad Ottobre per uscirne a Marzo,[11] e quella di Venere entrandovi a Gennaio per uscirne a Febbraio. Perchè un incontro ravvicinato, e pertanto pericoloso, potesse avvenire, non bastava che le orbite si intersecassero; bisognava che i due pianeti coinvolti si trovassero vicini al punto di intersezione a meno di 100mila km di distanza reciproca.

L’orbita di Giove e quella di Saturno, in risonanza con la Terra di 12:1 e di 30:1 rispettivamente, non erano da trascurare. Quando i due pianeti giganti erano a 180o l’uno dall’altro potevano modificare l’orbita di Marte e quella terrestre, aggiungendo –o sottraendo- distanze critiche che portavano allo scoccare del plasma a modalità di arco.

Tutte le culture antiche monotonamente riportano i numeri 54, 108 e 540 come intervalli catastrofici, alcuni in monumenti immensi –e ben conservati- come quello di Angkor Wat in Cambogia; o in epiche nazionali (Valhalla), rosari buddisti, elementi architettonici (gradini, colonne) ecc.

54 anni sono praticamente due generazioni. Astrologi, indovini, prognosticatori eccetera,  avevano il compito di tenere vive nella memoria collettiva le occorrenze catastrofiche, per evitarle e sopravvivere.

Come? Rifugiandosi in caverne, anche scavate da mano d’uomo, e tutte con le stesse caratteristiche: una piccola entrata ma una grande capacità, così da far rifugiare folle non piccole di uomini, donne e bambini durante le poche ore del passaggio di Marte nei cieli.[12]

“L’uomo delle caverne” era un rifugiato da disastri cosmici, non un semi-scimmione in evoluzione da bruto a Homo sapiens.

La risonanza garantiva la regolarità degli incontri: minori o medi ogni 108 anni (54 a marzo e 54 ad ottobre), e megacatastrofici ogni 540 anni.

Questo movimento regolare ebbe un principio e una fine, sui quali ci soffermeremo.

Calendari

Dal XV all’VIII secolo a.C. tutti i calendari dell’antichità avevano un anno di 360 giorni. Un mese e una lunazione erano entrambi di 30 giorni. Alla Mecca, nell’Arabia pre-islamica, si adorava un circolo di 360 idoli rappresentanti ognuno un giorno dell’anno, che Maometto si sentì in dovere di distruggere. Ecco perchè il circolo lo si divide ancora oggi in 360 gradi. Dal secolo XXIV al XV a.C. c’è ragione per postulare un anno ancora più corto (260 giorni secondo fonti mesoamericane) ma la questione esula da questo trattamento.

Quel che ci interessa è il calendario romano, alla morte di Romolo anch’esso di 360 giorni, ma di dieci mesi. La seconda metà dell’VIII secolo a.C. fu caotica a tal punto da non potere ancora oggi ricostruirne la cronologia. Fu Numa Pompilio secondo Re di Roma a riformare il calendario, aggiungendovi i mesi di Gennaio e Febbraio ma lasciando gli altri con i vecchi nomi. Ecco spiegata l’anomalia della seconda domanda.

 

Cominciamo quindi con il Diluvio, innescato dall’intrusione di un corpo celeste di dimensioni marziane, che avrebbe descritto due rivoluzioni attorno alla Terra, per disintegrarsi immediatamente dopo, con tre effetti:

1.      La formazione delle due catene orogenetiche terrestri: la Circumpacifica dalle isole Aleutine alla Terra del Fuoco, e la Himalayana-Caucasica-Alpina-Pirenaica. Scariche elettriche interplanetarie a distanza ravvicinata avrebbero fatto sorgere queste due catene in questione di ore e minuti, non di fantomatici milioni di anni.

2.      La disintegrazione di questo intruso (forse l’Elettra della mitologia greca) avrebbe impallinato il pianeta rosso. Parte dei frammenti ne aumentarono la massa; parte andò a formare la cintura di asteroidi attorno al Sole, parte attorno a Giove e parte attorno a Marte stesso e alla Terra.

3.      Un certo numero di frammenti colpì la Terra, sfondando l’allora sottile crosta e facendo zampillare enormi colonne d’acqua che raggiungendo altezze stratosferiche causò l’innalzarsi delle acque sulla superficie terrestre, inondandola al 100%. La pioggia torrenziale che ne risultò completò il fenomeno, ma non ne fu la causa primaria. Il raffreddamento di quest’acqua fino a ± -120oK fece coprire i poli magnetici con coltri di ghiaccio surgelato, responsabile per la morte istantanea dei grandi proboscidei e ancora oggi reperibili sulla superficie della Groenlandia, l’Antartide e tra strati geologici presenti nella calotta canadese, nonchè in grandi laghi interni ai continenti, che da allora si vanno prosciugando.

4.      Una quantità considerevole di codesto ghiaccio andò a formare gli anelli di Saturno, che tradiscono la loro natura con una riflettività non duplicata altrove nel sistema solare.

Astronomia v. Astrologia

La frequenza di codesti avvenimenti catastrofici è calcolabile approssimativamente  analizzando non solo la letteratura antica ma anche i movimenti odierni dei pianeti.

Oggi il pianeta Marte conserva un’orbita eccentrica, dove afelio e perielio variano di decine di milioni di kilometri l’uno dall’altro. La sua orbita è di 687 giorni, quella della Terra di 365.25 giorni, un rapporto di quasi 2:1. Ogni due anni infatti il colore rosso aumenta di intensità da dovunque lo si osservi.

Ma fino alla fine dell’VIII secolo a.C. le due orbite erano in risonanza di 2:1: Terra 360, Marte 720 giorni. Giove era in risonanza di 12:1, Saturno di 30:1.

L’orbita catastrofica di Marte intersecava quella della Terra una volta ogni due anni, entrando ad ottobre e uscendo a marzo-aprile.

La fine dei fenomeni catastrofici avvenne nel 701 a.C. (o il 687 a.C.) quando Venere entrò in lizza, incrociando le orbite marziana e terrestre dentro i limiti delle distanze critiche. Venere diede una spintarella a Marte, la cui orbita si spostò da dentro a fuori di quella terrestre.[13]

Il risultato fu un cambio di orbita terrestre da 360 a 365.25 giorni annuali, e come contropartita un restringersi di quella di Marte da 720 a 687 giorni. Le orbite dei tre pianeti non si intersecarono più, dando origine all’Era della Tranquillità come la conosciamo oggi.

Roma conobbe le ultime due catastrofi, la prima con Romolo e la seconda con Numa come abbiamo visto. Le conobbe anche Isaia, la prima da giovinetto e la seconda da anziano. Rileggendo in chiave catastrofica i testi biblici, specialmente Giobbe e Re, ci si comincia a fare un’idea di quello che fu la storia antica dell’umanità.

Dal suddetto si deduce che errore madornale sia stato il rifiuto assoluto dei rappresentanti della fede cristiana primitiva di dialogare con il paganesimo. Questo errore lo si paga ancora oggi con ignoranze abissali in questioni di storia e geografia antiche, traduzioni strampalate di testi biblici, pezzi di scibile immaginario come la mitologia, cronologie in disordine totale, e tant altri eccetera che mi auguro stimolino la curiosità di ricercatori e studiosi genuini.

Miscellanea Catastrofista

Nella geografia dei due emisferi terrestri è possibile percepire differenze notevoli tra l’Africa al centro dei capovolgimenti del pianeta, rispetto all’Asia e America, alle estremità degli stessi.

L’Africa ha la piattaforma continentale più stretta, in alcuni punti a non più di 300m dalla sponda. Per cui tutte le isole che la circondano sono oceaniche, cioè con piattaforme indipendenti (eccetto Socotra, accanto al Corno);

L’Africa ha mantenuto una fauna di grandi mammiferi, che invece sono stati spazzati via dagli altri continenti;

Le configurazioni geografiche africane non mostrano gli impatti devastanti di ondate catastrofiche che hanno formato tali configurazioni tanto in Asia quanto in America meridionale;

L’Africa è stata però sottoposta a scariche elettriche di portata cosmica, come quella che ha spaccato il continente in due placche tettoniche, l’Africana a ovest e la Somala ad est della Grand Rift Valley, che si estende per 5mila chilometri da Baalbek in Libano al Mozambico. Un altro importante passaggio planetario inaridì in un solo colpo il Sahara e il Gran Deserto arabico, un tempo Arabia Felix ma non più.

Del grande lago Triton che fu un tempo il Sahara rimasero falde acquifere profonde, che l’iniziativa di Gaddafi aveva sfruttato facendone arrivare l’acqua alle zone di consumo prima che i bombardamenti NATO le distruggessero.

Eccetera. Un’attenta analisi può condurre molto più in là dei commenti sovrastanti.

La faglia di carreggiamento conosciuta come Great Glen, dritta come una freccia spacca in due la Scozia, formando una serie di laghi tra cui Loch Ness. Osservando con visione catastrofista è possibile notare come la parte occidentale sia stata catapultata da forze immani nella direzione SW – NE, lasciandosi dietro una enorme quantità di rottami, divenuti le isole Ebridi, interiori ed esteriori. Tra queste emergono rimanenze piroclastiche impressionanti, come l’isola di Staffa e quella di Mull, che fu un vulcano esploso una volta per tutte al tempo della formazione.

Il mare Egeo, quello “scuro come il vino” di Omero, mostra anch’esso la firma delle catastrofi. Le isole Cicladi, estese a SE della penisola Achea, sono chiaramente un promontorio sprofondato nelle acque marine. Si trova un esempio corroborante nelle Filippine, con una forma simile ma di dimensioni maggiori.

La penisola italiana non è da meno: i laghi di Bracciano, Bolsena e Trasimeno, benchè non allineati secondo un Gran Circolo, sono equidistanti, quindi possibilmente formati da asteroidi del tipo di quelli che colpirono i Madianiti che combattevano Giosuè. Diodoro Siculo relata l’apertura catastrofica dello Stretto:

Al suo punto più stretto l’istmo venne colpito dalla violenza delle onde nei due fianchi, cosicché un varco (rhegma) venne aperto. Ecco perchè la località venne nominata rhegion, così come la città costruita nello stesso luogo (Rhegion, oggi Reggio Calabria). Alcuni, però, dicono che ebbe luogo un potente terremoto, che sfondò la lingua di terra, così formando lo Stretto, dato che oggi il mare separa la terra ferma dall’isola (Diodoro 4, 85).

Corrobora Plinio il vecchio:

In Sicilia venne il mare e si portò via mezza Tindari, più la terra tra l’isola e la terra ferma. Lo stesso avvenne in Bosotia ed Eleusina[14] (Storia Naturale 2.92).

 

Si volga lo sguardo dovunque si voglia, si troveranno sempre evidenze di violenza terrestre. E non c’è da scrutare necessariamente il passato remoto: la sparizione praticamente istantanea di Port Royal, in Giamaica, avvenne nel relativamente recente 1692.

CONCLUSIONE

 

La specializzazione che da troppo tempo imperversa nel mondo accademico ha rinchiuso in compartimenti isolati nozioni che invece andavano liberate, paragonate, contrastate con altre di discipline diverse per dare un racconto coerente della storia antica.

L’istruzione di Stato, rigida, programmata, prigioniera di una burocrazia asfissiante, non ha certo contribuito a un espandersi di conoscenza, di intelligenza, e meno ancora di sapienza.

Ci vorrà del tempo, ma internet si sta occupando di spazzare via la polvere secolare che copre lo scibile per far luce sulla verità che aspetta di essere scoperta e goduta. Mi auguro che questo piccolo saggio faccia da detonante alla curiosità di tanti giovani, così contribuendo alla loro liberazione intellettuale.


24 dicembre 2016

Aggiornato 7 ottobre 2017

 



[1] Herschel fu anche lo scopritore di Urano. Si costruiva telescopi da sè, uno lungo 12 metri.

[2] Ci riuscì Nikola Tesla (1856-1943) di cui non ci occuperemo.

[3] Antichità Giudaiche I, 7, 1 Neretto aggiunto.

[4] Un Grande Circolo è l’intersezione della superficie terrestre con un piano che contiene il centro della Terra.

[5] Piano definito da tre punti: il centro del Sole e quello della Terra in due posizioni successive qualsiasi.

[6] Termine greco tecnico ma esatto: secondo attore.

[7] Storie II 142

[8] Inglese tippe top, Tedesco Wendekreisel

[9] XVIII 12

[10] Si tratta della descrizione della superficie di Marte, Ares in greco.

[11] A Roma le due date si chiamavano Armilustrium a ottobre e Tubilustrium  a Marzo

[12] La Cava d’Ispica è un esempio impressionante del fenomeno, che rimane senza spiegazione per i fautori del paradigma uniformitario.

[13] È la “teomachia” descritta nell’Iliade. Esiodo descrive “Lo scudo di Eracle”, una visione a distanza ravvicinata della superficie di Marte.

[14] Si potrebbe trattare del canale di Euboea.